intervista, riprese e montaggio: Francesco Sala
produzione: Artribune Television

About Elad Lassry. L’ambiguo, l’algido e l’erotico

Al PAC di Milano, fino al 16 settembre 2012, è in corso la prima retrospettiva in Italia dell’israeliano Los Angeles based Elad Lassry, a cura di Alessandro Rabottini. Tra rigore, sintesi, freddezza e insieme attitudine alla seduzione, l’artista gioca con la storia delle immagini e il loro potenziale ambiguo, spingendo la percezione fino a una soglia sottilmente spaesante, appena disturbante. L’eros sprigionato dal visibile è subito negato nell’invisibilità del codice più astruso.
Il gioco del remix tra elementi eterogenei, accostati con estremo senso estetico e con una certa attitudine allo straniamento, è orientato al mancato disvelamento del senso: nessuna verità si dischiude, nessuna storia si compone, nessun indizio giunge a mettere ordine tra armonie ed equilibri ossessivi, sia geometrici che cromatici. Un concettualismo senza origine né destino.
Le immagini sono cose: si mescolano, si giustappongono, si negano, si specchiano, si combinano in uno schema irrisolto ed attuale. Senza però esaurirsi nella fisicità del presente. Forme, hic et nunc: oltre la narrazione, oltre l’informazione, ma sempre lungo l’onda lucida e leggera di un passato in fuga.
Non solo spazio dunque, ma anche tempo. Linee oblique della storia, linee orizzontali di un set espositvo. E viceversa.
Schiaccia l’occhio alla publicità Elad Lassry, scivolando con compiaciuto indugio sulla superficie del visibile. Ma non ci dice mai se alla pubblicità è davvero interessato. La bellezza, qui, raggiunge un fastidioso ed intrigante grado di durezza, di opacità. Attraente e respingente insieme. Vietato abbandonarsi, impossibile andare oltre una certa soglia: le immagini le puoi spiare, ma mai possedere. Oniriche, fantastiche, poetiche, ma al contempo classiche, senza smettere di essere fashion. Il tentativo di conquistarle, cercandone il fuoco, condurrebbe necessariamente a un cortocircuito percettivo. Tanto candide, quando pericolose.

– Helga Marsala

www.comune.milano.it/pac/

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Helga Marsala
Helga Marsala è giornalista, critico d'arte contemporanea e curatore. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Oggi membro dello staff di direzione di Artribune, è responsabile di Artribune Television. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanee. È stata curatore nel 2009 dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico di SACS nel 2013, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura progetti espositivi presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali, specificamente delle ultime generazioni.
  • Angelov

    Il 5/7 Francesco Sala, il 11/7 Ginevra Bria ed oggi 13/7 Helga Marsala, tre articoli su di una medesima mostra.
    Deve trattarsi di qualcosa di veramente importante.
    Sembra di sentir dire che “se una cosa non ti piace, è solo perché non la hai capita”, o non sei al suo livello.
    Di questa stregua il risultato di 1+1 non sarà più:2, ma:”Dipende”.
    Ma è sempre in agguato quel bambino tra la folla che, inaspettatamente si alza e, tra lo stupore generale, dice:”Ma l’Imperatore è nudo!”
    Forse bisognava usare più anticoncezionali?

    • Sono tre interventi di natura diversa. Una era una news di lancio con foto quasi in diretta dell’allestimento, una era una recensione della mostra, questa è una cosa della tv: videointervista con una nota critica sul lavoro (non sulla mostra). E’ un tipo di copertura che facciamo non di rado.

      Il lavoro di Lassry è strano, posso comprendere che ad alcuni non piaccia o che risulti antipatico, ma io ho percepito degli aspetti che mi hanno intrigata e che ho provato a raccontare. Non è un lavoro facile ma non penso nemmeno di avere usato un linguaggio ostico.
      Credo che il cuore della ricerca dell’artista sia questo che ho evidenziato qui e che anche Rabottini accenna nel video. Poi è chiaro: un artista piace a qualcuno e a qualcun altro no. Però non sarei così dura o prevenuta.
      Io sono naturalmente attratta dalle cose che sfuggono… E c’è qualcosa in queste immagini che cattura ma che al contempo respinge, che seduce ma che non prende. O meglio, che non si lascia prendere. Ho provato a dirlo, magari non ci sono riuscita, ci sta.

    • francesco sala

      5 – 7 – 11 – 13 …
      per favore, me ne spari un altro paio?
      così li gioco al superenalotto.

      ah! già che ci sei: mi conviene giocare sul servette che ferma il basilea? danno il pari a 3,70….

