Una Biennale che ridiscute e celebra il senso della storia, mischiando il presente col passato; una mostra che unisce realtà e utopia, impulso visionario e spinta pragmatica verso la costruzione; un progetto che insegue un’idea di verità, declinata lungo i sentieri più nascosti dell’esistenza: il sentimento del sacro, il rapporto viscerale col corpo e con la natura, la contemplazione del sé, la magia e il misticismo; e ancora antropologia, filosofia, esoterismo, letteratura, psicanalisi. Il Palazzo Enciclopedico di Massimiliano Gioni punta tutto su una scommessa: concepire una Biennale come un compendio per immagini dell’infinita avventura spirituale e intellettuale dell’uomo. E farlo per sfida, forse anche per una sottile provocazione: in un tempo di macerie e di maniera la salvezza sta, probabilmente, nel recupero di una certa dimensione autentica, oltre i cliché, oltre le divisioni, oltre le mode e i recinti rassicuranti, oltre gli steccati storici, generazionali, linguistici, politici. La vera questione politica, per Gioni? Ridiscutere la divisione – presunta – tra ciò che è dentro e ciò che è fuori, tra cosa è sistema e cosa non lo è ancora o non lo è stato mai, né mai lo diventerà. E capire, infine, che è la realtà tutta, nella sua molteplicità di voci e di risorse, a essere linfa per l’arte contemporanea, quando tutta l’arte diventa contemporanea rispetto a un passato che la completa e la reinventa, in una ideale coesistenza di tempi e di luoghi.

Ed eccola la mostra di Gioni, coraggiosa, rischiosa, inusuale, suddivisa tra il padiglione centrale ai Giardini e le Corderie (queste ultime modificate nella struttura, sacrificando l’originale infilata di ambienti regolari in favore di una architettura dinamica di stanze artificiali): una intensa commistione di artisti giovani e di maestri, di figure storicizzate e di insospettabili outsider, di professionisti e di autodidatti, di artisti, visionari, maghi, profeti, folli, artigiani, archivisti, ricercatori, studiosi, poeti, psicanalisti e straordinari dilettanti. Tutti, nell’armonico non sense di una storia che si eccede e si capovolge, chiamati a porgere racconti: i propri, biografici e quotidiani, e quelli di un inevitabile doppio onirico, fantastico, poetico. Il Palazzo Enciclopedico, archivio infinito e dunque impossibile – ma proprio per questo vivissimo, tra passato, presente e futuro – è in fondo un grande, bellissimo teatro della differenza, che porta in scena una trama di archetipi, sogni, segni, forme ed illusioni. Il direttore della 55° Biennale di Venezia racconta tutto questo ad Artribune. Sullo sfondo c’è l’immagine d’apertura, che è la stessa posta all’inizio del percorso all’Arsenale: quell’edificio mai esistito, immaginato dall’illustre sconosciuto Marino Auriti, in cui avrebbe dovuto trovare posto tutta la bellezza del mondo. Un museo monumentale in forma di enciclopedia architettonica, per celebrare, in 36 piani e 700 metri d’altezza, l’abbagliante avventura dell’arte e della conoscenza. Tra narrazioni utopiche, visioni intrepide e fallimenti necessari.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • vincenzo

    Davvero ottima idea, peccato, una critica se proprio bisogna farla è all’idea, troppo omologante ed un pò egocentrica, l’artista sparisce e Gioni vince.

  • Eliphas Levi

    Helga scusami solo in piccolo appunto :
    Secondo me la mostra corrisponde a quello che dici
    Ma direi anche che é un enciclopedia sbilanciata
    Sul lato dell’irrazionale e che la “spinta pragmatica
    alla Costruzione” non ci sia , per non parlare della politica
    e delL’economia. La mostra é finalmente bella dopo
    Tante Biennali noiose e fredde ma é anche un divertente
    Intattenimento : nessuno ha visto per davvero
    My Demon brother nella sala di Crowley

