Nel 2011 aveva lanciato Saluti da L’Aquila, un progetto di denuncia, di documentazione e di osservazione critica, con cui Giuseppe Stampone iniziava un lungo percorso artistico, estetico e soprattutto etico, intorno alla tragedia del sisma. 25.000 cartoline, formato 15×24 cm, si misero in viaggio attraverso l’Italia, raggiungendo i responsabili delle Istituzioni politiche italiane e non solo, ma anche i più importanti uomini di cultura, dello spettacolo e dei media internazionali. Una collezione di immagini della città devastata, fotografie dello status quo, frammenti visivi con cui comporre, idealmente, il profilo di un angolo del Paese in sofferenza: a due anni dal terremoto che uccise intere famiglie e massacrò un antico centro storico, la condizione di stasi era (ed è ancora oggi) uno scandalo da non ignorare. Quasi come dentro a un incantesimo malvagio, L’Aquila restava una città fantasma, prigioniera dello choc, delle macerie, ma soprattutto dell’inefficienza politica e della disonestà.
I fatti di cronaca di questi giorni hanno riacceso i riflettori sul lungo processo di ricostruzione, gettando ulteriori ombre su una situazione già dolorosa: intercettazioni a dir poco imbarazzanti, lottizzazioni senza scrupoli, tangenti, interessi economici. E l’ignobile arte di speculare sul dolore, persino sulla morte. Pagine di malcostume e di mala politica che mai, l’Italia, avrebbe voluto leggere. Non dove si sono contati i cadaveri, non dove sono venuti giù chiese e palazzi, non dove il destino ha passato la sua mano impietosa, spazzando via secoli di storia e spazi di esistenza.

Sono trascorsi cinque anni dal sisma. E tre dalla presentazione del progetto con cui Stampone – legato a L’Aquila per ragioni affettive e biografiche – iniziò il suo percorso di sostegno e di riflessione intorno alla tragedia e a ciò che ne seguì. “Non mi bastava quel lavoro, non potevo fermarmi”, ci dice oggi. “Sentivo tutta la responsabilità di continuare a occuparmi de L’Aquila, profondamente disturbato dai tanti che hanno fatto passerelle, che sono andati, che hanno parlato, ma poi sono spartiti. Abbandonandola, proprio come hanno fatto le Istituzioni”. Ed è arrivato, così, un nuovo lavoro. Un film breve e intenso, come un lampo. O meglio, come un sussulto della terra. Presentata domani a Brescia, insieme al video Il viaggio della speranza, l’opera è al centro dell’ultimo appuntamento della rassegna Glocal Tales II, ospitata a negli spazi di Motel b e curata da Francesca Guerisoli. Noi, ve la mostriamo in anteprima.

Il centro storico dell'Aquila, devastato dal sisma
Il centro storico dell’Aquila, devastato dal sisma

Saluti da L‘Aquila/5 anni dopo è un gesto radicale, una visione implosa, un segno per scalfire il buio del ricordo e della paura, riportando l’attenzione sulle contraddizioni di una storia tutta sbagliata. Un non-film, potremmo definirlo. La negazione dell’immagine, come operazione concettuale. L’ouverture è affidata a una pomposa sigla hollywoodiana, il celebre intro della Paramount Pictures: adrenalina da celluloide,  fasti da grande schermo e tutta l’attesa di una bella fiction. Lo spettacolo sta per iniziare, come se tutto fosse narrazione, invenzione, show, telecamere, prime pagine di giornale. E poi il film, quello vero. Ventitrè secondi di buio e un rumore assordante, vertiginoso: il tempo esatto in cui la terra tremò, quella notte del 6 aprile del 2009. Ore 03.32, un istante, un niente, un inferno: 308 vittime, oltre 1500 feriti e più di 10 miliardi di euro di danni. In soli ventritrè secondi.
Il video di Giuseppe Stampone – asciutto, crudele, categorico – è tutto in questo spazio di follia, in questo buco nero che ha aperto il suolo e ha franato i muri, che ha inghiottito persone e ha lasciato, nell’orrore del trauma, un esercito di sopravvissuti.
I titoli di coda sono un omaggio agli attori veri del film, quelli che non sono stati ai microfoni, che non hanno gestito denari, che non hanno preso decisioni e non hanno scritto la triste sceneggiature del poi. Quelli che c’erano prima, e che non ci sono più. Bianco su nero, una lista secca e luttuosa, a chiudere l’opera: i nomi delle 308 vittime, come unico epitaffio possibile.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • francesco fabri

    Che tristezza queste mediocrità che vivono tutta la vita nella scia di personaggi o eventi famosi , Ai Weiwei va in galera e io ne approfitto per guadagnare un pò di visibilità , a L ‘ Aquila arriva il terremoto e io ci campo almeno cinque anni facendo finta che me ne freghi qualcosa .
    Riempio i miei quadri dei volti noti della storia così mi fanno da traino e nel frattempo infinocchio qualche altro collezionista allocco .
    Povera Italia .

