Dufy & Delvaux. Accoppiata francofona a Madrid

Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid – fino al 17 maggio 2015. Il museo madrileno propone per la primavera due interessanti monografie dedicate a pittori dell’area francofona, diversi per tematiche e traiettorie artistiche. Il francese Raoul Dufy e il belga Paul Delvaux rappresentano due facce poco note, e per certi aspetti anche antitetiche, della modernità pittorica del primo Novecento.

Paul Delvaux, L'Age de fer, 1951 - Mu.Zee, Ostenda
Paul Delvaux, L'Age de fer, 1951 - Mu.Zee, Ostenda

La retrospettiva su Raoul Dufy (Le Havre, 1877 – Forcalquier, 1953) offre un tradizionale percorso attraverso l’articolata formazione del pittore, per il quale l’Oceano, il porto e il paesaggio marino hanno esercitato una forte influenza non solo di carattere iconografico. L’antologica raccoglie 93 opere, tutte di ottima qualità, provenienti la maggior parte dal Centre Pompidou di Parigi (36 oli), ma anche da musei europei e statunitensi e da collezioni private; non mancano poi esempi delle raffinate incursioni dell’artista nel mondo delle arti applicate, molto di moda intorno agli Anni Trenta.
L’opera di Dufy, vista nel suo complesso, rivela una profondità forse sconosciuta al grande pubblico. L’evoluzione del suo linguaggio pittorico nasce dalle folgorazioni che il giovane di Le Havre prova di fronte alla modernità dei suoi più maturi contemporanei, come Matisse e Cézanne. Gli esordi sono di carattere tardo impressionista, con una netta vocazione al paesaggio dipinto dal vivo, elemento costante dell’arte di Dufy, forse giudicato riduttivamente dalla critica come pura “opera edonista”.

Raoul Dufy, Fenetre ouverte, 1928 - Te Art Institute of Chicago
Raoul Dufy, Fenetre ouverte, 1928 – Te Art Institute of Chicago

In realtà, già nei primi oli che ritraggono le animate banchine del porto di Le Havre o le ventose spiagge della Normandia, si intravede un tentativo di superare le pura “impressione”, per la dichiarata ”impossibilità di catturare i continui cambi di luce”. L’immaginazione di Dufy va oltre la ricerca di nuove soluzioni: emoziona con i tratti ampi e intensi di luce, con le sue macchie di colore emula la tecnica dei Fauve e, attraverso l’ammirazione per Cézanne, riduce il paesaggio a geometria delle forme.
L’incontro con Georges Braque porta Dufy dal costruttivismo verso un primitivo, ma solo accennato protocubismo, ben visibile nelle bellissime Nature morte e nella Gran bagnante, un’avvolgente figura femminile che emerge fra asfissianti architetture e un paesaggio che occupa tutta l’enorme tela con colori sgargianti, alla maniera delle vetrate delle chiese.
Interessanti anche le stampe su legno e i disegni di prova realizzati per illustrare il Bestiario dell’amico Guillaume Apollinaire. Bellissimi i vasi in coccio e curiose le fioriere per bonsai in ceramica dipinta, frutto della collaborazione fra Dufy, lo scultore spagnolo Llorens Artigas e l’architetto catalano Nicolau María Rubió. Eleganti e modernissimi, infine, i disegni per i tessuti a stampa floreale o animalier realizzati per l’impresa tessile Bianchini-Férier negli Anni Venti.
L’ultimo Dufy sembra tornare a una compostezza classica, ma non rinuncia ai suoi topoi iconografici, aggiungendo spunti mediterranei a paesaggi invasi dalla luce, fatta di puro colore. Bellissimo l’omaggio un po’ irriverente a Claude Lorraine (1935), autore di tanti porti e marine classicisti; angosciante, infine, la macchia scura che campeggia nelle ultime tele, la serie della Nave da carico nera, forse un presagio della morte imminente.