  • Forse hai ragione. Ma io penso che l’utopia sia il motore di ogni costruzione. Sul piano dell’immaginazione magari, col rischio del fallimento, per l’appunto. Ma è proprio quella spinta che conduce verso il superamento… Dunque non c’è immobilismo, anzi, tutto il contrario. E se ci pensi… Il Palazzo Enciclopedico di Auriti non è mai stato edificato, è vero. Però, a distanza di tempo e con altri esiti, ha contrubuito a edificare questa biennale. Da un progetto architettonico folle ed impossibile è nato, in qualche modo, un grande progetto espositivo. Peccato che Auriti non lo saprà mai… :)

  • Vincenzo, quanto al tuo commento, devo dirti che non sono d’accordo: gli artisti emergevano eccome. Allestimento perfetto e accostamenti fortissimi. Gioni ha fatto il mestiere suo. Non c’entra l’ego… Ha raccontato una storia, ha offerto uan prosoettiva (e meno male), ma non ha affatto sacrificato le opere, che dal racconto sono state invece nobilitate e arricchite.

  • vincenzo

    non ho visto la mostra che sarà sicuramente bellissima, ma mi riferivo all’idea, che trovo tristemente omologante, ovvero non va contro nessuna gerarchia, rispecchia semplicemente il nostro mondo globalizzato, questo Gioni non lo dice, da grande paraculo quale è, per il resto sono contento che Gioni abbia fatto bene il suo lavoro, ma non mi venga a dire che lui non rispetta le gerarchie…. di un sistema, di cui lui è certamente una star ormai istituzionalizzata.

  • Questa intervista racconta bene quello che è questa Biennale. “chi ha diritto di stare dentro e chi ha diritto di stare fuori”. Quello che non condivido è questo confine, non esiste più dentro e fuori. Il dentro rischia solo di proteggere l’artista e indebolirlo. Questo per gli artisti contemporanei. Per la rilettura storica è un altro discorso. Invito al secondo post di whitehouse.

    • appunto, lui ha detto esattamente questo: che ridiscute questo limite tra dentro e fuori.

  • Mr. Standby

    whitehouse è il beppe grillo dell’arte contemporanea

  • whitehouse è un blog, non è una persona :)

    @Helga: sul finire del video ha detto che intende sottolinerare chi è dentro e chi è fuori. Forse ho capito male. Io penso che non deve essere questo il problema, come non deve esserlo cercare l’arte insider o outsider. Bisogna fare una passo indietro, e avere il coraggio e la voglia di affrontare le opere, rispetto alle intenzioni dell’artista (titolo) e rispetto al contesto.

    A Venezia mi sembra significativo e impressionante dover stare 4-5 minuti a leggere un testo critico per dare forza e valore all’opera. Ricordo che il testo era centrale anche a Documenta.

    Come ho scritto la mostra di Gioni sviluppa molto bene una linea (anche se con qualche ripetizione e inceppamento ai Giardini). Poi ci sono sfumature e scelte che non si capiscono (Perrone, Biscotti); altre scelte che testimoniano un fallimento e una forma di feticismo. Ma riferisco a Dan Vo, classico caso di artista internazionale ed ESOTICO per il sistema occidentale. Lo stesso artista in italia nel 2005 è stato cassato. Ecco, forse il punto è veramente l’argomentazione critica sull’opera e NON sul progetto generico. E su questo Gioni non lo avremo mai, e non a caso.

    • Beh, l’intervista l’ho fatta io, so cosa ha detto. Ad ogni modo il senso era chiaramente quello di ripensare e probolematizzare la relazione tra dentro e fuori. Infatti ha esposto i lavori di vari outsider artist accanto a queli di professionisti. Quanto a Danh Vo non ho capito cosa intendi dire, so solo che il lavoro era molto bello.

  • Cortese Helga,
    mi può chiarire questa storia degli outsider, a me pare che gli artisti “meno noti” queste figure con “spirito artistico compulsivo” siano alquanto note, cioè già presente in importanti collezioni americane, oltre ad aver avuto già mostre in spazi alquanto noti, può darmi lumi?

    grazie

  • LT