Travolgente Martial Raysse, ieri e oggi

Palazzo Grassi, Venezia – fino al 30 novembre 2015. Una strabordante antologica racconta la carriera del grande artista francese. Dai capolavori del pop ai dipinti monumentali di oggi, con inventiva formale e acume intellettuale.

Martial Raysse, Soudain l’été dernier, 1963 - Centre Pompidou, Parigi - photo © Centre Pompidou, MNAM-CCI
Martial Raysse, Soudain l’été dernier, 1963 - Centre Pompidou, Parigi - photo © Centre Pompidou, MNAM-CCI

Ce n’è voluto di tempo, ma finalmente vengono riscoperti grandi artisti francesi come Errò e i suoi compagni della Figurazione narrativa, oppure Robert Combas. E Martial Raysse (Golfe-Juan, 1936), protagonista eccentrico del Nouveau réalisme. Autori di opere radicali e strabordanti, che commentano con piglio profondamente umanista la società di massa, con inventiva formale e acume intellettuale.
L’antologica a Palazzo Grassi di Martial Raysse è una mostra travolgente ed entusiasmante. Per qualità e quantità di opere (trecentocinquanta, di cui una quarantina della collezione Pinault), per la ricchezza dell’universo espressivo dell’artista e per la costruzione del percorso.

Martial Raysse - veduta della mostra a Palazzo Grassi, Venezia 2015 - photo © Fulvio Orsenigo
Martial Raysse – veduta della mostra a Palazzo Grassi, Venezia 2015 – photo © Fulvio Orsenigo

Tutti i periodi sono mescolati, senza rispettare la cronologia. Nell’atrio, dopo il neon America America, ecco una serie infinita di piccole sculture di tutti i periodi. Ai piani superiori, poi, sono presenti moltissimi dei capolavori dell’epoca del pop e del Nouveau réalisme: Soudain l’été dernier, celebre tela-assemblaggio con asciugamano e cappello; le odalische del ciclo Made in Japan; l’enorme installazione Raysse beach, ambiente a grandezza naturale; il Nu jaune et calme, in cui la grazia nel rapporto tra piattezza e tridimensionalità, tra fattura manuale e immagine meccanicamente riprodotta raggiunge forse i massimi livelli. A queste opere si alternano le tele al neon minimaliste, gli assemblaggi di oggetti trovati e prodotti di consumo, il “pop astratto” e il “pop minimale”, i film pop e quelli psichedelici, le prime incursioni nella pittura “pura” (Anni Settanta e Ottanta).

Martial Raysse, Make up, 1962 - coll. privata - photo © Matteo De Fina
Martial Raysse, Make up, 1962 – coll. privata – photo © Matteo De Fina

E poi le opere più controverse, quelle dagli anni Novanta in avanti: scene e ritratti (tra cui molti volti femminili) di medio formato, ma soprattutto gli enormi quadri con scene allegoriche dalla macabra festosità – rappresentazioni della vita di campagna o in spiaggia, gruppi di bambini in posa e danze macabre carnevalesche. Dipinti da leggere in orizzontale, da destra a sinistra, ma anche da vedere da lontanissimo per abbracciare la scena e poi da vicino per cogliere gli infiniti particolari.
Al primo sguardo sono tele che sconcertano e sembrano kitsch. Ma è come se si trasformassero sotto lo sguardo di chi osserva, e dopo qualche attimo appaiono credibili, maestose e dalla grande portata simbolica. E reggono il confronto con le opere precedenti: uno dei meriti della mostra è proprio mescolare questi lavori a quelli storici, col risultato di evidenziarne il valore. Anche se rimane dubbia la continuità tra le due fasi.

Stefano Castelli

Venezia // fino al 30 novembre 2015
Martial Raysse
a cura di Caroline Bourgeois
PALAZZO GRASSI
Campo San Samuele
041 5231680
www.palazzograssi.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/43685/martial-raysse/

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.