Pubblicità, lo stile italiano: spot mediocri, per spettatori mediocri

Gli Italiani? Secondo i nostri pubblicitari sono un po’ lenti. Tanto che per farli innamorare di un prodotto occorre raccontaglierlo nel modo più banale. Ed ecco che il settore, in Italia, è tra i più scarsi al mondo. Un’analisi approfondita e due spot a confronto: uno italiano e uno brasiliano. Indovinate quale vince?

La cover dell'ultimo numero di Bill, diretta da Giuseppe Mazza

All’ultimo Festival Internazionale della Creatività di Cannes la pubblicità made in Italy ha vinto 19 Leoni e un Grand Prix, stabilendo il record di trofei vinti in un’edizione di Festival.
Tutto bene dunque? Insomma. Chele eccellenze creative italiane siano ancora un’oasi nel deserto è un fatto: in un Paese come il nostro la percentuale di campagne che comunicano in modo brillante e sorprendente è davvero molto bassa rispetto alla media internazionale. Del resto sono proprio altri Paesi a beccarsi il maggior  numero di trofei nelle  manifestazioni dedicate alla pubblicità. Ma perché l’Italia, che per secoli è stata la culla della creatività, nel campo della storia dell’arte, del design, della letteratura, non ha lasciato  la sua impronta anche nel mondo dell’advertising? Mai stata un modello, l’Italia. Mentre oltreconfine le Tv, i giornali, le radio, i siti web pullulano di spot ironici, spiazzanti, geniali, capaci di lasciare a bocca aperta il pubblico. E nel Bel Paese? Le boccehe restano spalancate, per lo più, a causa della noia. Spot soporiferi, banali, persino sciocchi.
Del tema si è occupato di recente Giuseppe Mazza, direttore creativo dell’agenzia Tita e direttore di Bill, una delle più importanti riviste di settore. E proprio sul nuovo numero del suo trimestrale uscirà a breve un articolo dal titolo Gli italiani non capiscono. Noi, abbiamo trovato un’anticipazione in rete. Il succo? La colpa di tanta mediocrità è di una classe dirigente, pubblicitaria e aziendale a dir poco mediocre, che giudica lo spettatore poco capace di comprendere e decifrare messaggi troppo creativi e originali. Insomma, gli italiani sarebbero poco svegli, destinati a sorbirsi spot poco brillanti.
Un esempio? Ne abbiamo scelti due, nel marasma di spot prodotti di recente. Uno italiano e uno brasiliano, messi a confronto: stessa tipologia di prodotto, per un risultato del tutto differente. L’accostamento è impietoso.

Spot Anador di Lowe Brasile, vincitore di un Gold Lion a Cannes. Si pubblicizza un prodotto farmaceutico contro il mal di testa; il concetto, che poi è un insight reale e molto forte è:  “tutto si trasforma in un mal di testa, quando hai mal di testa”.
Il prodotto non si vede mai, se non alla fine e solo per quattro secondi.  Tutto il resto è creatività pura, giocata sull’idea di un impossibile rewind e basata su un concetto esposto in modo intelligente: ecco come, in una condizione di malessere, gli stessi elementi banali che fanno parte della vita di un uomo possono causare ulteriore malessere. La realtà cambia, il mondo capovolto. La soluzione per rimettere le cose a posto? Una pasticca di Anador, naturalmente…

Spot Moment, agenzia Armando Testa. Qui il tema “mal di testa” sbuca fiori fin da subito, come per dire: “Il pubblico deve capire al volo qual è il problema che andiamo a risolvere”. Tutto si sviluppa nel modo più banale possibile: un ragazzo sta male, una ragazza tira fuori la pillola che lo cura. E poi la chicca, il nome di lei richiama il nome del prodotto: Molly, porge all’amico un “Moment – capsule molli”.
Dov’è la creatività? Quale concetto c’è alla base? Cosa si offre in più rispetto a una descrizione didascalica?
Immaginiamo la risposta che l’AD dell’azienda che produce il Moment avrebbe potuto dare, se lgi si fosse prospettato uno spot come quello brasiliano: “Troppo contorto. Abbiamo bisogno di una comunicazione più diretta. La gente non ci arriva. E il prodotto si vede poco”. E così la qualità scende e l’efficacia pure.

