Siamo in Marocco, a un’ora di strada da Marrakech, tra le cime  della poderosa catena dell’Atlas. Il luogo si chiama Asni, un piccolo villaggio berbero immerso nella solitudine delle fredde montagne del Nord Africa. Qui Andrea Nacciariti, uno degli artisti coinvolti nel progetto Atla(s)now di Angelo Bellobono (con la partecipazione di Alessandro Facente, curatore del programma di residenze), ha realizzato il suo percorso di dialogo e di incontro creativo con i residenti: paesaggio, storia, tradizioni e idenatità locali, arte contemporanea, sport e dinamiche sociali si combinano, in questo come in tutti gli altri capitoli del lungo viaggio targato Atla(s)now, nel tentativo di produrre consapevolezza, conoscenza, desiderio, nuove interazioni.
Untitled [our tribunes our rules], realizzato in collaborazione con l’Associazione Tiwizi, nasce da un’idea, a sua volta generata da un’esigenza sotterranea, silenziosa: recuperare le tracce sedimentate della cultura berbera – tramandata per lo più oralmente – da cui quelle popolazioni discendono, significa essere antagonisti di un tempo della contaminazione e della dimenticanza, facendosi spazio tra le molte influenze – quelle arabe soprattutto – che su quell’originario ceppo si sono innestate, edificando nuove implacature culturali.

Da qui parte Nacciarriti, pensando il processo dell’arte come detonatore di energie sopite, collettore di memorie, possibilità di lettura di sé e del proprio mondo antico. È così che nasce un inno immaginario, creato grazie ad un cut-up di canzoni popolari berbere, insieme  agli adulti, i giovani e i bambini dell’Associazione: una canzone dell’utopia, che ripensa l’identità in quanto possibilità aperta, a metà tra un passato sbiadito e un presente in evoluzione. L’esecuzione, quasi a imitare le solenni cerminonie sportive, è riservata a un momento aggregativo per eccellenza:  su un campetto di calcio, dove è stato tracciato col gesso il simbolo della cultura amazigh, i ragazzi giocano la loro partita, mentre tutt’intorno si levano i canti e le incitazioni dei tifosi, tra bandiere, urla, sorrisi e percussioni.
Al termine del gioco quel segno ancestrale sul selciato si è dissolto, mentre nuvole di polvere bianca raggiungevano gli occhi, le narici, la pelle, inghiottendo la memoria del luogo, della sua gente, dei suoi rituali. Lenta sparizione di immagini e di vecchi alfabeti, che sono carne e stuttura di un popolo, nei secoli.

 Helga Marsala

 

CONDIVIDI
Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • Questi progetti sono davvero straordinari. Quanta retorica a basso costo. Il giovane artista diventa quasi maestro che arriva e organizza un laboratorio didattico come per insegnare o far vedere come vanno le cose. Chiaramente il calcio c’è sempre di mezzo (mi viene in mente un recente progetto in toscana fatto con i lavoratori di due aziende o Tosatti che interviene nel quartiere napoletano sgaruppato). Come se alcune persone capissero solo il calcio e la musica tribale da stadio. Mi sembra una nuova forma di colonialismo dove l’artista (aiutato dal curatore-critico di turno) pretende un ruolo di cui nessuno sente il bisogno. E alla fine quello che rimane è un breve soggiorno-vacanza a napoli, marocco o toscana.

  • mario conti

    Beh, ma che sarebbe questo? Un video da turisti fatto maluccio. La ripresa della squadra schierata è la volenterosa parodia delle telecronache nostrane.
    Detonatore di energie sopite… Possibilità di lettura di sé…

  • Adelmo

    Quanta retorica. Almeno Tre uomini e una gamba e Mediterraneo facevano sorridere.

    • Adelmo

      Aridatece non dico Segantini, ma pure Ottone Rosai.

  • Eva

    Come al solito i miseri commenti non portano a discuterne criticamente impostazione e contenuti..
    Diversi ed importanti istituzioni culturali hanno visto simposi dedicati alla Filosofia dell’arte calcistica, come l‘ontologia del calcio’, la ‘fenomenologia del calcio’ e l ‘estetica del calcio’.
    Sono dell’opinione che l’arte di Nacciarriti sia in grado di misurarsi con qualsiasi altra dimensione, anzi che abbia la necessità di confrontarsi in genere con l’extra-filosofico e la sua poetica, non credo, invece, ad un’arte pura, asettica, chiusa in se stessa, insensibile al fascino delle epoche storiche e delle rispettive contemporaneità, immobile, identitaria e quasi sospesa in un limbo intangibile e inattingibile, a meno che non si faccia parte del Kreis di quei “potenti pensatori”, evocati nei blog di questi perfetti giornalisti della domenica, frustrati e che per questo non riescono a far altro che sparare acidamente merda sul lavoro altrui qualunque esso sia.
    Mi piacciono gli artisti che riescono a stabilire un rapporto coinvolgente con il vissuto e non quelli che, utilizzando una chiave con cui aprire qualsiasi porta, parlano in astratto di tutto.
    Anche il calcio, pur nei suoi aspetti deteriori – ma forse questi stessi aspetti non sono ben presenti e non attraversano dall’alto e dal basso l’intero tessuto istituzionale delle società contemporanee? –, può offrire spunti di riflessione.
    Il calcio, osservato come fenomeno estetico, sportivo e culturale, mi vengono in mente altri artisti protagonisti dell’arte italiana del XX secolo come Gerardo Dottori, Fortunato Depero, Enrico Prampolini, Gioacomo Manzù, Renato Guttuso, Titina Maselli, sino a Sandro Chia e Grazia Toderi…Si tratta di un problema squisitamente filosofico cui hanno dato un contributo speculativo pensatori della statura di un Leibniz.
    Nonostante le difficoltà oggettive del nostro tempo, pregherei Nacciarriti di continuare il proprio percorso con la stessa intensità ed energia di sempre.
    Grazie
    Eva.

    • Nessuno critica il calcio e tanto meno l’artista Nacciaritti, quanto invece questo progetto specifico e il percorso dell’artista che sembra una buona forma di artigianato dell’arte contemporanea che passa di palla in frasca (qualcuno mi deve spiegare la relazione tra questo progetto e alcuni lavori presentati da Nacciaritti alla Galleria Soffiantino qualche anno fà, o da Enrcio Fornello…cose a caso).

      In questo caso c’è una “retorica colonialista” straripante, come se per preservare una cultura passata possano servire queste operazioni retoriche. Il segno vola via sopra ai giocatori del calcio? Quindi? Anche le righe del calcio volano via? Quindi? Serve un italiano in vacanza 10 giorni in Marocco per rilevare questo? Per favore…

      Ma io non sono certo un critico, ma queste operazioni andrebbero analizzate criticamente. Ma da chi? Chi ne ha voglia? Cosa servono queste residenze? Cosa rimane? Chiedo.

  • casH Mere