Lou Reed è uno studentello ebreo, magrissimo, appena laureato in letteratura, passato per l’elettroshock da una famiglia perbene e perbenista di Long Island che mal digerisce quel figliolo “bizzarro” con la passione per il rock e dai gusti sessuali incerti. È uno che a ventitre anni scrive un pugno di canzoni destinate a restare nell’eternità, composte mentre i Beatles sperimentano LSD e santoni indiani, Dylan viene contestato nel suo passaggio dal folk al rock, e gli Stones uniscono il blues al rock. Assieme a John Cale, Sterling Morrison e Moe Tucker, con la benedizione e la spinta decisiva di Andy Warhol, fonda nel 1964 i Velvet Underground e ottiene la possibilità di incidere un disco. Ma a patto di caricarsi una delle vedette della Factory, una teutonica modella con un nome maschile: Nico. L’aspetto fintamente angelico della fanciulla e la sua voce profonda si rivelano perfetti nell’alternare delicatezza e viziosità. Nico canta di una ragazza che seduce gli uomini per poi catalogarli impietosamente nel proprio diario (Femme fatale), confessa di frequentare festini dissoluti (All tomorrow’s parties), per poi sciogliersi nella più disarmante dolcezza (I’ll be your mirror).

Nel celebre album dalla copertina con la banana, The Velvet Underground & Nico (1966), ad abbagliare sono poi i luccichii di Sunday morning e la ricerca angosciante di stordimenti sintetici (I’m waiting for the man; Heroin). Il mondo di riferimento di Lou è già tutto qui: droga, perversioni, sessualità confuse, derelitti allo sbando, incapacità di vivere “normalmente”. Stupisce, il ragazzo, per la profondità delle proprie parole e per la cruda descrizione degli ambienti che pare impossibile aver già così ben conosciuto. Mentre il viaggio attraverso una new wave sperimentale e ardita, fa di lui uno dei grandi innovatori del linguaggio musicale,  accanto ad altre figure dirompenti della scena newyorchese ed europea.

Nelle sue canzoni si condensa il buio dell’anima, descritto con uno spessore umano e psicologico da far apparire meraviglioso ciò che è orrendo. Situazioni scabrose, violenza dei rapporti interpersonali, la vita ai margini della società, umiliazioni private e provocazioni pubbliche, depressioni insanabili e rancori indicibili sono il cuore della sua poetica, desunti dalla letteratura beat. Basti pensare a uno dei suoi più grandi successi, Walk on the wild side (1972): ogni strofa, la descrizione di un personaggio della Factory, esaltato nella propria miseria e reso immortale, come Masters negli epitaffi di Spoon River: Holly, venuta da Miami F-L-A, “shaved her legs and then he was a she”; Candy, “in the backroom she was everybody’s darling But she never lost her head even when she was givin’ head”; Little Joe, che non ha mai dato via il culo gratis perché “everybody had to pay and pay, a hustle here a hustle there”.

Ma forse la più grande dote di Lou è quella di mettersi a nudo e denunciare le proprie debolezze. Nel suo primo album da solista (1972), nella magnifica Berlin, avvolta da un’atmosfera da fumoso e assonnato cabaret anni ’30, confessa: “You’re right and I’m wrong, You know I’m gonna miss you Now that you’re gone”. Nel suo più celebre pezzo, Perfect day, al termine di una giornata passata a bere sangria al parco con la persona amata, ti distrugge dicendo: “You made me forget myself, I thought I was someone else, someone good”. Non è un eroe, né tantomeno una figura edificante: confessa soltanto la sua vulnerabilità e chiede attenzione, anche se poi la rifiuterà. Come dimostra quello che forse è il suo più grande capolavoro, l’album Berlin (1973), che trasuda letteralmente dolore esistenziale, quello della protagonista Caroline, una creatura fredda e solitaria, pestata dal suo uomo e che non ha paura di morire.

Lou non era solo un poeta e un grande musicista, ma un artista totale. Oltre ad aver collaborato con David Bowie, Antony & the Johnsons, Patti Smith, più recentemente con i Metallica, era anche un talentuoso fotografo di immagini suggestive, e appena pochi anni fa aveva diretto un documentario su una cugina centenaria, Red Shirley (2010). Nelle interviste era scontroso, annoiato dalla banalità delle domande e dalla prevedibilità degli interlocutori. “Non ho un messaggio da dare, non voglio dare esempi”, diceva. Era tra i pochi a poter vantare diverse partecipazioni a film d’autore nei panni di se stesso, come Blue in the face (Wayne Wang, 1995), nel quale parla del suo rapporto con New York, del fumo e dei suoi occhiali.

Lou ha cantato New York nelle sue bassezze e nelle sue miserie come nessun altro, tanto da dedicare alla Grande Mela un intero album (1989): non si identifica col broker in limousine o con l’affarista di successo, ma con il piccolo ispanico che cresce nell’immondizia e nella violenza ai piedi della Statua dell’Intolleranza e che sogna di volare via da tutta quella disperazione.

Lou rappresentava nel bene e nel male la sua New York, ma soprattutto incarnava alla perfezione lo spirito avanguardistico e l’interesse per l’arte della sua città. A cominciare dal rapporto complesso col proprio mentore, Andy Warhol, negli anni d’oro della Factory di metà Sessanta, omaggiato affettuosamente assieme a Cale con il concept album Songs for Drella (1990); e poi le collaborazioni con Timothy Greenfield-Sanders, Bob Wilson e Julian Schnabel; la partecipazione a The artist is present (2012), in cui è uno dei tanti a sedersi e ad emozionarsi dinanzi a Marina Abramovic. Non a caso la sua ultima compagna è stata l’amatissima Laurie Anderson, con la quale ha più volte duettato. Soltanto chi ha avuto la fortuna e l’onore di vederli assieme sull’isola di San Giorgio a Venezia in una magica serata del 2002 può capire davvero quanto grande fosse come persona, prima che come rocker. Nel maggio scorso, Lou ha subito un trapianto di fegato. Ha resistito pochi mesi, tentando di tornare a lavorare. Ma non ce l’ha fatta. Lou Reed in realtà non morirà mai. Con le sue parole e la sua musica, resterà a lungo il nostro specchio, pronto a riflettere quello che siamo.

Giulio Brevetti

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Giulio Brevetti
Giulio Brevetti (Napoli, 1980), dottore di ricerca in Storia della Critica d’Arte, si occupa prevalentemente del dibattito storiografico tra Settecento e Ottocento. Ha studiato l’iconografia dei Borbone delle Due Sicilie e di Giuseppe Garibaldi, le tematiche risorgimentali nella pittura meridionale, il rapporto tra pittura e fotografia, nonché la cinematografia di autori quali De Sica, Fellini e Polanski. Ha collaborato alla realizzazione di mostre e al riallestimento di sale museali. Ha all’attivo diverse pubblicazioni in cataloghi e riviste specializzate. Scrive da anni articoli e recensioni di mostre e di cinema. In passato, ha collaborato con le testate “Exibart” e “Whipart”. È fotografo semiprofessionista e alcuni suoi scatti sono stati pubblicati su testi di rilevanza scientifica.
  • Monia

    Carissimo Giulio, prima di tutto complimenti per l’articolo e per tutti quelli che hai scritto (ho dato una rapida occhiata a tutti…). Si vede che scrivi benissimo e che questi articoli sono molto “sentiti”! Poi complimenti anche per i tuoi studi e per tutte queste belle passioni che vedo porti avanti da quasi 15 anni… se non di piu’! Un abbraccio dalla fredda Svizzera! Monia