La cover dell'ultimo numero di Bill, diretta da Giuseppe Mazza
La cover dell’ultimo numero di Bill, diretta da Giuseppe Mazza

Non aggiungiamo altro e vi lasciamo leggere direttamente l’approfondita analisi di Mazza. Ma non prima di aggiungere un paio di parole di David Ogilvy, uno dei più famosi pubblicitari della storia che, proprio rispondendo a coloro che insinuavano una scarsa capacità di comprensione da parte del pubblico, così disse: “Il consumatore non è uno stupido. Il consumatore è tua moglie”.

L’Italia appare come una terra inospitale per l’advertising. Sintesi, semplicità di pensiero, umorismo leggero, imprevedibilità, orrore dei cliché e del ricatto sentimentale: nessuna di queste caratteristiche sembra appartenerle, e l’elenco potrebbe continuare.
C’è però un aspetto in particolare che separa questo paese dalla buona pubblicità, e non solo da quella. L’idea di pubblico. Per capirlo, basta osservare con attenzione nei break pubblicitari nostrani la lampante differenza tra gli spot prodotti all’estero e quelli invece realizzati in Italia. I primi sono spesso eleganti, di ottima fattura, non di rado divertenti, mentre dei secondi, quelli locali, quasi sempre si può dire solo il peggio o sbadigliare.
È evidente, sono stati pensati per platee diverse. Le campagne estere presuppongono cioè un pubblico del quale si teme il giudizio, il cui consenso va guadagnato. La pubblicità prodotta in Italia, invece, sembra pensata per un pubblico privo di strumenti, una massa passiva che non chiede originalità. Quello italiano risulta un pubblico che non capirebbe.
Non c’è pubblicitario italiano che non abbia incontrato sul suo cammino questo dogma, asserito nelle aziende e nelle agenzie come verità incontestabile, anche se in nessun altro paese occidentale si verifica questo continuo evocare casalinghe di Voghera, sciure marie e compatrioti minus habens.
Gli italiani non capiscono. Ecco la vera ideologia della nostra classe dirigente, l’unica nella quale tutti credano, che accomuna cioè non soltanto la stragrande maggioranza dei comunicatori, dei decisori di linguaggio, ma chiunque arrivi a occupare un posto di comando.
È lì che nasce la grande impostura: a chiedere un così brutto spettacolo sarebbe il suo stesso pubblico, il quale non accetterebbe nient’altro e anzi, non vedete?, approva consumando. Sarebbero cioè gli italiani stessi, i mandanti.
Bugia. Se così fosse, l’attuale calo di consumi avrebbe dovuto provocare più di un cambiamento. Davanti a un pubblico in fuga si dovrebbero cercare nuovi linguaggi, almeno un cambio di registro. Invece niente, neanche ora che le cose vanno male. Una sordità che dimostra quanto davvero ci si trovi davanti a uno schema ideologico.
No, la pubblicità è fatta da chi la produce, non da chi la riceve. È fatta da chi la crea, la commissiona, la firma. La decadenza della réclame italiana è semplicemente colpa della sua mediocre classe dirigente, pubblicitaria e aziendale, aggrappata al credo di un’audience poco sapiens per giustificare la propria modestia.
Attenzione, però. La rappresentazione perenne di una massa italiana che non capisce, e soprattutto: della quale chi parla non è parte, ha permeato ormai l’intera scena pubblica e assume le forme più diverse.
Quando per esempio si arriva a dire che la pubblicità sessista induce alla violenza sulle donne, non si fa che perpetuare questo schema. Si intreccia cioè la sacrosanta protesta contro la mancanza di civismo di quelle campagne con la visione paternalistica di un pubblico debole, influenzabile da qualunque stimolo. Difendendolo, lo si accusa d’essere privo di senno.
Quando più in generale si denuncia la pubblicità come forma di manipolazione, non si fa che descrivere implicitamente gli italiani come creta plasmabile. Alla nostra réclame vengono sempre ricordati i suoi doveri pedagogici. Il che è comprensibile, ma rivela anche il vizio di fondo, l’idea di gregge. Mai che si invochi più fantasia, più immaginazione, più dialogo tra pari.
Il fatto è che la visione dell’italiano che non capisce ha una lunga storia di potere, e certo non riguarda soltanto la pubblicità. A ripercorrerla, si può anche finire in piena Controriforma, a quel popolo per l’appunto “considerato come un gregge da mantenere docile o come un fanciullo destinato a non diventare mai adulto” al quale fornire “una cultura premasticata e innocua” (Adriano Prosperi).
Oggi questa visione antica è egemonica, accettata a destra come a sinistra. Giustifica la spazzatura per le masse, ma anche la produzione di “qualità” autoreferenziale per le élite. Spiega comodamente il consenso per Berlusconi, che sarebbe ottenuto grazie ai mass media turlupinatori, così come motiva le battaglie per il controllo della Rai, a loro volta ritenute cruciali per agire sull’opinione pubblica.
Vive persino nei discorsi di Grillo: “
Gli italiani guardano la televisione e le credono, non hanno anticorpi, pensano di vivere in una democrazia“. Esempio, quest’ultimo, di come l’ideologia dominante si sia ormai diffusa fino a toccare anche il singolo spettatore di un comizio, il quale, per il fatto stesso di ascoltare il comunicatore, in quel momento è tra chi capisce. Qui sì siamo all’unicità su scala mondiale. In quale democrazia la classe dirigente definisce i cittadini incapaci di essere liberi?
Durerà? Come spesso accade, il linguaggio pubblicitario lo saprà prima di altri. Ricordiamo un’intervista ad Ali Ali, grande firma dell’adv egiziano. Fu lui stesso a raccontare che prima della rivoluzione, quando proponeva le sue bellissime idee pubblicitarie, si sentiva rispondere dai clienti: “
Il consumatore è troppo stupido, non capirà”. E le proposte venivano bocciate. Quando però un giorno arrivano i moti di piazza Tahrir, la caduta di Mubarak e le elezioni, all’improvviso, quegli stessi clienti davanti alle proposte del nostro pubblicitario rispondevano: “Attento, i consumatori sono più in gamba di quanto si pensi”. (Giuseppe Mazza – Bill n° 07)