Raoul Dufy, La Grande baigneuse, 1914 - Museés Royaux des Beaux-Arts, Buxelles - photo J. Geleyns - Ro scan
Raoul Dufy, La Grande baigneuse, 1914 – Museés Royaux des Beaux-Arts, Buxelles – photo J. Geleyns – Ro scan

Il percorso della mostra dedicata a Paul Delvaux (Wanze, 1897 – Veurne, 1994) si snoda invece attraverso le diverse tematiche dell’artista belga, offrendo una Passeggiata tra lamore e la morte. Sono solo una cinquantina i quadri esposti, ma ben esemplificativi dell’unità stilistica della sua pittura, caratterizzata perlopiù da un’ambientazione insolita, enigmatica e spesso inquietante. Particolarità della mostra è che la maggior parte dei prestiti (circa 38 pezzi) provengono dalla collezione privata di Nicole e Pierre Ghêne, mecenati belgi che dagli Anni Settanta raccolgono e studiano le opere di Delvaux. Parte della stessa collezione è stata esposta nel 2013 alla Fondazione Magnani Rocca: l’idea è far conoscere all’estero un artista molto noto solo in patria.
A differenza di Dufy, la pittura di Delvaux è intrisa della sua biografia e delle sue ossessioni, in un continuo viaggio dall’interiorità all’esteriorità. Protagonista quasi assoluta dei suoi quadri è la figura femminile (Venere), perlopiù nuda e dalla sensualità ambigua, spesso ritratta in momenti di amore lesbico o di algida contemplazione. In parte influenzato dall’espressionismo olandese, vicino solo in parte al surrealismo, Delvaux preferisce restare al margine dei movimenti intellettualistici della sua epoca per sviluppare un linguaggio personale, che opta per un realismo onirico vicino alla metafisica di Giorgio De Chirico, che ammirava dichiaratamente.

Paul Delvaux, Les Squelettes, 1944 - Musée d'Ixelees, Bruxelles - photo Speltdoorn
Paul Delvaux, Les Squelettes, 1944 – Musée d’Ixelees, Bruxelles – photo Speltdoorn

Tra i rimandi iconografici, sono frequenti elementi della mitologia antica, come il Minotauro, e dell’architettura classica, una sorta di idilliaco rifugio dalle ossessioni della quotidianità, come la difficile relazione con le donne e le costrizioni sociali dell’ambiente piccolo borghese. Fra i temi ricorrenti, oltre all’immagine idealizzata dell’universo femminile, il doppio (la coppia e lo specchio), le architetture, i treni e le stazioni (una passione dell’infanzia) e gli scheletri (alla James Ensor), molto espressivi e a volte più vivi dei vivi nelle loro danze macabre.
Le opere più convincenti sono quelle come Età del ferro, Le ombre e Il viadotto, dove le architetture e gli elementi della modernità convivono con la statica ieraticità di algide figure femminili, in una visione del mondo originale, strettamente legata al vissuto dell’artista, dove il grottesco lascia spazio al sogno.

Federica Lonati

Madrid // fino al 17 maggio 2015
Raoul Dufy
a cura di Juan Ángel López-Manzanares
Madrid // fino al 7 giugno 2015
Paul Delvaux
a cura di Laura Neve
MUSEO THYSSEN-BORNEMISZA
Paseo del Prado 8
[email protected]
www.museothyssen.org

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Federica Lonati, nata a Milano nel 1967, diploma di Liceo classico a Varese, si è laureata nel 1992 in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Milano con una tesi dedicata all’opera lirica e alla sua riproducibilità audiovisiva (Comunicazioni Sociali). Giornalista professionista dal 1997, dai primi anni Novanta collabora con “La Prealpina”, quotidiano di Varese, scrivendo soprattutto di teatro, opera lirica e musica classica. Dal 1995 è assunta nella redazione di “Lombardia Oggi”, settimanale di attualità, spettacoli e tempo libero, allegato domenicale al quotidiano “La Prealpina”. Redattore ordinario fino all’agosto del 2005, si occupa delle pagine di arte, musica classica e attualità in generale. Dal settembre 2005 vive a Madrid. Dalla Spagna ha scritto articoli per “Libero”, “Qui Touring”,”Il Corriere del Ticino”, “Il Sole 24 Ore” e “Grazia”. Tra il 2008 e il 2011 ha collaborato con “Agrisole”, supplemento settimanale del “Sole 24 ore”, realizzando cronache e reportage dedicati all’economia agricola spagnola.