    • giuseppe stampone

      5 anni. Un tempo lungo per intervenire e, forse, troppo breve per comprendere le ramificazione di una tragedia. L’Aquila però rappresenta un caso atipico perché sin da subito si è capito che questo mia idea non avrebbe funzionato. Il tempo dell’intervento è stato accelerato seguendo dinamiche assurde che da trama Hollywoodiana a opera incompiuta ha impiegato 5 anni. Mentre le ramificazioni della tragedia si sono comprese velocemente, troppo velocemente.

      Oggi cosa rimane? Cosa c’è a L’Aquila?

      Da mio posto di osservazione, quello di artista posso affermare che ho una visione drammatica e difficile. Ho provato a dire qualcosa con i miei mezzi, a puntare un fascio di luce su una situazione che non ho potuto certo risolvere. Sono un artista che può mostrare la realtà da un’angolazione originale e tentare di modificare anche la mia percezione.

      Ma oggi cosa rimane?

      Credo la memoria, una memoria, quella per le vittime. Una memoria necessaria, quindi. Rimangono anche macerie, vere o presunte. Ma qui la memoria assume un altro significato, meno condizionato dalla tragedia e quindi più sfocato. Le pietre possono avere mille altri significati per chi non le ha vissute e alimentare idee oscene e indicibili sulla pelle degli altri.

      Le luci di quei riflettori, invece, si sono spente quasi subito così come le idee di interventi utili e forse è giusto anche così, non avevano nessuna soluzione nella loro abbagliante convinzione. Questo oggi possiamo affermarlo senza paure di smentite. Ma, il buio non fa bene a chi deve ricominciare a pensarsi. Un buio che sta diventando sempre più cupo e inaccessibile, anche se fioche luci si intravedono nelle notti fredde tra le pietre senza suoni.

      Forse, L’Aquila in questo momento ci racconta un intero paese, sommerso dai pregiudizi e affogato nei compromessi.Tutte le soluzioni anche quelle più ardite finiscono per scontrarsi con le logiche che tutti conosciamo ma che non possiamo fermare perché significherebbe auto bloccarsi. Il Belpaese, quindi, rimane tale nelle oleografie banali di qualche rivista patinata e nelle convinzioni di “addetti ai lavori” che continuano a sognarsi tra la fama e le amicizie importanti.

      L’Aquila è ancora lì, non si è mossa, non è sparita. È ancora lì a ricordarci che cosa possiamo diventare. Il Belpaese non c’è più ma l’Italia sì. Nelle nostre convinzioni rimane ancora qualche dubbio ma se ci spostiamo dalle luci della televisione e lasciamo perdere vecchie idee vedremo la realtà. La realtà non è descrivibile da un unico punto di osservazione, ce ne vogliono tanti e più sono e più diventa interessante immaginarla. L’Aquila va immaginata non com’era, quella non esiste più, ma come sarà. Come potrà essere.

      Qualche anno fa pensai L’Aquila come una gabbia di ferro. Una sorta di prigione al rovescio. “La nuova architettura post-human dell’Aquila è un inganno. La sua struttura sovrapposta è inaccessibile e falsamente ambigua. Ma tutto ciò non appare e viene mascherato dalle dichiarazioni rilasciate attraverso i media dai vari politici, che hanno fatto passare questa camicia di forza come la cosa giusta, la medicina necessaria per guarire un malato che deve scontare sul proprio corpo e sulla propria anima il malessere creato da queste false promesse”. Oggi posso dire che quella gabbia esiste ancora ma non è più di vile metallo, adesso risplende d’oro. “La ‘gabbia’ diventa un palcoscenico dove il costo del biglietto per partecipare allo spettacolo assicura un facile guadagno […] grazie al G8, sono presenti le televisioni di tutto il mondo e una semplice promessa di un aiuto futuro, senza alcun impegno da parte di nessuno, non costa nulla. C’è chi promette soldi. Chi promette la ricostruzione di scuole ed ospedali. Chi promette di girare un film all’Aquila. Infine c’è chi promette che entro un anno tutto sarà a posto. Si vede in questa sventura la rinascita di una nuova Firenze rinascimentale”.