Gabriele Di Donato

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Gabriele Di Donato
Gabriele Di Donato (Chieti, 1975) ha una laurea in Flosofia e fa il copywriter. Ha lavorato nelle più importanti agenzie pubblicitarie italiane e ideato campagne che hanno ricevuto premi e riconoscimenti sia in Italia che all’estero. Dal 2010 svolge la sua professione a Roma, presso l’agenzia Young & Rubicam.
  • Marco Toffanello

    È vero!
    Il fatto è che si progetta pensando alla massa ed è risaputo che è stupida, mentre se progetta pensando alla persona, beh presa singolarmente è speciale e nessuno venderebbe un prodotto che non serve ad una persona speciale.
    Manca il senso di comunità e di responsabilità all’interno di essa. Quindi ogniuno pensa solo per se, per questo la publicità è noiosa e la gente apatica.

  • Particolarmente d’accordo sul fatto che la concezione del pubblico come minus habens parte in primo luogo dalla limitatezza mentale della classe dirigente: “Gli italiani non capiscono. Ecco la vera ideologia della nostra classe dirigente, l’unica nella quale tutti credano, che accomuna cioè non soltanto la stragrande maggioranza dei comunicatori, dei decisori di linguaggio, ma chiunque arrivi a occupare un posto di comando”. L’amara verità è proprio questa: che è la classe dirigente a non capire, a guardare con occhio vitreo ed elettroencefalogramma piatto qualsiasi proposta davvero originale e creativa (e non solo per quel che riguarda l’ambito pubblicitario). E siccome loro non capiscono, partono dal presupposto che chiunque altro non sarebbe in grado di comprendere e apprezzare.

