Berlinale numero 64, bilancio finale. Si chiude con quattro premi agli orientali, di cui tre cinesi e un giapponese. Uno in quota nazionale e due americani. Il Palmares di quest’anno non ha portato grandi sorprese. Del resto si sapeva che James Schamus, il presidente di giuria, ha una certa inclinazione per il cinema orientale, avendo partecipato, tra l’altro, alla produzione di quasi tutti i film di Ang Lee. La presenza del blasonato attore cinese Tony Leung (Chungking Express, Cyclo, Happy Together, In The Mood for Love, Hero, 2046, Lussuria, The Grandmaster) avrà decisamente fatto pendere ancora di più l’ago della bilancia verso est.
Barbara Broccoli, dal canto suo, aveva lasciato intuire che gli Stati Uniti avrebbero incassato qualcosa; così, se da una parte è stato premiato l’amatissimo Linklater, habituè in Berlinale, dall’altra i giurati non si sono fatti sfuggire la possibilità di offrire un riconoscimento a Wes Anderson, che ha generato un proprio universo con una sua specifica cosmologia. E qua si sente anche lo zampino di Michel Gondry, col suo mondo surreale e immaginifico, pieno di trovate e scherzetti: quasi certamente avrà tifato per il regista texano.
Ma a Gondry non deve essere dispiaciuto neanche il film giapponese The Little House, che in fondo racconta una storia privata, mostrandoci l’interno di una casetta che pare quella delle bambole e riecheggia il progetto di Tabaimo alla penultima Biennale di Venezia, Dollhouse.

Scorrendo ancora tra i volti della giuria, Greta Gerwin, protagonista di Francis Ha, non crediamo abbia influenzato molto le decisioni: troppo giovane, troppo inesperta. E non è veramente chiaro nemmeno il ruolo che ha giocato Christoph Waltz. Sta di fatto che tutti si aspettavano un premio a ’71 di Yann Demange, e invece il premio non è arrivato. Nè per lui, nè per Stellan Skarsgard (In Order of Disappearence). Noi speravamo in un premio speciale a Lars Von Trier per il suo Nymphomaniac, nonostante fosse fuori concorso e nonostante fosse troppo scorretto. Niente di niente, neanche lontanamente preso in considerazione. L’Alfred Bauer Prize per l’innovazione è andato al 92enne Alain Resnais, per Life of Riley, che ha convinto anche la stampa internazionale (Fipresci). Per la serie Die Hard…

Federica Polidoro

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Federica Polidoro
Federica Polidoro si laurea in Studi Teorici Storici e Critici sul Cinema e gli Audiovisivi all'Università Roma Tre. Ha diretto per tre anni il Roma Tre Film Festival al Teatro Palladium, selezionando opere provenienti da quattro continenti, coinvolgendo Istituti di Cultura come quello Giapponese e soggiornando a New York per la ricerca di giovani talent sia nel circuito off, che nell'ambito dello studentato NYU Tisch, SVA e NYFA. Ha girato alcuni brevi film di finzione, premiati in festival e concorsi nazionali. Ha firmato la regia di spot, sigle e film di montaggio per festival, mostre, canali televisivi privati e circuiti indipendenti. Sta lavorando ad un videoprogetto editoriale per la casa editrice koreana Chobang. È giornalista pubblicista e negli anni ha collaborato con quotidiani nazionali, magazine e web media come Il Tempo, Inside Art e Il Faro. Ha seguito da corrispondente i principali eventi cinematografici dell'agenda internazionale tra cui Cannes, Venezia, Toronto, Taormina e Roma e i maggiori avvenimenti relativi all'arte contemporanea della Capitale. Attualmente insegna Tecniche di Montaggio all'Accademia di Belle Arti.