      Tutto quello che è stato messo in atto in questi cinque anni, promesse, discorsi, appalti non hanno fatto altro che trasformare, quasi in maniera alchemica, la gabbia in oro. Con un risvolto triste però, non è una favola questa. L’oro è solo per gli esterni, per coloro che immaginano le “splendide” atmosfere che nasceranno da L’Aquila. Coloro che la vivono e la muoiono, purtroppo, continuano a vedere ferro, arrugginito anche. Questo tempo non guarisce le ferite, le incancrenisce. Ogni giorno, purtroppo non se ne vede la fine, la gabbia d’oro continua a generare illusioni, a regalare palcoscenici a garantire futuro fasullo. L’immagine che vedo è questa cupola d’oro splendente che copre mostrando il tetti delle case quando si arriva con l’idea di esistere qui. Mentre l’altra immagine è uno strato di ferri incastrati tra loro che mi raffiguro come cancelli per non uscire più da questo incubo iniziato alle 3:32 del 6 aprile 2009. Con il passare del tempo, si è generata una doppia visione, drammatica e illusoria. Mi torna in mente un’immagine della mia infanzia vissuta in una banlieu francese ei miei amici erano tutti tunisini, algerini, irakeni, spagnoli, portoghesi, napoletani, calabresi e siciliani. Le diversità non erano un nostro problema. Non avevo nella mia mente il concetto di ‘diverso’, la cosa assurda è che mi sentivo libero all’interno del ghetto e non lo ero rispetto a ciò che era fuori.

      L’Aquila in questi 5 anni è stata visitata, non vista, è diventata commestibile e ognuno ha divorato il suo pezzo digerendolo altrove. Gli abitanti hanno provato a viverci ancora così come è avvenuto nelle altre distruzioni di questa splendida città. Questo rapporto lontano tra visitatori e abitanti ha generato una dualità che sta uccidendo ogni cosa. Tutto crolla di nuovo come la sicurezza di vivere in una casa antisismica che così non è mai stata. Questo continuo duello tra dentro e fuori alimenta queste immagini ma anche il silenzio. L’oro non lascia traspirare la luce, la riflette e il ferro non permette di avere una vista aperta e ininterrotta.

      L’ultimo mio pensiero, uno dei tanti che lascio a questa città, si apre con un’immagine di una casa di produzione hollywodiana che dura il tempo di un respiro per cedere spazio ad un nero prolungato e ad un rumore insopportabile che smette solo quando scorrono i nomi delle 309 vittime.

      Per me oggi rimane questo. Forse il mio è un dolore irrazionale che non concede ulteriori sussulti. Un dolore sordo e intenso. La memoria necessaria è l’unica cosa che ancora ha un senso mentre le pietre cominciano a darmi fastidio…

      • claudia di sabatino

        Capisca conosci bene Stampone che passi il tuo tempo a spiarlo ?

        Possiamo scherzare su tutto , anche sulle cazzate dell’arte e su i fessi come te che perdono il proprio tempo , ma ti prego sul terremoto dell’Aquila no, ho vissuto 8 anni della mia vita,ho amici cari in quella città,persone che conosco bene che oggi non hanno più un futuro , vai in quella città è inizia anche tu a renderti conto di come stanno fottendo il futuro e quello dei tuoi figli .

        Ho conosciuto Stampone proprio in quella città che oggi non esiste più; ho visto con occhi quanto lui abbia cercato di fare per l’Aquila con è bene precisare questo a differenze di migliaia di altre persone operatori culturali ecc mai voluto finanziamenti pubblici ;tutto da solo forze , energie e soldi propri non ha mai voluto aiuti da parte di gallerie e collezionisti ha sempre per scelta autofinanziato tutto , ha girato in migliaia di scuole in Italia per sensibilizzare il probblema Aquila. Mi fermo qui perchè è assurdo come gente che non è mai stata nella nostra amata Aquila , gente che non ha visto ed annusato con il proprio naso l’odore della morte , gente che pensa solo a scrivere il commentino qualunquista solo per sminuire qualcuno a differenza sua ha dedicato energie e cuore verso il proprio prossimo. Ragazzi vi auguro di non sentire mai nella vostra vita 23 secondi di boato silenzionso che mai finivano .Grazie di cuore Giuseppe

        • giuseppe stampone

          Ciao gentile Claudia come stai tutto ok ‘ti chiedo personalmente scusa per la superficialità della gente che scrive e parla senza rendersi conto di quello che vi hanno tolto e distrutto per sempre, tipico del nostro BEL Paese. .kisssssssss fortisssiiiiiiiiimo I Love Aquila .