    • Hei

      Pienamente d’accorso. Siamo noi a non capire e sono loro a volere qualcosa di diretto ed immediato. Non piacciono le cose contorte perché non sono dirette, istintive, animalesche.

    • Bag

      L’obbiettivo della pubblicità dev’essere quella di venderti un prodotto di cui hai un bisogno! non ad “invogliarti” a prendere un prodotto. La pubblicità moderna è ormai basata sull’ipocrisia e sull’inganno..Anche solo la scelta dei colori, degli slogan è ormai un argomento di studio e di riflessione da parte dei pubblicitari e psicologi. L’esempio di uno spot medicinale non poteva calzare più a pennello, se ti vendesserò merda non sarebbe più buona se la pubblicità fosse più carina. E se il popolo ( Italiano e non) non riesce a comprendere questo! e si affida a nient’altro che all’apparenza e ad una creatività voltata all’inganno, allora e solo allora può essere considerato un popolo stupido!

  • paolo rumi

    è proprio abbassando l’asticella continuamente e distruggendo la qualità della comunicazione pubblico che si è imposta una classe dirigente come quella attuale, formatasi con e grazie alla cattiva televisione.

    ricordate un aggettivo usato per la cattiva TV? nazionalpopolare.
    sa di nazismo, a leggerlo qualche anno dopo. e così è stato, fino ad avere un vicepresidente del Senato che definisce un Ministro della Repubblica “orango”.

  • bubi

    A me sembra che anche quello brasiliano non sia un granché….maschilista oltretutto

    • Chiara

      Io credo che lo spot brasiliano ricalchi qualche clichè, senza dubbio, ma lo fa con ironia e con un ritmo incalzante che sicuramente attira l’attenzione. Non lo trovo maschilista, semplicemente il protagonista è un uomo.
      E’ molto più sessista e gratuito il commento finale sulla bellezza di “Molly”, in un certo senso.
      Gli spot italiani utilizzano un umorismo basso, sono mediocri sotto tutti gli aspetti.

  • gp

    Ci indigniamo per la pubblicità banale. Ma poi tutti siamo pronti a difendere questo sistema culturale a spada tratta quando, ad esempio, si parla di arte. E anche su Artribune circolano quei nomi e quelle operazioni d’arte più imbarazzanti di questa pubblicità. Non si può dire in pubblico che tale artista è incompetente, vuoto impreparato, perchè circolano soldi, anzi bisogna spingere certi nomi che dietro hanno lo “sponsor”. Di fatto questo articolo critico su un’operazione pubblicitaria non sarebbe stato possibile farlo su Artribune se avesse riguardato un’operazione artistica. Forse oggi i pubblicitari si lamentano dello stato dell’arte in italia. Quindi inutile farci domande e meravigliarsi scioccamente. Facciamo tutti parte dello stesso sistema che mette un gruppo di persone circoscritto al comando di tutto in barba a qualsiasi competenza. e questo porta ovviamente ad un imbarbarimento visivo/culturale/della vita in ogni settore. Quindi se va bene nell’arte, (e nella politica, negli uffici, nei servizi) perchè non dovrebbe andar bene nella pubblicità?

  • è proprio grazie alla pubblicità, spesso brutta e mandata in quantità abominevole, che ho chiuso nella scatoa il televisore. Mi dispiace solo per certi polizieschi made in America che guardavo con piacere. Ma è proprio impossibile sopportare quegli “spot”.

  • Daniele

    Non vedo grande creativitá in nessuno dei due spot… e comunque non vedo la televisione da tre anni ed il mio cervello ringrazia, le immagini trasmettono solo emozioni lo scritto trasmette pensiero.

  • Ed io sostengo, invece, che il problema non sia del pubblico, ma dei pubblicitari. In fondo, non vale la teoria che la pubblicità crea il bisogno? Diamoci una svegliata! La verità è che la pubblicità, in Italia. non la segue più nessuno non perchè siamo un popolo di beceri (che in parte è vero) ma perchè i pubblicitari sono diventati una mandria di annoiati sterili. Dateci emozioni, dateci pensieri, dateci spunti creativi e le cose cambieranno. Osate…perchè questo è il tempo di osare, non di accomodarsi su una sedia. E’ questo che la gente vuole e brama, anche se non lo sa!

