Tra Arte e Esperienza, Capitolo IV – “Postmoderno, Transavanguardia, Nuovi selvaggi, Graffitismo, le donne nell’Arte”

Quarta puntata, continua il viaggio tra le pagine della storia dell’arte contemporanea, stavolta attraverso i grandi mutamenti degli anni ’80. Nell’era della postmodernità, si celebra il ritorno alla pittura. E poi l’esplosione della street art e un focus sull’arte al femminile

Enzo Cucchi, Paesaggio Barbaro

“Tra Arte e Esperienza” – 2009
cap IV – ‘Postmoderno, Transavanguardia, Nuovi selvaggi, Graffitismo, le donne nell’Arte’, 29′
autore: Jade Vlietstra
regia: Tayu Vlietstra
creative: FF fusionefilm
produzione: Rai Educational – ‘Magazzini Einstein’

Una collezione di piccoli cammei storico-critici, per ripercorrere, tra foto d’archivio, filmati d’epoca, interviste, testimonianze, racconti, la parabola dell’arte contemporanea, dal dopoguerra fino agli anni Novanta. Artisti, opere, movimenti, correnti, teorie estetiche: il best of di cinquant’anni di storia dell’arte, prima sugli schermi Rai, adesso su Artribune Television.

Nel 1979 Jean-François Lyotard pubblica “La condizione postmoderna”. Un testo che, simbolicamente, segna l’inizio di una nuova epoca e battezza gli anni Ottanta. Tra crisi del petrolio e grandi incertezze politico-economiche, esplose dopo il boom dei decenni precedenti, la postmodernità si configura come uno spazio della fragilità e insieme della ricchezza, dello scambio e del meltin’pot, della crisi di identità e del saccheggio linguistico e culturale, dello spaesamento e della creatività accelerata. È il crollo definitivo delle ideologie: non c’è più una prospettiva unica, una visione solida, a orientare la lettura del mondo e delle cose. Per Lyotard è questa la fase in cui alle grandi narrazioni subentrano una molteplicità di piccoli racconti.
Tra gli interventi di Angele Vettese, Francesco Masnata, Demetrio Paparoni e Pier Luigi Tazzi, si comincia atracciare un profilo di questo importante momento di passaggio, segnato dalla ricerca di grandi artisti internazionali.
Tra le molte voci che convivono nel grande mash up postmoderno, una pare essere preponderante, in Europa e in America: se fin qui concettualismo e minimalismo avevano dettato legge, tanto che da gallerie e musei erano bandite – quasi con un rigore ideologico – emozionalità, narratività, visceralità, adesso l’incantesimo si spezza, improvvisamente: è il ritorno del colore, della pittura, del racconto, dell’emotività, della tradizione, della spontaneità e della manualità.

Enzo Cucchi, Paesaggio Barbaro

Nel 1977 Mimmo Paladino dipinge un piccolo quadro dal titolo “Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro”. Per la critica sarà una sorta di spartiacque, un’opera simbolica del nuovo corso.
In Italia un piccolo gruppo di gallerie, tra cui Sperone e Lucio Amelio, lavorano su questo fronte e costituiscono un nucleo ristretto che spinge il trend.
Achille Bonito Oliva riunisce cinque artisti, tutti del sud e del centro Italia, è dà vita alla Transavanguardia: il lancio ufficiale è nella sezione “Aperto” della Biennale di Venezia del 1980, curata dal critico italiano insieme ad Harald Szeemann. La Transavanguardia sono Sandro Chia, Enzo Cucchi, Nicola De Maria, Mimmo Paladino, Francesco Clemente. A tenere insieme le loro ricerche ci sono alcuni principi: recupero della pittura, idea di contaminazione, riassemblaggio e riciclaggio, attenzione ai codici e i simboli delle tradizioni popolari, amore per il colore, ricerca del lato sensibile dell’arte. Tutto questo risveglia l’interesse del pubblico, dopo un periodo in cui l’arte si era chiusa in una autoreferenzialità spesso ostica: anche il mercato decolla, gli artisti vendono, cominciano a viaggiare molto e ad aprire studi in Europa e a New York.
Racconta Francesco Clemente: «Mi interessano gesti e forme esatte, che si trovano più spesso nel mito che nell’arte; e ho molto viaggiato perché ho molto desiderato assistere a cerimonie e riti che ancora vengono coltivati un po’ dappertutto, perché lì trovo dei linguaggi simbolici che mi interessano e che cerco di imitare. Il mio rapporto con la cultura orientale forse si può riassumere con una citazione da un libro di Salman Rushdie, con cui ho collaborato in occasione della mostra al Madre: ‘Forse la tragedia non è che siamo diversi, ma che ci somigliamo anche troppo’».
E Cucchi, intanto, portava vanti la sua corsa verso un immaginario selvaggio, istintuale, zeppo di simboli e di energie sotterranee: “Quando ti si accende il cuore e comincia a pompare con forza, per prima cosa lo devi disciplinare; ci vuole un metodo per regolarlo, per domarlo: il talento spinge troppo, è come un animale, devi sapere allora tenere le briglie per armonizzare il tutto, altrimenti, quando il segno si abbassa, rischi di scivolare nella decorazione”. Lezioni di un maestro della pittura, nel cuore della postmodernità.

