Jeff Koons: la grande retrospettiva al Pompidou

Centre Pompidou, Parigi – fino al 27 aprile 2015. Le polemiche sul plagio di una pubblicità degli Anni Ottanta non ha certo ridotto le code, anzi. E così la retrospettiva di Jeff Koons nella Ville Lumière prosegue il suo cammino luminoso e scintillante.

Jeff Koons, serie Banality, Ushering in Banality, 1988 © Silvia Neri

Il Centre Pompidou presenta la prima grande retrospettiva europea dedicata a Jeff Koons (York, Pennsylvania, 1955). L’esposizione, curata da Bernard Blistène, direttore del Musée National d’Art Moderne, è ideatain collaborazione con il Whitney Museum of American Art e arriva in Europa dopo la presentazione a New York l’estate scorsa e si sposterà a Bilbao l’estate prossima. È realizzata grazie al sostegno della Gagosian Gallery, mentre lo sponsor ufficiale è H&M, che dedica all’artista, in edizione limitata, la borsa Ballon Dog in versione magenta.
Sono esposte circa un centinaio di opere: un modo per  ripercorrere trentacinque anni di carriera dell’artista vivente più quotato al mondo – “titolo” ottenuto nel 2013, quando la versione color arancio di Balloon Dog è stata battuta da Christie’s a 58 milioni di dollari. Jeff Koons riempie il Pompidou con la stessa energia con cui si era impossessato di Versailles nel 2008. Nonostante l’antinomia di eleganza versus pacchianeria, e la propensione all’esaltazione della cultura di massa, la Ville Lumière adora Koons che, con le sue opere lucide, colorate, eccessive, si inserisce nel museo del quarto arrondissement.
Ma, come dichiara Nicolas Liucci Goutnikov in catalogo, “l’esaltazione della cultura di massa non è gratuita né tantomeno ironica”. L’artista stesso ha sempre parlato del ready made e ammette candidamente: “I’m deeply indebted to Marcel Duchamp” perché, sempre secondo l’artista, “I dont’t believe that you can create art. But I believe what will lead to art is to trust in yourself”.

Jeff Koons, serie Celebration, Hanging Heart, 1994-2006 © Silvia Neri
Jeff Koons, serie Celebration, Hanging Heart, 1994-2006 © Silvia Neri

L’esposizione presenta dunque una storia d’artista che inizia negli Anni Ottanta e continua ancora oggi. È un percorso attraverso diversi momenti creativi, sociologiche riflessioni, passioni infuocate, economiche provocazioni. Le opere in mostra provengono da tutto il mondo ma una cospicua parte proviene dalla Fondation François Pinault di Venezia. Lungo tredici sezioni, lo spettatore ha modo di vedere lavori quali la serie Inflatables, datata 1979, e la serie Equilibrium, dedicata all’esplorazione mitologica dello sport all’interno della società americana di inizio Anni Ottanta. Si incontranopoi le serie che l’hanno reso celebre, Luxury and degradation, Statuary, Banality: all’interno di un tripudio di porcelli e cantanti pop in ceramica, troviamo qui la poetica neopop che esalta la banalità del vivere quotidiano e l’oggettistica di culto, carica, lucida, colorata. Come scrive Achille Bonito Oliva: “Il tentativo dell’artista è offrire alla middle class americana una estetica adeguata a santificare un gusto senza gusto, quell’inclinazione a procurarsi opere da sé medesima, ribadire ciò che più le somiglia”.
È presente anche la serie Made in heaven,realizzata conIlona Staller aka Cicciolina (compagna, moglie, ex-moglie), dove l’artista hacercato di ricreare due nuovi Adamo ed Eva, senza peccato né pudore, solo erotismo ed edonismo. Alcune opere di questo paradiso perduto vennero esposte alla Biennale di Venezia e la loro divenne la storia simbolo degli Anni Ottanta.

Jeff Koons, serie Luxury&Degratadion, I Could Go for Something Gordon's, 1986 © Silvia Neri
Jeff Koons, serie Luxury&Degratadion, I Could Go for Something Gordon’s, 1986 © Silvia Neri

E poi, ancora, la serie Celebration, Easyfun, Eastfun- Ethereal, Hulk Elvis e Popeye, quest’ultima esposta nel 2009 alla Serpentine Gallery. Koons reinterpreta il mondo servendosi di animali di plastica colorata che fluttuano nell’aria, personaggi di fumetti, quale Popeye, creato nel 1929 con l’intenzione di dare un’immagine positiva alla Grande Depressione.
La nuova recente serie Antiquity occupa la sala con le sue imponenti statue d’ispirazione classicheggiante: troviamo una Venere di Willendorf  e Pluto and Proserpina, imponenti sculture realizzate in acciaio inossidabile specchiato e vernice trasparente, perfetto esempio di barocco contemporaneo. Chiude l’esposizione la nuova elegante serie Gazing Ball, dove l’artista propone ugualmente il suo must, il rovesciamento dei canoni proporzionali: l’Ercole Farnese, statuetta in marmo datata III secolo d.C., e Arianna addormentata, copia romana del III secolo a.C. di una scultura ellenistica, diventano sculture che esaltano l’equilibrio in un gioco di eleganza e ironia.
La retrospettiva presenta quindi in maniera completa ed esaustiva il lavoro di Jeff Koons. Merita di essere vista perché si tratta di un’occasione unica per poter osservare le evoluzioni stilistiche dell’artista, assaporare un’estetica gonfiata, farsi trasportare dai personaggi e uscire sereni e arricchiti. E non occorre farsi prendere dalla smania di partecipare al dibattito “pro Koons” o “contro Koons”: è desueto voler cercare di prendere una posizione in merito. Stiamo parlando di Jeff Koons.

Silvia Neri

Parigi // fino al 27 aprile 2015
Jeff Koons
a cura di Bernard Blistène
CENTRE POMPIDOU
Place Georges-Pompidou
+33 (0)1 44781233
www.centrepompidou.fr

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Silvia Neri
Silvia Neri nasce a Vicenza nel 1985. Si laurea nel 2010 in Filologia Moderna presso l'Università degli Studi di Padova con una tesi in Storia dell'Arte contemporanea su Cremaster 3 di Matthew Barney. Nel 2008/2009 collabora con il Centro Nazionale di Fotografia di Padova. Scrive dal 2010 per la rivista AreaArte e collabora con artisti per la realizzazione di video e cortometraggi e allestimento di esposizioni d'arte. Vive a Parigi dove studia Art Contemporain et Nouveaux Medias a un master recherche all'Université di Paris 8 e collabora con la Galerie Bernard Bouche.
  • pino Barillà

    Immaginiamo un futuro in cui nuovi studiosi dell’arte abbiano preso coscienza della nullità delle opere degli ultimi quarant’anni; come interpreteremmo la reticenza dei curatori/critici di oggi?
    Saremmo portati a concludere che critici, curatori e artisti del fine ventesimo e inizio ventunesimo secolo fossero semplicemente irremovibili nelle loro posizioni? Impermeabili alle nuove idee?
    O forse motivati da considerazioni non artistiche, una manica di esaltati in linea con i dogmi dettati dal mercato e dall’autorità!