    • Nilton

      Il tuo commento è corretto ma -senza offesa- ingenuo.
      A volte tutto va bene, ma troppo spesso ti chiedi perché continuare a lottare internamente ed esternamente per proporre qualcosa di innovativo a chi non ha gli strumenti per capirlo ma sempre caso l’ultima parola: il cliente.
      Il discorso però è molto, molto più lungo.
      Ti consiglio di leggere il blog http://badavenue.wordpress.com (soprattutto i primi post: prima che diventasse la monnezza dell’advertising dimostrando che frustrazione viga nel settore).
      Ciao, Nilton

  • Gianzo

    Credo che si possa approfondire il discorso:

    Tutto ha inizio con l’assenza di meritocrazia.
    Quando i posti sono fissi per sempre, non serve fare di più.
    Se non serve fare di più, nessuno si espone con nuove idee lottando contro lo status quo chi non vuole rotture di scatole.
    Se nessuno si espone, tutto resta com’è.
    Se tutto resta com’è, bisognerà però giustificare in qualche modo la propria presenza. L’unico modo per dimostrare che si esiste (professionalmente) senza esporsi è criticando il lavoro degli altri, i pubblicitari, secondo i propri canoni.
    Il risultato, eccolo.

  • Valeria

    Il problema è che non ci si fida più del pubblicitario, che molto spesso non può esprimere la sua creatività a causa di clienti tuttologi che credono di essere più bravi di lui nell’ideare una campagna pubblicitaria e che fanno pressione, convinti che la propria banalissima idea sia vincente. E il pubblicitario non può dire che ognuno deve fare il suo mestiere, altrimenti il cliente prima si offende e poi cambia agenzia, perché qualcuno che lo accontenti nel realizzare la sua idea mediocre lo si trova sempre.

  • Aggiungo che di creativi giovani e bravi ne è pieno il mondo e ne è piena anche l’Italia. La verità è che molto spesso le loro idee non escono dalle agenzia. Gli stessi direttori creativi spesso finiscono per avvilirsi e appiattarsi in una dimensione del tutto “client oriented” e cassano sul nascere proposte che a loro avviso il cliente “non capirebbe”. Quest’ultimo poi interviene a cassare quello che, sempre a suo avviso, il pubblico “non capirebbe”. Da questo processo di filtraggio, in cui tutti sono convinti di capire cosa non capiscono tutti gli altri, alla fine escono fuori delle pubblicità che non sono altro che la versione video del brief fornito dal cliente. Alla fine poi, gli stessi giovani creativi e brillanti finiscono per spegnersi spinti a volare bassi dal livello dell’asticella degli standard con cui si misurano ogni giorno. Per quanto riguarda Molly invece… http://telemettoinquelpost.blogspot.it/2011/03/barcolli-ma-non-molly-il-grado-zero.html

  • Checolori

    Il problema parte dal mio punto di vista sempre dalla formazione. Nelle aziende italiane e in modo particolare nella Piccola Media Impresa Italiana si confonde il marketing con l’advertising con il lavoro del commerciale. E quando la realizzazione della parte creativa viene esternalizzata allora diventa un divertente conflitto confronto tra chi non capisce una fava di inquadrature, tagli, narratività, semiotica, semiotica dell’immagine, lettura di sceneggiature e chi è abituato a confrontarsi con fotogrammi, riprese, tempi di recitazione e software di montaggio.
    L’asticella si abbassa anche nel momento in cui una piccola media impresa che fattura 13 milioni di euro all’anno si lamenta per 300 euro in più in un preventivo per un commercial. Quando quei 300 euro sono per la truccatrice.
    C’è troppa presunzione negli uffici marketing delle aziende italiane.
    E fare pubblicità video ha i suoi costi.
    Le più belle e grasse risate me le sono fatte nel momento in cui per 3 mila, 4 mila euro clienti chiedevano video pubblicitari virali capaci di raccattare migliaia di visualizzazioni in youtube senza un centesimo da usare per la diffusione.
    Questa è la nostra tanto decantata e difesa Piccola (piccolissima) Media Impresa Italiana.
    La PMI degli anni 60 aveva una grandissima capacità sapeva fare comunicazione, si affidava agli esperti, stanziava cifre più altre e sapeva raggrupparsi per generare e creare Marchi.

