Villa Carpegna – Fondazione La Quadriennale di Roma
9 luglio 2013 – ore 21

Biennale di Venezia, un mese e mezzo dopo. Opening sempre affollatissimo, lo scorso maggio, e un’atmosfera particolarmente vibrante, positiva. Diciamo pure entusiasta. Perché sì, è abbastanza incontestabile: la Biennale di Massimiliano Gioni è piaciuta. Ad alcuni di più, ad altri di meno, chi con qualche dubbio residuo, chi assolutamente sedotto, ma nel complesso l’esperimento del Palazzo Enciclopedico ha funzionato. E anche gli scettici, alla fine, non hanno potuto non ammettere che – critiche a parte – lo stimolo a riflettere, a farsi qualche domanda in più, a lasciarsi coinvolgere, è stato forte. Nella piattezza del momento, un segnale che è già un successo.
Dibattito dunque immediatamente decollato, quello attorno alla 55° Esposizione d’Arte di Venezia, fin dai giorni del’inaugurazione e poi subito dopo, nell’immediata overdose di articoli e approfondimenti; per proseguire, ancora adesso, con una bella discussione corale, tenutasi a Roma il 9 luglio, su iniziativa della Quadriennale. Un incontro che mancava, e che nella distanza di un tempo lungo e di una riflessione a freddo, ha provato a tirare le somme. Rilanciando questioni fondanti, sula scia di prospettive possibili.

Il talk, primo vero momento di confronto pubbico sul tema, in Italia, vedeva riuniti Cecilia Canziani, Guglielmo Gigliotti, Alfredo Pirri, Bartolomeo Pietromarchi, Paola Ugolini, Luca Lo Pinto, Stefano Chiodi, Elena Del Drago, con Ludovico Pratesi nel ruolo di moderatore.
Un’ora e mezza di domande, visioni critiche, analisi della scena attuale e ricognizioni storiche, echi, rimandi, raffronti, suggestioni. Un movimento di sguardi incrociati, in cui provare a leggere l’evoluzione delle cose: il ruolo di una biennale, quello dei musei, le nuove estetiche e le vecchie dimensioni politiche, il pubblico, la critica, l’artista e lo spettatore, e un sistema che cambia, un’Italia che si ferma, un’idea dell’arte da costruire, monitorare, nutrire di intuizioni, nel tempo della crisi che annuncia, forse, prossime rivoluzioni.
Passata per bene al setaccio, la Biennale progettata da Gioni viene ad esempio “salvata” da Pirri, per quel suo tentativo di porre una questione chiara intorno al ruolo odierno dell’opera d’arte rispetto alla realtà, al trasmutare dei sistemi e degli eventi, e alla determinazione di una consapevolezza: può un’opera, in quanto attivatore di senso, mutare il mondo? Può essa diventare forza magica, porta, passaggio? Gioni prova a rispondere positivamente e lo fa mettendo in campo autori come Jung o Steiner. Collacandosi, secondo l’intensa analisi di Pirri, sulla linea tracciata già ne 1960 da Merleau Ponty ne L’occhio e lo spirito, quando il filosofo legava la questione della visione a quella del corpo e dei corpi: “… Non quel corpo possibile, che è lecito definire una macchina dell’informazione, ma questo corpo effettuale, che chiamo mio, la sentinella che vigila silenziosa sotto le mie parole e sotto le mie azioni. Bisogna che insieme al mio corpo si risveglino i corpi associati, degli altri”. Questa Biennale parlerebbe dunque ai corpi e attraverso di essi, in una pluralità di prospettive non convenzionali che possano condurre a una dimensione magica, evocativa, di senso e di comunità, come in un rito di passaggio. Il risultato? Non del tutto centrato. Alla fine, dentro questa grande macchina dell’evocazione, è l’opera a mancare, probabilmente.  “Non ne ricordo nemmeno una”, conclude Pirri. “Cosa che forse accade in tutte le grandi mostre. E allora la domanda è: che cos’è una grande mostra?”.

Harald Szeemann
Harald Szeemann

E nel dibattito che si complica e si arricchisce, Stefano Chiodi, a proposito di mostre e di musei, suppone che questa Biennale racconti, come tante grandi kermesse internazionali d’oggi, un nuovo modello destinato a imporsi, con forza: mentre i musei si “mostrificano” e le mostre si “museificano” progressivamente, si profila un ibrido tra il vecchio spazio istituzionale dedito alla conservazione e le tipiche esposizioni orientate alla sperimentazione. Una terza via, che probabilmente è il futuro. Il modello di questa mostra veneziana, secondo Chiodi? Tutto partirebbe da Harad Szeeman, dal suo progetto utopico di rifondazione e ricapitolazione della civiltà moderna, rileggendo “contropelo” la storia del modernismo e cercando una continuità culturale europea dopo il disastro del nazismo. Un progetto che Gioni avrebbe in qualche modo ripreso, ma depoliticizzandolo e dunque depotenziandolo, se pur con grande finezza.
Gioni, al centro del dibattito, sempre. Un curatore troppo presente per alcuni, regista di un’architettura espositiva iper controllata ed invasiva, da cui le opere scompaiono in favore del suo pensiero; e un curatore troppo assente per altri, laddove ad avanzare è il racconto, descritto dagli outsider e dai non-artisti, non vagliati dalla critica.
E mentre Luca Lo Pinto, avanzando le sue riflessioni, cita su questo punto Boris Groys (“Il curatore può esporre ma non ha l’abilità magica di trasformare cioè che non è arte in arte attraverso l’atto del display. Questo potere secondo le convenzioni culturali correnti appartiene solamente all’artista”), parte un secondo giro, dove si parla anche di scontro tra tecnica e utopia, di scena artistica e culturale in Italia e, inevitabilmente, di Padiglione Italia…
Una conversazione con non pochi spunti interessanti, sicuramente da ascoltare. Mettersi comodi dunque, e magari prendere qualche nota. Per chi non c’era, Artribune Television c’è. E il dibattito prosegue.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • savino marseglia

