Credo realmente che l’arte non sia qualcosa con cui decorare la società, come la glassa su una torta. Penso che l’estetica e l’etica siano davvero la stessa cosa”. Etica ed estetica generate, per Sol Lewitt, dalla forza del concetto. L’idea è all’origine, sempre: i suoi wall drawings, esplosioni di colori pulsanti, rette, spirali, intrecci geometrici, dichiarano una bellezza non carnale ma concettuale, non concreta ma intellettuale.

L’estensione dello spazio si traduce nel ritmo che scandisce la visione e l’attraversamento, tra esplorazione percettiva, analisi linguistica, esercizio del pensiero; così che a dischiudersi, dietro il gioco della seduzione, sia una riflessione sull’arte stessa, sulla sua natura, sulla sua relazione col tempo e lo spazio. Un fatto di logica? Non per Sol Lewitt. Che nelle sue “Sentences on Conceptual Art” (1969), scriveva: “Gli artisti concettuali sono mistici più che razionalisti. Balzano a conclusioni che la logica non può raggiungere”. Magia che filtra, attraverso intuizioni, associazioni, incastri, oltre la consueta traccia emotiva o narrativa.

Un esempio del rigoroso lavoro spaziale di Lewitt, che esclude l’appeal del colore, è riportato nel documentario di Chris Teerink del 2012. Drawing # 801 Wall ‘Spiral’, installato al Bonnefantenmuseum di Maastricht nel 2011, tracciava sottili linee bianche sul muro di una cupola, lungo 5,2 km, interamente dipinto di nero. Una superficie ossessiva, maniacale, implosiva, su cui si aprivano come rettangoli di luce i piccoli lucernari. Un team di otto assistenti, per un mese intero, aveva portato avanti un lavoro di precisione e di concentrazione, svelando un ambiente radicalmente trasformato, avvolgente, vertiginoso, sul limite tra il reale e un altrove tutto mentale.

Nello stesso anno di produzione del film una grande mostra dedicata a Sol Lewitt veniva inaugurata al Centre Pompidou di Metz. L’involontaria eco, rimbalzando tra l’Olanda e la Francia, sembra correre lungo intrecci di linee sghembe, pattern geometrici puri, piani inclinati di bianchi e neri, scale di grigi e superfici optical: ambienti immersivi, disegnati da labirinti grafici e architetture ritmiche, nel rigore di opposizioni monocrome. Un breve video documenta la mostra, sulle note di un concerto per chitarra e orchestra di Rodney Bennett.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.