    • creativo gggiovane

      “Le più belle e grasse risate me le sono fatte nel momento in cui per 3 mila, 4 mila euro clienti chiedevano video pubblicitari virali capaci di raccattare migliaia di visualizzazioni in youtube senza un centesimo da usare per la diffusione.”

      Eh, già, ma chi gliel’ha messa in testa, alle piccole, medie e grandi imprese, sta stronza idea dei mitici video “virali” e dei loro effetti taumaturgici? Io le ho viste e le vedo, le scimmiette saltellanti, che vogliono sentirsi gggiovani, moderni e internescional: “I VAIRAL, I VAIRAL, I VAIRAL!!!” Cioè, ok l’arretratezza del marketing, ma anche noi agenzie italiane, quando giochiamo a fare quelli “troppo avanti”, abbiamo la nostra bella dose di responsabilità, in questo sfacelo generale. O no?

      • Checolori

        Ovvio nel nostro settore c’è stata e c’è speculazione. C’è stato chi ha promesso la luna pur di farsi i soldi per le vacanze. Ci sono sciacalli che per networking e per triangolare domanda e offerta pretendono il 33%-35% (in Inghilterra oltre ad essere considerato illegale è un atteggiamento che ti metterebbe alla porta).
        Io però continuo a non capire perché in Italia l’amministratore delegato (come dice sotto Francesca P.) si pone come esperto creativo, quando all’Estero ho visto rapporti diversi e vanno oltre le valutazione valutazioni del testo e dello storyboard e si affidano a metodi di valutazione (per i testi) con gruppi di lettura e visione degli storyboard Sketch.

        • creativo gggiovane

          Non sono contrario alla valutazioni del testo tramite test. Fatte bene, possono servire. Un’altra cosa che in Italia manca totalmente è il lavoro strategico PRIMA del brief. Un minimo di ricerca e di pensiero tra cliente e account su cui costruire il brief. Niente di niente, il brief ormai si fa con la fotocopiatrice. Anzi, sempre più spesso lo si fa DOPO aver visto le prime proposte dell’agenzia. Ripeto, DOPO. “Eh, sai, il cliente capisce cosa vuole solo quando vede quello che gli portiamo.” Anche così, si arriva al piattume generale.

          • Checolori

            Assolutamente. Sempre prima il test!
            A meno che poi non lo si faccia dopo come ha fatto
            Apple con l’ultimo film di Tarkovskij!
            Perdona il sarcasmo.
            Concordo con quello che dici sul lavoro strategico prima del Brief perché poi ti capitano lavori nella migliore delle ipotesi dove il prodotto è un detersivo, il video è per il pre-roll e il target donne casalinghe 50/70.
            Oppure nella peggiore delle ipotesi Target Donna 16-80 anni.

  • Cristiana Curti

    Perché questo argomento – che non è di tutti i giorni – ha scatenato finalmente una serie di commenti intelligenti, acuti, interessanti, civili, intriganti e infine fortemente portati al dialogo? Che i fans dell’advertising siano più intelligenti, acuti, interessanti, civili, intriganti e infine fortemente portati al dialogo di quelli dell’arte visiva aulicissima?