    si potrebbe rispondere: che cosa è uscito ti tanto nuovo, ammirevole e rivoluzionario da quest’ennesima biennale luna park ?

    Forse sono aumentati i turisti?

    • premesso che nt.comon sono d’accordo con quanto il filmato della quadriennale propone come il punto di vista dei curatori critici,ecc., ed il loro ruolo di “creatori”, questa biennale ha affrontato il tema culturale fondamentale: il novecento non è stato capito, perché si è propagandata e sostenuta un’idea razionalistico-illuminista dell’arte e con ciostesso dlla cultura occidentale, e ciò proprio da parte di curatori, critici, ecc.. gioni ha fatto incursione in un territorio nuovo della definizione d’arte. e questo è un fatto molto importante. ed è però anche vero che l’arte si lega al dire, e- per non lasciare dirsi dal sistema dell’arte – forse gli artisti dovrebbero imparare a dire, ad avere cioè idee non solo per immagini, ma anche consapevolmente legate all’espressione linguistica della parola e del concetto.

      • SAVINO MARSEGLIA (critico ad’arte sui generis)

        A chi tocca discutere su questa Biennale di Venezia, parlare di feticci d’arte? Ai curatori guaritori di ectoplasmi ammuffiti, ai critici depositari di mode artistiche; agli studiosi e filosofi assenti; ai collezionisti e galleristi di feticci addomesticati al mercato finanziario dell’arte.

        Senza dubbio ai poeti? Per carità! Ma dico, anche all’uomo qualunque e a digiuno d’arte, naturalmente. E gli artisti vivi, biennalizzati e padiglionatizzati non si esprimono sull’argomento? Mi sbaglio, ma non sono stati loro a depositare, in lungo e largo tutti questi feticci in laguna?

        E’ significativo che questi artisti vivi siano oggi rivendicati e difesi da curatori-guaritori, cioè proprio da coloro che dovrebbero incarnare la vita nell’arte e non la morte dell’arte.

  • pneumatici michelin

    divertenti gli interventi di Pirri: prima legge un vecchio testo della fenomenologia e poi dice che questo matto che faceva le bambole deve tutto a Hitchcock: quindi altro che naif ! qua siamo in piena suspense! :))

  • Non vedo cosa ci sia di sperimentale in questa biennale! Ripropone l’ennesima sfumatura di Szeeman….è piaciuta più di altre perchè si focalizza bene su una MODA di questi ultimi anni, che piace molto….e quindi il “gioco dell’archeologo” che viene fatto da artisti e curatori…chiamatela come volete, operazione nostalgia, sindrome arrendevole…a volte rivitalizzata da incursioni nel presente…

    io mi sono stancato di questo video al minuto numero 10…è veramente pesantissimo…dibattito sempre molto protetto dalle mura del museo e sempre molto autoreferenziale….addetti ai lavori che si autoinvitano a parlare…

    Sottolineo che si parla di Gioni e della sua biennale, e della sua opera…come se ci fosse un solo artista -gioni- e una sola opera- la sua biennale- questo dice tutto…ma provate a pensare agli ultimi tre Padiglioni Italia…fate prima a dire i nomi dei curatori o degli artisti???? La risposta è “dei curatori”….e anche questo dice tutto!

    Indiana Gioni’s e la Biennale di Venezia 6
    http://whlr.blogspot.it/2013/06/la-biennale-dellantiquariato-la-mostra.html

  • .

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    Articolo
    scritto da Roberto Scala.

    La
    55° Esposizione Internazionale d’Arte in Venezia , si è
    inaugurata il 29 – 30 e 31 maggio per la stampa, dal 1°giugno al
    24 novembre 2013 è stata aperta al pubblico dai Giardini e
    all’Arsenale e allargata in vari luoghi e spazi di Venezia.

    Il
    titolo scelto dal direttore Massimiliano Gioni per la 55° Biennale
    Internazionale di Venezia è “Il Palazzo Enciclopedico”

    La
    Biennale d’Arte si propone ancora una volta nella doppia forma come
    una grande Mostra internazionale diretta da un curatore esperto e di
    qualità.

