Milano celebra Bruno Munari. Artista gentiluomo, intellettuale raffinato, designer e pedagogo con l’amore per la leggerezza. Intelligenza tagliente, eleganza congenita, creatività incontenibile, vocazione per la sperimentazione ed un eclettismo autentico, mosso dalla curiosità per le cose, per il mondo, per le persone. Bruno Munari è una figura unica nel panorama culturale italiano. Fuori da ogni schema o cliché possibile. Genialità vestita di semplicità, nell’animo e nel metodo: “complicare è facile”, diceva. Aggiungendo che “la semplificazione è il segno dell’intelligenza”.
La regola? Fare arte col sorriso, essendo insieme maghi, scienziati e bambini, con tutto lo stupore che viene dall’incantesimo delle forme, dei colori, delle più ardimentose avventure percettive: il senso stava tutto in quel bisogno di comprendere i meccanismi dell’esistenza, generando nuovi spazi dell’abitare e infiniti mondi dell’immaginazione, collezioni di oggetti non convenzionali, territori del gioco e del disorientamento, racconti utopici e poetici, affinando, come la più scaltra delle chiavi, lo spirito ancestrale della creatività.

Questo era Munari, personaggio dai molteplici talenti, che tante mostre hanno provato a descrivere, ad omaggiare. L’ultima, Munari Politecnico – Chi s’è visto s’è visto, prodotta e ospitata dal Museo del ‘900 di Milano, la cura Marco Sammicheli, affidandosi, per il reperimento di molte opere, alla collezione di Bruno Danese e Jacqueline Vodoz, amici, collezionisti, editori e industriali, tra i più strenui e appassionati sostenitori dell’artista.
Abbiamo rispolverato per l’occasione un vecchio documentario Rai, dal titolo “Bruno Munari. Fantasia=Scienza Esatta”; un ritratto frammentato in cui, tra materiali video e interviste d’archivio, emergono alcuni tratti del carattere, del pensiero, dell’attitudine di Munari. Parole ironiche e lievi, le sue, così lontane da una certa retorica autocelebrativa, eppure così consapevoli del senso di un ricerca meticolosa: produrre valore culturale attraverso l’incontro tra intuizioni estetiche e intuizioni scientifiche, lasciando che tutto resti facile, seducente, senza peso apparente, a portata di occhi e di mani, capace di stupire e anche di insegnare. Raggiungendo chiunque.

Nel film prodotto dal Centro Internazionale delle Arti e del Costume di Venezia –  scritto e diretto da Munari nel 1963, insieme a Marcello Piccardo – tutto questo diventa occasione di ricerca e di scrittura visivo-sonora: con le musiche originali di Luciano Berio, a impreziosire d’inquietudine e di caotica suspense le riprese, I colori della luce procede per assonanze cromatiche, spettri luminosi, strutture lineari, deviazioni ed armonie, rapporti di toni, osservazioni microscopiche, movimenti pulviscolari, trasformazioni organiche: materia di suono e di luce che prende e perde forma, continuamente, in una sequenza sinestetica che ipnotizza.

Oppure, guardando al lato più giocoso e pragmatico del suo lavoro, quello che lo vedeva nei panni di geniale designer, come non ricordare le celebri Forchette Parlanti? Semplici posate in acciaio inox, piegate e deformate a discapito della funzione, per dotarle di parola e d’espressione. Una “ginnastica mentale” la definiva lui, attraverso cui rimpiazzare il banale col fantastico, come nel mondo dei più piccoli.
Così, le sue macchine cinetiche, ottiche, ludiche, plastiche o filmiche, sono generatori di ritmi, di forme in mutazione, di effetti retinici e sensoriali, di elaborazioni spaziali, di deformazioni buffe, ambigue o sorprendenti: opere che superano le tradizionali categorie linguistiche, per lasciar convergere astrazione e concretezza, fisica e sogno, fantasia e scienza, ironia e analisi, regola e caso. In un processo continuo di generazione e di contaminazione. Perché “da cosa nasce cosa”: parola di Bruno Munari.

Helga Marsala

“Munari Politecnico”
fino al 7 settembre 2014
Museo del ‘900
Palazzo dell’Arengario – Via Marconi, 1
www.museodelnovecento.org

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Augusto de Stasio

    Mi complimento per la mostra e sono felice per Bruno che merita ancora maggiore attenzione.
    Ma desidero far notare che la foto B/N di Bruno Munari è stata ritagliata da una foto in cui siamo in due: e’ tratta da sessione fotografica per foto destinate alla stampa e ad un catalogo inerente ad una mostra “TELENEVISIONE” che abbiamo tenuto presso l’Umanitaria di Milano nel 1989 e in una galleria di Brescia – Centro Internos il 9 dicembre 1990, in cui esponemmo una ricerca di tessuti-patchwork con i tessuti di Telene, importante industria tessile operante nel mondo del lino.

    Con Munari, ho avuto, anch’io, un rapporto di amicizia e di lavoro che è durato circa venti anni.

    Il tessuto-patchwork che fa da sfondo alla foto è un mio lavoro.
    Per precisazione e correttezza, ci terrei alla citazione.

    Augusto de Stasio designer
    [email protected]