    • parole al vento6

      Cristina una delle differenze è sicuramente quella che in pubblicità non è volgare parlare di soldi, anzi il vendersi e il vendere è il soggetto dell’attività creativa senza alcuna malizia e fraintendimento. Nell’ambito artistico specialmente italiano (ma anche spagnolo, greco, portoghese ecc.) si contrappongono poi due blocchi fondamentali (perdonate la generalizzazione i blocchi sono molto più complessi e numerosi): gli artisti emersi negli anni 90 e quelli che si sono formati alla luce di quei nuovi “maestri” che sembravano arricchirsi velocemente e realizzarsi a giovane età; e quelli che si sono formati nella vecchia accademia (che esiste ancora), convinti ed educati ad aspettare il proprio turno, a venerare il maestro senza se e senza ma….ecc. Queste due posizioni sono inconciliabili e si scontrano regolarmente su queste schermate di commentario. Aggiungici che quella del pubblicitario è una professione remunerata e quella dell’artista lo è ma solo per pochi (si può definire professione oggi?), gli altri hanno un secondo lavoro o sono benestanti.

  • Andrea

    Bellissimo articolo, veramente acuto, così come i commenti di risposta.

    Quale può essere la soluzione?

    Alimentiamo il dibattito, il tema è importantissimo!

    • Checolori

      1. i rapporti sono troppo sbilanciati a favore del marketing/account all’interno delle aziende italiane;
      2. le azienda piccola/media straniera investe cifre considerevoli nell’advertising per fare brand reputation;
      3. Le continui ad investire cifre ridicole in advertising non vendi il tuo prodotto neanche alla merceria sotto casa, ma forse alla PMI italiana fa piacere questo monopolio/rionalità dei prodotti a carattere regionale?

      L’unica cosa è trovare un modo per incentivare le aziende ad assumere figure PRATICHE E TEAM di advertiser.
      Evitare che il servizio venga esternalizzato.
      A livello istituzionale dovrebbero esistere strutture di professionisti che suggeriscano percorsi per una comunicazione da terzo millennio per i capi di ventura della PiccolaMediaImpresaItaliana.
      Il problema dell’Italia è che non ci sono le premesse per fare comunicazione.
      Il caso del turismo è singolare, se analizziamo la comunicazione online del turismo italiano è singolare (per strada manca l’elementare cartellonistica informativa per i monumenti). Abbiamo una legge sui beni archeologici dove si tutela ancora in modo ortodosso il diritto di immagine con fee alle sovrintendente da gabelle medioevali in un mondo in cui è la sovraesposizione d’immagine che crea indotto turistico.

  • Sandro

    Il motivo è l’Abitudine da ambo i lati: l’uno riceve banalità, l’altro opera in un mercato di “concorrenza sleale” spesso finanziato dallo “stato” complice.
    Se come imprenditore non rischio al 100% in un mercato realmente concorrenziale e ho abituato il gregge all’erba tossica, perché dovrei cambiare strategia? Meglio un dolce tracollo che un grosso rischio personale.
    Tanto il singolo “manager” si salva sempre.
    Per questo credo che lo sforzo del risveglio spetti al gregge.

  • parole al vento6

    La domanda sorge spontanea e forse questa non è la sede:
    Un risveglio autonomo del gregge è possibile? Stiamo vedendo in giro per il mondo una serie di risvegli o risorgimenti. Il tempo passa e i cadaveri si ammassano sulle barricate e scopriamo sempre più spesso che il risveglio è stato veicolato, finanziato, sostenuto da entità esterne con ben chiari obiettivi (spesso di natura economica). Una sorta di apoteosi dell’operazione virale, molto più efficace però perchè basata su reali problemi e necessità e non su bisogni artificiali.

    • Andrea

      Mi sembrano parole un po’ vaghe, puoi essere più preciso?

  • Francesca P.

    Condivido l’articolo e sono d’accordo. E’ vero, noi siamo molto indietro, ma non si prende in considerazione un aspetto FONDAMENTALE: il CLIENTE.
    Lavoro in un’agenzia di pubblicità e molto spesso la creatività è completamente messa da parte perchè il cliente QUASI SEMPRE si pone come esperto creativo in grado di dare indicazioni (a suo dire chiare e impattanti).
    In questo modo non solo la creatività è messa da parte ma anche le logiche di comunicazione.
    Ok la massa idiota…ma è la stessa massa che ricopre ruoli come: direttore commerciale, amministratore delegato ecc..che ha l’ultima parola…purtroppo.

