Henri Cartier-Bresson, il fotografo del carpe diem è a Roma

Museo dell’Ara Pacis, Roma – fino al 25 gennaio 2015. A dieci anni dalla scomparsa, Roma accoglie una grande retrospettiva del fotografo francese che amò la Città Eterna. Una mostra itinerante, proveniente dal Pompidou di Parigi e giunta ormai alla sua ultima tappa.

Roma, 1959. © Henri Cartier-Bresson:Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB - 2
Roma, 1959. © Henri Cartier-Bresson:Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB - 2

La grande fila di persone che cinge il complesso architettonico dell’Ara Pacis certamente non sarà passata inosservata ai romani e ai turisti che passeggiano da quelle parti. L’attesa e la curiosità dell’arrivo di Henri Cartier-Bresson (Chanteloup-en-Brie, 1908 – Montjustin, 2004), che mancava da Roma con una sua mostra da ormai quindici anni, si avvertiva dalla scorsa estate. Ad attirare un così vasto pubblico è, tra tanti aspetti, la notorietà del “grande nome” che porta il numero dei visitatori a livelli stellari, con l’intento dichiarato dall’assessorato alle Politiche Culturali di superare i numeri raggiunti dalla mostra di Sebastião Salgado nel 2013 (circa 62mila). Questa volta però, oltre ad avere accolto uno tra i più grandi maestri della fotografia, la vera sfida – come ha spiegato Alessandra Mauro, direttrice editoriale di Contrasto – è stata quella di riscrivere Cartier-Bresson e la sua cronologia, ed esporre le foto vintage, 350 su 500 opere complessive in mostra.
Il percorso espositivo, curato da Clément Chéroux, curatore del Pompidou e storico della fotografia, tra i più grandi esperti dell’opera bressoniana, si articola ripercorrendo le grandi tappe di Bresson: dai primi scatti fino agli ultimi più intimi e contemplativi, senza tralasciare i disegni da lui realizzati. Fu proprio questo costante e amato esercizio che condusse il fotografo a lavorare seguendo “l’istante decisivo” che renderà celebri le sue immagini. Così si legge nei suoi scritti del 1992: “Il disegno, per la sua grafologia, elabora quello che la nostra coscienza ha colto di quell’istante. La fotografia è un’azione immediata, il disegno una mediazione”.

Haifa, Israele, 1967. © Henri Cartier-Bresson:Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB
Haifa, Israele, 1967. © Henri Cartier-Bresson:Magnum Photos-Courtesy Fondation HCB

Visitare questa mostra è come ripercorrere un po’ di storia con gli occhi di un intellettuale, un teorico della fotografia, un artista. Si tratta di un viaggio multidisciplinare che attraversa il tempo degli avvenimenti mediante i reportage, gli istanti racchiusi negli scatti per la Magnum Photos – che Bresson fondò nel 1947 insieme a Robert Capa, George Rodger e David Seymour – e che coinvolge anche lo spazio, con i numerosi viaggi compiuti tra Oriente e Occidente.
Ciò che incuriosisce e desta grande meraviglia nella sua produzione fotografica è l’incredibile spontaneità di scatti che celano quel “trattenere il respiro quando tutte le facoltà convergono in una realtà fuggente”. Tuttavia, se ci fosse solo precisione, ricerca, “senso della geometria” e abilità forse le sue immagini non ci avrebbero fatto innamorare. C’è anche poesia, non romanticismo, ma una poesia che deriva dal soggetto. “Se non c’è individuo non c’è immagine”, aveva scritto, facendo sì che la fotografia divenisse il miglior mezzo per illustrare le pagine del suo umanesimo.

Claudia Fiasca

Roma // fino al 25 gennaio 2015
Henri Cartier-Bresson
a cura di Clément Chéroux
Catalogo Contrasto
MUSEO DELL’ARA PACIS
Lungotevere in Augusta Roma
06 0608
[email protected]
www.arapacis.it

MORE INFO:
http://www.artribune.com/dettaglio/evento/37180/henri-cartier-bresson/

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Claudia Fiasca
Nata nel 1988, vive a Roma. Si laurea nel 2011 in Storia dell’arte con una tesi in Arte Contemporanea e consegue nello stesso anno un master in Estetica e Comunicazione museale. Attualmente sta approfondendo i suoi studi frequentando il corso di laurea magistrale presso l’Università di Roma La Sapienza. Adora i dettagli ed è una silenziosa osservatrice. Le piace stare in treno e ammirare le vicende umane nelle sale d’attesa degli aeroporti. Porta sempre con sé carta e penna, per scrivere d’arte e ricordare piccoli eventi comuni che a volte, lasciano una sensazione immemorabile. Ha iniziato a scrivere poesie dall’età di otto anni. Ora pensa e si adopera per il suo futuro da critica e curatrice.