Le conseguenze dei droni: una mostra a LABoral di Gijon

La tecnologia e il suo lato oscuro. Un progetto espositivo del museo LABoral di Gijon, nelle Asturie, spinge il visitatore a riflettere sulle implicazioni etiche e sociali dell’utilizzo di droni e sistemi di sorveglianza.

James Bridle, Watching the Watchers, 2014
James Bridle, Watching the Watchers, 2014

Si apre con l’installazione Theater of Drones di Martha Rosler la mostra A screaming comes across the sky al LABoral di Gijon, un progetto che ha come tema i dispositivi di controllo e sorveglianza presenti nella società contemporanea. Gli artisti invitati riflettono sui modi in cui le tecnologie militari e i network informatici stanno ridefinendo la quotidianità degli individui e le modalità della guerra. Il curatore della mostra, Juha van ‘t Zelfde, ha cercato di rendere visibile l’invisibile, un esercizio metafisico: i droni non sono infatti visibili a occhio nudo, così come la tracciabilità dei nostri movimenti fisici e virtuali, raccolti in centri dati a noi sconosciuti e ubicati in server remoti.
Il titolo della mostra è la citazione di una frase scritta da Thomas Pynchon in apertura del romanzo Gravity’s Rainbow. Il romanzo si occupa dei missili a lungo raggio V-2 prodotti dall’esercito tedesco durante la seconda Guerra mondiale. Oggi i cieli non sono più connotati dalla presenza dei V-2, ma da altri dispositivi militari, molto più sofisticati e efficienti, come i droni Predator MQ-1 e MQ-9 Reaper, controllati da operatori che si trovano a migliaia di chilometri di distanza dai teatri di guerra, come ha magistralmente mostrato Omer Fast nel film 5,000 Feet is the Best e più recentemente Andrew Niccol, il regista di Gattaca e di Lord of War con il film Good Kill.

Aeracoop, Flone, 2013
Aeracoop, Flone, 2013

L’installazione Theater of Drones era già stata presentata come public banner installation al Festival della fotografia LOOK3 di Charlottesville, in Virginia, una delle prime città a bandire l’uso di droni sul suo territorio. Al LABoral gli striscioni sono stati tradotti in spagnolo per permettere ai visitatori di conoscere la storia dei droni e del loro utilizzo in Pakistan, Yemen, Somalia, Afghanistan, territori palestinesi, ma anche nei cieli di Paesi non in guerra con funzioni di controllo.
Non tutte le opere sono così dirette; altre sono più astratte o documentarie. History of Drones di Alicia Framis è ispirata alla figura del farmacista Julius Neubronner, che durante la prima guerra mondiale si serviva di piccioni per fornire medicinali e ricette mediche in territorio nemico. I piccioni erano muniti di piccole fotocamere in modo tale da poter visualizzare il loro percorso, che Framis interpreta come una sorta di archeologia dei droni contemporanei. Marieke Neudecker ha invece disegnato missili Hercules, rendendo visibili quei dispositivi militari di cui raramente conosciamo le reali dimensioni, che lei ha potuto verificare visitando un sito militare non accessibile ai civili. Hito Steyerl ha invece presentato performance sarcastiche, parodie della pervasività dei social network come Strike e How Not To Be Seen: A Fucking Didactic Educational.MOV File. Terminal Beach (Silvia Maglioni e Graeme Thomson) con Blind Data processano con i loro tube-track I flussi di informazioni presenti in rete attraverso le suggestioni del cinema di Godard e Dziga Vertov Group.

Metahaven, Silent Dazzle, 2014
Metahaven, Silent Dazzle, 2014

Tutti viviamo all’ombra di un drone, anche se alcuni di noi sono abbastanza fortunati di non vivere sotto il loro fuoco diretto. Ma quello che questi dispositivi rappresentano riguarda tutti, perché in questa guerra infinita e senza volto si tralasciano questioni morali e il valore della vita degli individui” ha dichiarato James Bridle durante il convegno che si è tenuto al museo lo scorso 11 ottobre, a cui hanno partecipato Mariele Neudecker, Paloma G. Díaz di UNCOVERING Ctrl, e Terminal Beach. Al convegno hanno presentato anche i workshop e le attività laboratoriali realizzati dall’education team del museo sull’utilizzo civile e creativo dei droni. Iniziati nel 2012 i Laboratori hanno portato alla creazione dei Flone, smartphone dotati di dispositivi di volo che permettono di registrare immagini e raccogliere dati. Un esempio di “citizen drone”, come l’ha chiamato Aeracoop, il collettivo che lo ha ideato, per reclamare lo spazio aereo che è parte dello spazio pubblico. Il collettivo Lot Amoros ha invece curato il progetto Dronism (A drone peregrination in Egypt), collocando nel deserto egiziano poster che suggeriscono come proteggersi dai droni.
Ma torniamo a Bridle. Artista e scrittore, da diversi anni lavora su temi riguardanti la connessione esistente tra scienza, tecnologia, potere e le strategie di vigilanza e controllo. Sul lungomare di Gijon ha disegnato la sagoma di un drone in scala 1:1 e lo ha fatto anche a Istanbul invitato da Adhocracy, una delle mostre della Istanbul Design Biennal, e poi a Londra, Linz e Washington DC. Un modo semplice e diretto per rappresentare l’irrappresentabile, per mostrare il modo in cui le tecnologie militari oscurano, nascondono e ci allontanano dalla realtà politica e sociale degli scenari di guerra.

Martha Rosler, Theater of Drones, 2013
Martha Rosler, Theater of Drones, 2013

Nel libro Teoria del drone. Principi filosofici del diritto di uccidere (Derive e Approdi), Grégoire Chamayou scrive: “Il drone costituisce senza dubbio lo strumento più compiuto che mette in crisi i principi metagiuridici costitutivi del diritto di uccidere in guerra. Sullo sfondo di questa destabilizzazione fondamentale si formulano progetti di ridefinizione del potere sovrano di vita e di morte”. Affermazioni che fanno pensare ad un’altra importante considerazione, questa volta del grande Paul Virilio, quando suggerisce che ogni invenzione ha inscritto nel proprio codice genetico la propria catastrofe. E non si tratta di luddismo, quanto di riflettere sull’importanza di un crash test delle tecnologie. Come ci ricorda efficacemente questa mostra.

Lorenza Pignatti

Gijon // fino al 5 aprile 2015
A screaming comes across the sky
a cura di Juha van’t Zelfde
LABORAL
Los Prados 121

+34 985 185577
www.laboralcentrodearte.org