Eugene Lemay e la riscoperta del dialogo interiore. Al Macro Testaccio

Macro Testaccio, Roma – fino al 10 maggio 2015. In collaborazione con il Mana Contemporary di Jersey City, la dépendance del museo capitolino accoglie la personale di Eugene Lemay. Una mostra sul concetto di dialogo, debitamente reinterpretato.

Eugene Lemay, Strata, 2014 - still da video
Eugene Lemay, Strata, 2014 - still da video

L’esperienza artistica di Eugene Lemay (Grand Rapids, 1960) è inevitabilmente segnata dagli anni trascorsi nell’esercito israeliano, a contatto con la paura, il buio, la morte, la distruzione. Ed è proprio questo a colpire, addentrandosi nello spazio espositivo: la cupezza delle opere di grande formato, così grandi che immergono lo spettatore nelle fitte trame dell’oscurità vissuta da Lemay durante quegli anni, per gran parte impiegati in esplorazioni notturne del territorio nemico.
Ricorrono infatti, nella sua produzione, paesaggi desolati e cieli tenebrosi dai quali emergono sagome di aerei, ma anche pannelli con caratteri arabi resi volutamente illeggibili, tratti dalle lettere che lo stesso Lemay scrisse ai familiari dei soldati caduti in Libano e che mai consegnò. Una sorta di “codice del silenzio” da cui trapela un lamento che solo chi ha vissuto simili esperienze è in grado di comprendere. Così le parole, estrapolate dal loro contesto originario e riproposte in uno spazio nuovo, assumono valore di forme, simboleggiando il bisogno dell’essere umano di comunicare.

Eugene Lemay - Strata II #10
Eugene Lemay – Strata II #10

Ed è in primis l’artista a percepirne l’urgenza, affidando all’opera d’arte il ruolo di intermediario in un dialogo che riscopre la sua dimensione interiore ed emozionale, a dispetto di quel processo di globalizzazione che ha privato la comunicazione di ogni significato e impegno morale.
Eppure Lemay non nasce artista. È solo a partire dal 1993 che, profondamente colpito dalle composizioni bianco su bianco di Robert Ryman esposte al MoMA di New York, inizia a sperimentare una forma comunicativa del tutto personale, quasi avesse trovato lo strumento per dar sfogo ai traumi rimasti fino a quel momento inespressi, inclusi quelli di un’infanzia vissuta in un turbolento quartiere nero negli anni delle lotte per i diritti civili, prima di emigrare con la famiglia in Israele.

La poetica dell’artista americano raggiunge il suo apice nella grande installazione Hezron, in cui le macerie, chiaro riferimento alla distruzione provocata dalla guerra, sono al contempo metafora di una devastazione interiore, che cerca disperatamente risposta e conforto in chi la osserva.

Francesca Colaiocco                                                                                                        

Roma // fino al 10 maggio 2015
Eugene Lemay – Dimensions of dialogue
a cura di Micòl di Veroli
MACRO TESTACCIO

Piazza Orazio Giustiniani 4
06 671070400
[email protected]
www.museomacro.org

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/42403/eugene-lemay-dimensions-of-dialogue/

CONDIVIDI
Francesca Colaiocco
Nasce nel 1981 a Roma, dove ha sempre vissuto. Si laurea in Scienze della Comunicazione, indirizzo giornalismo, con una tesi sull’etica della comunicazione dal titolo “Violenza in televisione: tra libertà d’espressione e responsabilità”. Nel 2008 diventa giornalista pubblicista. Collabora con alcuni uffici stampa per l’organizzazione di eventi (culturali e non) e con diverse testate giornalistiche, tra cui il quotidiano “Il Giornale” e le riviste locali “Roma Live”, “Eur Torrino News” e “Voci in Movimento”. Il suo amore per la scrittura ha origine fin dai tempi della scuola: per lei ogni scusa è buona per prendere in mano un foglio di carta e una penna. Attualmente coltiva l’attività giornalistica come passione, coniugandola con l’interesse per l’arte, la fotografia e i viaggi.