    • Bucci kiara

      @francesco fabri sei il classico fenomeno , sei andato fuori tema … , è il classico ragionamento da re-azionario da bar di basso livello . Secondo il tuo “ragionamento” quindi lo stesso Ai Weiwei si fa gioco della dittatura comunista cinese per acquisire notorietà , valo lo stesso per Adrian Paci che usa i migranti e il nomadismo…. Cattelan è solo uno che va avanti per provocazioni (appende i bambini , appende i cavalli , fa cadere il papa etc etc) R.J.Galindo con la scusa della violenza sulle donne fa l’artista…Santiago Sierra , usa il capitalismo e l’intolleranza e possiamo continuare….
      L’arte caro fabri ha anche un valore etico e di denuncia.
      Il tuo commento pare fatto da una persona frustrata , che forse nell’arte non ha realizzato il suo scopo , sembra quasi che stai a rosicà…… come la volpe e l’uva , conosci la favola?
      Pensa invece a quanta mexda va in giro e ci propinano e vendono come arte , contenuti zero , valore , estetico sottozero , linguaggio non pervenuto , non conosco Stampone di persona , ma visto quello che ha fatto e prodotto lo voglio conoscere…
      Eppoi se riesce a fregare i collezionisti così facilmente come dici tu chiamalo stupido…. forse ti rode perchè per te non è così facile e sai che non è così come le hai descritte tu che vanno le cose …..

      • Francesco Fabri

        Ai Weiwei, Paci, Cattelan, Galindo, Sierra sono gli originali ai quali tu vorresti assomigliare, mentre ne sei solo una copia triste e un pò sbiadita.

        Loro la storia la scrivono, mentre tu per elemosinare un po’ di visibilità hai la necessità di appigliarti continuamente agli eventi e alle personalità storicizzate.

        Senza questa luce riflessa il tuo lavoro non esisterebbe!

  • EnrikoV

    Questo era il pensiero di un grande amico , un grande Dj , un grande artista , Enrico Di Paolo un aquilano vero che ha sofferto e combattuto per la sua città :” purtroppo la palla di vetro che contiene la storia si sta sciogliendo , gocciola e la gente si sta dimenticando … arriverà un giorno che rimarremo solo noi Aquilani a parlare dei nostri dolori , delle dipartite , delle angosce , delle disperazioni FORZA QUATRA’ ! !

  • angela

    ho i brividi ….. !!!! Emozionale , intenso ,forte!!!

  • mario rossi

    Monocromo , buio , assoluto , veramente un’opera importante , è la faccia reale di quello che è oggi L’Aquila , ma anche l’Italia…

  • Liberato

    Grande Stampone , Bellissimo video!!!

  • allegra
  • MArk

    molto forte….!!!

  • Giovanni Del Castello

    L’Aquila deve tornare a volare non può morire…. non può essere dimenticata , non deve diventare un monumento al terremoto!!

  • Piermario

    Spero che “saluti dall’Aquila 5 anni dopo”, scalfisca il buio della paura e riaccenda i riflettori sul dramma aquilano.

  • luca rossi

    Se il punto è dare visibilità ad un fatto dimenticato (anche se mi sembra che i media stiano parlando dell’immancabile scandalo appalti) con una campagna su Google o Facebook investendo pochi euro, si raggiungono migliaia visualizzazioni. Se l’arte è costretta a fare il Report della situazione siamo messi male. Ma non è certo colpa di Stampone (che cerca giustamente di diventare Cattelan) ma della totale assenza di critica e pubblico veri. Il dialogo tra artisti, critica e pubblico porta Qualità, e ci farebbe capire cosa potrebbe fare veramente l’arte per L’Aquila.

  • Marco Nuzzi

    Sono d’accordo con Luca Rossi ,chi si occupa veramente di arte deve chiedersi che cosa può fare l’arte x L’Aquila , qualcosa il lavoro di Stampone fa’ , almeno muove le coscienze , denuncia e manifesta lo stato in cui vive questa realtà

  • luca rossi

    L’arte in italia è un ‘opportunità sprecata e gli addetti ai lavori non lo stanno capendo, perchè non sanno quale sia un ‘alternativa efficace. Datemi un microfono e vi solleverò il mondo :)

  • Giorgio M.