    Paolo
    Baratta ha introdotto anche questa volta la 55° Esposizione
    Internazionale d’Arte, ricordando che i padiglioni dei paesi sono
    una caratteristica molto importante della Biennale di Venezia , ha
    definito questa Biennale una mostra volta alla sperimentazione e alla
    ricerca dell’entità.

    Il
    modello stesso delle esposizioni biennale nasce dal desiderio di
    concentrare in un’unico luogo gli infiniti mondi dell’arte
    contemporanea. Masimiliano Gioni è il direttore coi suoi 40 anni è
    il più giovane nella storia dell’istituzione.

    I
    Leoni d’oro alla carriera sono stati attribuiti con cerimonia di
    consegna il primo giugno ai Giardini e all’Arsenale all’artista
    austriaca Maria Lassnig e all’artista italiana dell’Arte Povera
    Marisa Merz.

    La
    formula mi sembra interessante, soprattutto per i nuovi padiglioni
    presenti per la prima volta come Angola, Bahamas, Regno del Bahrain,
    Repubblica della Costa d’Avorio, Repubblica del Kosovo, Kuwait,
    Galles, Maldive, Paraguay e Tuvalu per un totale di 88 partecipazioni
    nazionali. Inoltre da rimarcare la presenza sia della Santa Sede,
    degli Emirati Arabi e del Sudafrica.

    Il
    Padiglione Italia che è stato posizionato all’Arsenale e curato da
    Bartolomeo Pietromarchi con una mostra dal titolo “Vice Versa” ci
    propone in questa edizione un Padiglione Italia ben rappresentato e
    intelligentemente impostato sul raffronto e il confronto tra gli
    artisti.

    Le
    opere di Ghirri , Vitone , Arena , Favelli , Maloberti , Paolini,
    Tirelli , Bartolini , Grilli, Benassi , Barucchello, Xhafa, devo
    segnalare per l’opera altamente concettuale di Piero Golia nei
    giardini del padiglione, l’opera si presenterà, appunto, come un
    cubo in cemento, piuttosto poroso e dunque, relativamente friabile.
    La caratteristica di questa malta del tutto inedita, nella colata di
    cemento infatti l’artista ha disciolto nell’impasto di acqua e
    pozzolana con un considerevole quantitativo di polvere d’oro, per un
    controvalore superiore ai 60mila euro da rappresentare un monolite
    grigio, ma venato di dorature che risplendono al sole.
    L’altro artista Fabio Mauri
    scomparso nel maggio del 2009, presenta la performance del 1973 dal
    titolo Ideologia e natura, dove una giovane ragazza vestita in divisa
    fascista , si spoglia lentamente e si riveste con un ritmo scandito
    da un metronomo.

    Questa
    simbologia pone lo spettature a domandarsi quale il nesso con l’opera
    d’arte, il proprio pudore di rimanere fermo ad osservare le fasi e i
    movimenti della modella.

    Ecco finalmente il tanto discusso e atteso Padiglione della Santa
    Sede , splendidamente rappresentato da Studio Azzurro , il fotografo
    Kudelka e l’artista Lawrence Carrol.

    Il
    padiglione centrale si apre con una raccolta di visioni introdotte
    dal Libro Rosso di Carl Gustav Jung, esposto in una teca all’ingresso
    del padiglione, un manoscritto illustrato al quale il celebre
    psicologo lavorò per più di sedici anni, da cui derivano gli
    assemblaggi di Shinro Ohtake fino ai volumi di Xul Solar. Cosi
    assiste a una rappresentazione di spettri, spiritualismi, occultismi
    che furono propri del primo novecento e che oggi sono ridiventati di
    moda, si pensi appunto ai libri di Rudolf Steiner che di nuovo
    occupano interi scaffali nelle librerie.

    L’artista cinese Ai Weiwei per la Biennale presenta
    una selva di vecchi sgabelli a tre gambe considerati ora reperti
    archeologici ma molto usati un tempo nella Cina fino alla rivoluzione
    cinese del 1966. Colpisce molto la struttura concentrica
    dell’installazione, la cui crescita ricorda gli organismi che si
    diffondono in questo mondo ma è anche una metafora dell’individuo
    costretto alla crescita espansiva di un mondo che cresce a dismisura.
    In ognuno di questi sgabelli sembra comunque dirci Ai Weiwei c’è
    una storia personale di ogni individuo le sue sofferenze, i suoi
    racconti e le sue ansie.

    Ancora
    questa volta la Biennale rifiuta gli artisti del gruppo della Mail
    Art opere realizzate con fantasie ed estro da oltre 800 artisti che
    spediscono in tutto il mondo il loro messaggio di essere apparire e
    fare arte.

    Devo
    segnalare un evento parallelo del Padiglione Tibet in quale non è
    stato incluso all’interno della Biennale , ma è stato organizzato e
    curato da Ruggero Maggi che a visto oltre 50 artisti esporre i suoi
    lavori a forma di Mandala presso la Santa Marta Congressi di Venezia
    fino al 7 settembre del 2013.

    Roberto Scala .