  • Dave

    E nessuno dei tre che abbia portato un contributo critico interessante, ma sempre e solo linguaggi fintamente tecnici, immagini fintamente poetiche ma realmente incomprensibili, suggestioni indotte per forza piuttosto che evocate. Insomma, molto rumore – e sottolineo rumore – per nulla

  • slms

    Volevo trattenermi,ma non ce la fo. A me non è che faccia particolare sensazione che sulla medesima mostra ben tre giornalisti, non semplici redattori, di testata abbiano scritto. A me sembra imbarazzante che con tutta le cose che si sarebbero potete COSTRUIRE, non esporre attingendo al magazzino di De Carlo, Rabottini e il comune di milano abbiano preferito appoggiarsi al gallerista di via ventura. Ma è normale tutto questo? E’ giusto? E’ questa la ricerca, il dibattito che una città dovrebbe creare con i suoi protagonisti? Io non penso. Esporre il già (appena) visto…roba da pesci piccoli.

  • erdsa

    Volevo trattenermi,ma non ce la fo. A me non è che faccia particolare sensazione che sulla medesima mostra ben tre giornalisti, non semplici redattori, di testata abbiano scritto. A me sembra imbarazzante che con tutta le cose che si sarebbero potete COSTRUIRE, non esporre attingendo al magazzino di De Carlo, Rabottini e il comune di milano abbiano preferito appoggiarsi al gallerista di via ventura. Ma è normale tutto questo? E’ giusto? E’ questa la ricerca, il dibattito che una città dovrebbe creare con i suoi protagonisti? Io non penso. Esporre il già (appena) visto…roba da pesci piccoli.

  • mario

    cara Helga ma cosa ti sfugge qua? cosa ci trovi di strano? é tutto di una pochezza abbacinante: in queste immagini c’è lo stesso vuoto pneumatico di Rabottini, la stessa arroganza impunita di De Carlo e la pochezza di una amministrazione (Bonami? Nicolin?) che ha fatto della città una delle piazze più tristi d’Europa

  • Ci sta anche che non ci sia nulla da vedere. Per alcuni è così, per altri no. Mi pare però che questa mostra sia diventata il “luogo” in cui fare la guerra all’oligarchia di Zonaventura e al sistema della piccola casta. Se così è, non ci sto. Non perchè non condivida le critiche al suddetto sistema, anzi. Ma perchè bisogna evitare che tutto questo condizioni lo sguardo su un artista, su un’opera. E io sono quasi certa che Elad Lassry e la sua mostra facciano molta antipatia perchè rappresentano qualcosa che non piace. In senso politico e culturale.

    • Angelov

      Gentile Helga, non si può che ammirare la professionalità, l’apertura culturale e la sua curiosità che come lettore ho il piacere di condividere tramite le sue ricerche.
      Mi rimane solo un dubbio a quanto finora da me commentato, e cioè che forse i lavori di Lassry sono stati esibiti senza tener conto delle caratteristiche peculiari dello spazio espositivo che offre il PAC, vale a dire che forse mostrati in un luogo più circoscritto, avrebbero avuto più possibilità sia di esprimersi meglio che di essere letti e fruiti ed anche apprezzati.
      Per quello che riguarda le antipatie politiche, preferirei tenermi fuori da un eventuale contesto così ambivalente e pericoloso, ed invitare anche lei a fare altrettanto, per una comune pace interiore.

      • Intanto grazie per le sue parole gentili. L’osservazione sullo spazio ha molto senso, ma prescinde dal lavoro di Lassry. Certamente il modo in cui poi un lavoro si relaziona con lo spazio ne determina moltissimo la resa e questa è una cosa in cui molto è determinato dal curatore. Nelle retrospettive e in genere nei progetti che non sono site specific, il problema c’è.
        Per il resto… Di solito dalle questioni politiche non mi tiro mai fuori, anzi. Ci sto dentro volentieri. Questo è uno di quei casi in cui mi pare che l’eccesso di acredine sia determinato da tutto un contesto… Il buon Elad si è trovato a rappresentare un carrozzone dorato che è inviso a molti. E in quanto star emergente coccolata dal sistema, con in più quell’approccio neo concettuale un po’ ammiccante-estetizzante, è l’uomo giusto nel contesto giusto. Ma la polemica no, non mi pare giusta.

        • mario

          per quanto mi riguarda non prendo la mostra a pretesto politico perchè l’oligarchia c’è e non saranno (sic) certo dei commenti a cambiare lo stato delle cose. Quello che trovo inaccettabile, ed è qui che contesto la certificazione e promozione eccessiva data all’evento su questa piattaforma, è l’oggettiva mancanza qualitativa dell’iniziativa unita allo smaccato opportunismo commerciale (strategico?) che ci viene propinata da questi signori. Se la mostra avesse avuto almeno dei punti di interesse insomma, non sarei stato qua a commentare ma avrei trovato altre occasioni per discuterne.