  • Radda

    Amaramente, col tempo e l’esperienza, ho smesso di condividere questa visione. Di quanto stupidi siano gli Italiani te ne rendi conto quando presenti al cliente, che è il primo a non capire. L’articolo secondo me nel finale fornisce prove per la contro tesi: se in Italia 2 consumatori su 3 hanno votato Berlusconi o Grillo, significa che sono proprio i messaggi semplici, banali e superficiali quelli che pagano, quelli che sono realmente capaci di condizionare scelte e comportamenti. Ovviamente questo è un discorso estremamente generico, le cose differiscono molto fra la nostra generazione e la precedente, come fra nord e sud o fra grandi città e piccoli centri. Se il tuo target è di un certo tipo, creatività e qualità pagano sicuramente, ma quando vendi analgesici e politici con la stupidità diffusa devi farci i conti.

    • Andrea

      Condivido…

  • marco

    ah che bello, glorificare le parole di uno dei pionieri dell’appiattimento culturale della comunicazione… fantastico, perché non dite che tipi di figuri americani giravano per le assemblee di industriali dagli anni 50 in poi…

  • stefano

    Tempo fa chiedevo ai miei studenti:
    – Avete presente la pubblicità dell’auto che si trasforma in robot e si mette a ballare?
    -Siii!
    -Figa!
    -Bellissima
    Figatona…

    -Bella vero? Di che auto si tratta?
    -Aspè! è una giapponese…
    -No! è una Ford mi sembra, no Citroen… no.. fiat no sicuro!

    Che dire, queste nuove capsule di Moment sono molli anzichè dure e me lo ricordo bene, ma quell’altra cosa, quella cosa che questa è tua moglie, no tua figlia no il tuo capo ecc. A sì ho il mal di testa.

    Siamo qua per vendere roba, non per fare cinema.
    Buonasera

    • Vlad

      Si e poi -parlando sempre di Moment- magari si punta anche sul doppio packaging da 36 e 6 pillole… con le due amiche fuori la farmacia.
      Non stiamo confondendo l’esasperazione della tecnica vfx con un altro discorso di natura narrativa?

      • Vlad

        Vendiamo forbici ai creativi uomini del marketing e del packaging della Moment
        per tagliare la striscia da 36 e portarla in borsa?

  • Le domande fondamentali per decidere il tipo di pubblicità sono:

    -Quale è il mio pubblico?
    -Cosa ha valore per lui?
    -Cosa voglio ottenere?

  • Il problema, secondo me, è sempre lo stesso.
    Che si parli di campagne pubblicitarie, di mostre, di artisti, di arte, di design, etc…in Italia ci siamo dimenticati che la creatività deve suscitare emozioni.
    Un bel dipinto o una bella pubblicità è tale se mi fornisce emozioni, belle o brutte che siano. Deve farmi sognare, immaginare, innamorare, rilassare, ma potrebbe anche farmi incazzare, indignare, desiderare di vendicare le ingiustizie.
    Gli artisti, i pubblicitari, i designer sono creatori di emozioni e “stimolatori” di sentimenti, altrimenti sono semplicemente dei lavoratori magari bravi, ma non dei creativi.
    Credo che in Italia ci siano più “impiegati” nelle professioni creative che creativi veri!

  • Jimmycarterisback

    Danno premi anche alle pubblicità?

  • save

    almeno abbiamo meno gente che lavora in quella pseudo categoria di lavoro chiamata marketing..

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  • Alex

    che stupidaggini, secondo me la maggior parte degli italiani sono più recettivi di quanto non crediate voi e i pubblicitari. Di fatti la maggior parte delle persone che conosco non si curano della pubblicità o perchè la trovano stupida o perchè si sentono presi in giro. Lo sapete che vi dico cari pubblicitari italiani, siete mediocri proprio perchè ragionate in questo modo. Siete convinti di realizzare spot adatti al vostro pubblico senza sapere che il 90% di loro si disinteressano agli spot proprio perchè mediocri. A essere lenti siete voi, lenti a rinnovarvi.

  • ciao

    il guaio è che non solo gli spot ma anche i film hanno questo stile