    “L’Aquila è un maso chiuso con dieci famiglie egemoni e un triumvirato politico a cui è toccato in sorte di gestire 12 miliardi di aiuti che secondo le proiezioni più attendibili entro il 2019 lieviteranno fino a 60. Il verbo che li unisce tutti è il seguente: “La ricostruzione è cosa nostra”…”Tre vescovi, il sindaco squattrinato in una città sommersa dall’oro, la senatrice lillipuziana e dieci famiglie d’alto bordo in costante collegamento con la Capitale.” Mariano Maugeri – Il Sole24ore

  • angelov

    tanti muri del pianto
    crollati&distrutti
    non porgono riparo
    a ‘sì acerbi lutti

  • samuele

    @disqus_pHC0JRiC6J:disqus sono d’accordo sul fatto che l’arte in Italia , come tante tante altre cose , sia un’opportunità sprecata , l’arte e il suo sistema ,sarà scontato dirlo, troppo autoreferenziale sembra quasi che abiti su una rocca irraggiungibile . Gli addetti ai lavori cosiddetti , perchè pochi realmente sono i professionisti nel vero senso della parola (cioè non solo quelli che ci mangiano , ma che fanno il loro mestiere in maniera sapiente e seria) . Non capiscono che per la gente , ora i problemi sono diversi , che se ci sono o meno poco cambia…… Poi ben vengano opere d’arte di questo genere , etici , di denuncia , che muovono i ricordi e le coscienze , secondo me è questa la direzione che l’arte deve prendere , aldilà del glamour , aldilà se questo video esposto in una cantina o alla Biennale . I tempi sono cambiati la rete è il più grande museo dell’intera umanità

  • Vale.Gio.

    “L’Aquila era una bella città. D’estate la notte faceva fresco e la primavera degli Abruzzi era la più bella d’Italia. Ma quel che era bello era l’autunno per andare a caccia nei boschi di castagni”…
    (Ernest Hemingway – Addio alle armi)

  • marco ventura

    bel lavoro

  • Luna

    Da Aquilana posso solo ringraziare questo artista , per non aver dimenticato L’Aquila e aver puntato i riflettori del mondo dell’arte e della cultura sula nostra tragedia , di sicuro questp video ( molto forte) ha riaperto una ferita profonda della nostra anima…Dio salvi L’Aquila Grazie Stampone

  • Antonio Battaglia

    http://yesbluecat.tumblr.com

    articolo interessante

  • luca rossi

    Se il punto è dare visibilità ad un fatto dimenticato (anche se mi sembra che i media stiano parlando dell’immancabile scandalo appalti) con una campagna su Google o Facebook, investendo pochi euro, si raggiungono migliaia visualizzazioni. Se l’arte è costretta a fare il Report della situazione siamo messi male. Anche se questo report volesse usare le armi facili della retorica e della poesia. Ma non è certo colpa di Stampone (che cerca giustamente di diventare Cattelan) ma della totale assenza di critica e pubblico preparati. Il dialogo tra artisti, critica e pubblico porta Qualità, e ci farebbe capire cosa potrebbe fare veramente l’arte per L’Aquila. Gli italiani e il mondo si ricordano dell’Aquila…eccome…e quindi? Una volta ricordata??? Solito populismo fine a se stesso. Mi chiedo cosa serve ricordare…servono progetti concreti e persone di buona volontà. Non ci sono? Se non ci sono c’è un motivo. Quindi l’artista che si nasconde dietro questa facile retorica non criticabile e non attaccabile mi lascia perplesso. Non mi emoziona, mi preoccupa.

  • mrx

    Una toccante lettera di una ragazza aquilana , presa da questo sito : http://www.abruzzoweb.it/contenuti/laquila-lettera-aperta–di-una-ragazza-spero-e-sogno-che-tutto-cambi-/537689-327/

    L’AQUILA – “C’è una cosa che vorrei, cioè che tutti i 70 mila abitanti non dimentichino che, quella notte, nessuno ha dato peso al colore di un partito politico. Vorrei non dimentichino che eravamo tutti abbracciati e l’unico colore che ci univa era quello della speranza e dell’amore per la nostra città”.

    È uno dei passaggi della lettera scritta da Giada Panetti, che si firma semplicemente “una ragazza aquilana”.

