Alibis: Sigmar Polke in retrospettiva

Museum Ludwig, Colonia – fino al 5 luglio 2015. “Alibis: Sigmar Polke. Retrospective” torna in Germania. La mostra organizzata dal MoMA di New York in collaborazione con la Tate Modern di Londra è la prima grande retrospettiva postuma dell’artista del movimento tedesco del Realismo Capitalista.

Sigmar Polke, Quetta's hazy blue hair (Afghanistan-Pakistan 1974/76) - still da video
Sigmar Polke, Quetta's hazy blue hair (Afghanistan-Pakistan 1974/76) - still da video

La sera del 13 marzo inaugurava la retrospettiva di Sigmar Polke (Olesnica, 1941 – Colonia, 2010) al Museum Ludwig. Il magnifico edificio opera degli architetti Busmann + Haberer era così pieno che il discorso introduttivo dei curatori riecheggiava nel foyer come una musica di cui si ignori la fonte.
A Sigmar Polke non mancava il senso dell’umorismo: questa è l’impressione generale con la quale ci si lascia alle spalle la mostra dopo due buone ore passate a spasso per il museo. A volte viene da chiedersi se sia questa la grande eredità che Duchamp ha lasciato all’arte contemporanea. Ready made a parte, le meta-riflessioni sull’arte risultano sempre interessanti ma, se si aggiunge la giusta dose di autoironia, allora diventa puro spasso.
Due momenti, in particolare, danno un certo tono alla mostra. Numero uno è Higher Beings command: Paint the Upper Right Corner Black! (1969), una tela bianca sulla quale recita l’ordine supremo, rivolto all’artista, di dipingere l’angolo superiore destro in nero. Ordine che potrebbe essere di natura divina o, piuttosto, l’eco autoritario della grande arte passata. È forse per questo che, pochi passi più avanti, Polke appare in seduta telepatica con l’artista William Blake in Thelepatic Session II. William Blake-Sigmar Polke (1968), una conversazione fatta di soli “sì” e “no”, dove verrebbe da chiedersi quale fosse la domanda iniziale.

Sigmar Polke, Shirts, 1964
Sigmar Polke, Shirts, 1964

L’arte, per Sigmar Polke, non era però solo mezzo di auto-riflessione. Al contrario, si direbbe che sia stata per lui mezzo di riflessione e basta. Su di sé, su di sé-artista e su di sé e il proprio tempo: gli Anni Sessanta del boom economico, la Guerra Fredda e la crisi del colonialismo. C’è una serie di tele in cui Polke ha riprodotto oggetti d’uso comune, identici e in fila, quasi fossero stati appena prelevati dal nastro di una catena di montaggio (Shirts, 1964). Quetta’s hazy blue hair (Afghanistan-Pakistan 1974/76) rappresenta il momento più significativo dell’intera mostra. In quegli anni Polke aveva intrapreso svariati viaggi, tra cui quello in Afghanistan e Pakistan, dal quale trae origine il video. Ci sono svariati primi piani di persone del posto che sorridono, sorpresi dalla telecamera di Polke. In sottofondo una colonna sonora, fra l’etnico e il jazz, ha un che di hippie. Tutto culmina nella lunga ripresa di una scimmia ammaestrata che esegue il suo modesto spettacolo di fronte al pubblico che la osserva formando un cerchio. È una scena che, per certi versi, all’inizio diverte. Poi l’iterazione assuefà, rende sazi. La scimmia è stata vestita, indossa occhiali da sole, cammina in posizione eretta: imita in tutto e per tutto l’uomo. I primi piani enfatizzano i gesti frettolosi dell’ammaestratore che la veste e la sveste, perfeziona il suo personaggio, tirandola per il guinzaglio così che lo spesso collare le smuova il collo facendola barcollare.

Sigmar Polke, Weekend House from Graphics of Capitalist Realism, 1967-1968
Sigmar Polke, Weekend House from Graphics of Capitalist Realism, 1967-1968

In uno scritto del 1977 (Presumably You Have a Hole in Your Head You Want to Fill with Art? Or, His Laughter Cannot Be Killed) Polke riflette sul perché sentiamo il bisogno di fare/fruire dell’arte. Definisce le riviste d’arte come “piene di immagini idee trasformazioni veloci reattori autofertilizzanti fottute menti”. E poi si interroga sui temi: “Che genere di contenuto non è incluso in una rivista d’arte? […] Ragionamenti privilegiati esigono che riflessioni ritenute insensate vengano escluse”. E chiosa: “Presumibilmente hai un buco nella tua testa che vuoi riempire con l’arte?”. Sembra un’affermazione ma poi, leggendola e rileggendola, viene naturale porsela in forma di domanda.
Sigmar Polke ci mette di fronte a un dato di fatto: l’arte esiste. Il che vuol dire che l’arte esiste con o senza di noi. Senza le nostre riflessioni, interpretazioni e conclusioni. “Il sole splende, così l’arte splende; il vento soffia da questa e quella direzione, così l’arte soffia da questa e quella direzione. Arte nevica, arte fiorisce”.

Margherita Foresti

Colonia // fino al 5 luglio 2015
Sigmar Polke – Alibis
a cura di Barbara Engelbach
MUSEUM LUDWIG
Hein­rich-Böll-Platz
+49 (0)221 22126165
in­[email protected]­mu­se­um-lud­wig.de
www.museum-ludwig.de

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Margherita Foresti
Nata a Napoli nel 1991, Margherita Foresti compie gli studi in Archeologia e Storia delle Arti presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, laureandosi con una tesi dal titolo “La smaterializzazione dell’opera d’arte: nuovi prodotti artistici e mercato nell’arte contemporanea”. Dopo aver trascorso un anno dei suoi studi presso la Leopold-Franzens-Universität di Innsbruck e girovagato tra Austria e Germania, approda a Colonia, dove attualmente risiede, continuando i suoi studi in storia dell’arte contemporanea e mercato dell’arte.