Anselm Kiefer

In Germania, intanto, accade qualcosa di analogo, con i Nuovi selvaggi o Neo-Espressionisti: artisti come Markus Lüpertz, Anselm Kiefer, Georg Baselitz, A.R Penck. La pittura trionfa anche qui.
Dice Kiefer: “C’è una tale proliferazione di cose, musica, messaggi, che non esistono più confini da infrangere. Non voglio dire che Duchamp abbia fatto male a esporre il suo orinatoio, la prima volta è stato straordinario, ma la seconda non lo era già più, la terza volta non era altro hee un orinatoio. L’arte e la vita sono due cose molto diverse.” È davvero la fine di un’era.
In America, negli anni Ottanta, la situazione è complessa: convivono l’arte figurativa di David Salle e Julian Schnabel, la pittura aniconica di Peter Halley e il neo concettuale di Jeff Koons, con i suoi giacottoli pop che consacrano il banale alla teatralità del kitsch, o di Haim Steinbach, che con i suoi oggetti allineati su formalissime mensole, dà vita a un inedito mix tra surrealismo e minimalismo.
Nel frattempo esplode a New York il graffitismo: un femomeno sociale, prima che artistico, legato all’affermazione di gruppi coesi, in cerca di spazi di libertà creativa e di comunicazione anarchica tra le pieghe del territorio urbano. Molti i nomi alla ribalta, ma due restano nella storia, come icone della street culture internazionale: Jean-Michel Basquait e Keith Haring, entrambi segnati da un tragico destino e da una morte prematura. Un siccesso esploso per strada, che presto approda al sistema delle gallerie e degli spazi culturali, da quello underground a quelli più accreditati e in vista.
È sempre più chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi. L’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare”. Parole di Haring.

Keith Haring

L’ultima parte del documentario è dedicata al ruolo delle donne nell’arte: l’avanzata delle artiste, proprio in questi anni, si fa consistente, persistente. E l’arte al femminile acquista sempre più dei connotati propri: la dimensione affettiva, l’indagine sul corpo, l’esplorazione del proprio io e dei propri spazi domestici, l’attenzione alle relazioni umane, il taglio biografico. Stavolta, una mostra fondamentale è quella curata da Lea Vergine, ancora nel 1980: “L’altra metà delle avanguardie“. E di questa altra metà del cielo fanno parte artiste già navigate, ma che trovano solo allora spazio e affermazione, come Carol Rama, Louise Bourgeois, Marisa Merz. Ed esplodono fenomeni come quello di Rebecca Horn, tedesca, divenuta celebre per le sue macchine scultoree, spesso da indossare, fatte con bende, materiali soffici, piume ed elementi meccanici. Raccontando della sua mostra personale alla a Fondazione Bevilacqua La Masa di Venezia, “Fata Morgana” (2009), Horn dice: “La mostra ha un sottotitolo, ‘Fuggire dall’amore’. Bisogna smettere di avere paura e di controllarsi. Credo che al giorno d’oggi ci sia troppo sesso e poco amore, non c’è più un approccio erotico o poetico, la costruzione lenta della relazione.”
Infine, Marina Abromovic. Esplosa negli anni settanta nell’ambito della body art, la sacerdotessa della performance viene consacrata Venezia nel 1997 con il Leone d’Oro per il suo cruento, commovente “Balkan Baroque“.

Marina Abramovic, Balkan Baroque, 1997

Ecco una sua preziosa testimonianza, memoria di un’azione cruciale, svoltasi proprio in Italia, nel 1975: “Una delle rappresentazioni più interessanti per me è stata quella che ho tenuto a Napoli, presso la galleria Studio Morra. Per 6 ore sono stata un oggetto confinato in un solo spazio e ciascuno poteva fare con me ciò che voleva. Sono stata lì dalle 8 della sera alle 2 del mattino; su un tavolo c’erano 45 oggetti diversi, oggetti atti a produrre piacere o oggetti di aggressione. È stranissimo: la gente usava solo gli oggetti aggressivi, forse perché ci trovavamo nell’Italia meridionale, non so, certo è che la situazione prevedeva che la donna fosse al pari di un oggetto. Un problema in Italia quello della donna oggetto. La gente cominciò a liberare energia negativa, ferendomi, bevendo il mio sangue e usando la violenza contro di me. Una volta passate le 6 ore, allorché non ero + un oggetto, cominciai a muovervi desiderando di comunicare con quella gente: tutti sono spariti nel giro di 3 o 4 minuti, nessuno desiderava confortarmi, nessuno voleva vedere ciò che era successo. È stata un’esperienza utilissima.
Il video si chiude con una frase di Harald Szeemann, estratta dal catalogo della 39° biennale di Venezia: “Nel 1980 io sono per la mescolanza. Sbarazziamoci delle suddivisioni che abbiamo in testa, noi vogliamo rimescolare tutto: uomo e donna, quadro e film, statica e dinamica, durata e consumo.
Nove anni dopo il muro di Berlino crollava, come ultimo baluardo di un passato ormai polverizzato.

– Helga Marsala

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    Complimenti:BELLISSIMO SERVIZIO!!!!!!!!!!!!!