    Riflessioni a tratti speranzose, a tratti amare, sulla condizione in cui si trova oggi la città, chiamata a reagire anche a quest’ultimo terremoto, quello che ha sconvolto l’amministrazione cittadina.

    Un interessante punto di vista di una giovane ragazza che ha deciso di continuare a sognare che tutto cambi. In fretta.

    IL TESTO INTEGRALE DELLA LETTERA

    “Venite a vivere a L’Aquila e noterete che non ci sono solo persone attaccate alla poltrona, non ci sono solo persone che gestiscono mazzette per i loro interessi, non ci sono solo persone che giocano con le dimissioni di una carica politica. A L’Aquila c’è il dolore di un peso incolmabile che è diventato parte di te e inevitabilmente morirà con te. A L’Aquila c’è gente che si sveglia la mattina e guardando fuori dalla finestra osserva macerie a cui darà sempre un nome e cognome. A L’Aquila alle 3e32 non tutti ridevano. A L’Aquila ci sono ragazzi che con difficoltà cercano di trovare il brio dell’adolescenza. A L’Aquila c’è anche gente onesta, umiliata purtroppo da persone che hanno dimenticato il significato della stessa da ormai troppo tempo.”

    Elaborai questo pensiero qualche giorno fa sulla mia pagina Facebook ed oggi sono qui a scrivere di una condizione che spero e sogno, cambi il prima possibile. Per quanto la sensazione funerea possa annusarsi nell’aria, nei vicoli bui, negli occhi di una madre che stringe un peluche, nelle case dove hai le chiavi e non la porta e nelle mani di un padre che accarezza una bambola, non considero L’Aquila una città morta.

    Sento nella mia città una grande forza, una tale forza che con gli anni ha permesso ai cittadini di fantasticare di creare, scrivere, inventare nuove regole per continuare a vivere. Dal 6 aprile 2009, alle ore 3e32, chi più chi meno, siamo morti un po’ tutti, insieme a un città che piange ancora oggi ma che ci dà indirettamente la possibilità di guardare al futuro con occhi diversi. C’è una cosa che vorrei, cioè che tutti i 70 mila abitanti non dimentichino che, quella notte, nessuno ha dato peso al colore di un partito politico. Vorrei non dimentichino che eravamo tutti abbracciati e l’unico colore che ci univa era quello della speranza e dell’amore per la nostra città.

    Oggi invece, vedo altri colori, colori politici che generano macerie che non fanno altro che accumularsi a quelle che ancora oggi sporcano la nostra città.

  • mike +

    @lucarossi , totalmente fuori strada…… sei proprio sicuro che il dialogo tra artisti , critica e pubblico porti Qualità?? Cosa potrebbe fare l’Arte x L’Aquila ? La solita passerella di artisti + o meno conosciuti , qualche giornalista , un po di curatori collezionisti , eppoi?? Come diceva Gibran , Il ricordo è un modo d’incontrarsi , parlane con qualche Aquilano o meglio fatti un giro in Abruzzo o all’Aquila e capirai tante tante cose MM

  • mike +

    La lettera della ragazza aquilana è meravigliosa

  • mike +

    Il video è struggente e forte….Per fortuna che qualcuno ricordi ancora L’Aquila

  • Per combattere il male acquilano non serve a nulla parlarne. Questa è anzi una formula retorica che permette allo stato delle cose di non cambiare mai. Come le critiche al MacDonald o a Berlusconi sono funzionali a MacDonald e Berlusconi. Questa commiserazione retorica non serve a nulla per L’Aquila. E ogni ricordo in più sarà la scusante per 10 ricordi in meno…

    Cosa può fare l’arte per L’Aquila? Può dimostrare come l’unico modo per combattere il male italiano non sia criticare il “Governo ladro” e cercare di allungare la mano sopra a quelli che ci sembrano macro eventi, ma lavorare sul nostro micro quotidiano. Micro e Macro coincidono, anzi il macro NON esiste.
    Lavorare sul nostro micro-quotidiano è l’unica cosa concreta che l’artista e il singolo possono fare per L’Aquila.

    • Giuseppe Salerno

      Ogni individuo se vuole contribuire a cambiare il mondo deve partire dal micro, da quel quotidiano a lui più prossimo. Così anche gli artisti in quanto individui. Ma cosa c’entra l’arte in tutto questo dal momento che sua prerogativa è proprio il superamento di ogni contingenza?