Udine e la pittura spaziale. Quella di Riccardo De Marchi

Casa Cavazzini, Udine – fino al 7 dicembre 2014. Il Museo d’Arte Moderna e Contemporanea ospita lavori e installazioni dell’artista friulano. Per una poetica del buco che diventa una cifra distintiva…

Riccardo De Marchi - Alfabeto possibile - veduta della mostra a Casa Cavazzini, Udine 2014

Il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Casa Cavazzini, che nella prima metà del 2014 raccontava la solidarietà degli artisti americani dopo il terremoto in Friuli del 1976 con la mostra Stars&Stripes, ha sfilato dalla manica un asso nostrano del panorama contemporaneo internazionale. Riccardo De Marchi (Tarvisio, 1964) esordisce nel 1986 con una personale alla Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia, mentre il 1993 è quello della prestigiosa partecipazione a Deterritoriale, la Biennale di Bonito Oliva. Tra il 2002 e il 2005 l’artista sbarca oltreoceano alla Artcore Gallery di Toronto e alla Riva Gallery di New York. Nel 2011 la presenza alla Guggenheim di Venezia e al Museo Fortuny, ancora nel 2011 è al Mart nel percorso espositivo dedicato alla collezione VAF-Stiftung e il MACRO di Roma lo omaggerà con una rassegna personale dal titolo Fori romani.

Riccardo De Marchi - Alfabeto possibile - veduta della mostra a Casa Cavazzini, Udine 2014
Riccardo De Marchi – Alfabeto possibile – veduta della mostra a Casa Cavazzini, Udine 2014

Tela e pittura materica sono state i punti di partenza della sua ricerca, all’insegna di un ritmo compositivo e di una gestualità di matrice pollockiana. “Lui sgocciola, io buco”: così un laconico De Marchi esprime il suo debito verso Pollock e verso la poetica del momento creativo inteso quale atto performativo e traccia della presenza umana. Il passaggio successivo vedrà la tela carica di colore sostituita dai supporti rigidi, al cui potente ordine spaziale l’artista si convertirà definitivamente. L’ultimo colpo di lima a una ricerca che vuole essere il più possibile alleggerita e affrancata da ogni tipo di retaggio storico e culturale è stato quello dell’abbandono della forma simbolica a vantaggio di una trama lineare scandita da quasi infiniti piccoli fori.

Riccardo De Marchi - Alfabeto possibile - veduta della mostra a Casa Cavazzini, Udine 2014
Riccardo De Marchi – Alfabeto possibile – veduta della mostra a Casa Cavazzini, Udine 2014

È con questa linearità del togliere che De Marchi insiste sull’idea del momento creativo come attraversamento e scrittura. Quello che vediamo è prima di tutto la traccia di una personale operazione meditativa e quasi rituale della quale i buchi rappresentano il risultato finale, una testimonianza piuttosto che un dato di fatto. Non si tratta di quel perforare per passare oltre a cui aspiravano ricerche come quella di Fontana. Si tratta di occupare e raccontare lo spazio con la sintassi universale ed elegante di un alfabeto possibile.

Francesca Coccolo

Udine // fino al 7 dicembre 2014
Riccardo De Marchi – Alfabeto possibile
CASA CAVAZZINI
Via Cavour 14
0432 414772
[email protected]
www.udinecultura.it

MORE INFO:

http://www.artribune.com/dettaglio/evento/38694/riccardo-de-marchi-alfabeto-possibile/

 

  • A me pare una riedizione di Lucio Fontana, forse più elaborata sotto il profilo compositivo, certo lui può dire fin che vuole che l’atto creativo di Fontana si identificava principalmente nell’oltrepassare con i suoi tagli o i suoi buchi la superficie per proiettarsi nello spazio, ma se guardiamo certi lavori, mi vengono in mente i buchi nelle ceramiche, non si può dire che anche il maestro dello Spazialismo non cercasse un certa occupazione compositiva dello spazio, quasi fosse anche la sua una scrittura, un’alfabeto.

    • Francesca Coccolo

      Certo il togliere come concetto del superamento della superficie e il togliere come segno di una scrittura che vuole invece essere presenza nella superficie finiscono per fare entrambi parte di questo tipo di ricerca. Anche a dispetto credo delle singole dichiarazioni di intenti.

      Quello che vedo in De Marchi è prima di tutto il risultato di una sua personale e sincera soddisfazione per il lavoro manuale di progetto e realizzazione dei suoi tracciati. Il rilassamento nella ripetitività e nella precisione che queste azioni gli procurano.

      Che poi il risultato di tutto questo possa essere limitato a qualcosa di estremamente elegante e decorativo (caratteri che molti trovano a torto svilenti e su cui spesso si glissa) oppure a qualcosa che rientra in un pensiero di spazialismo più o meno trito finisce forse per essere un nodo di secondaria importanza per l’artista friulano.

      • Non metto in dubbio la sincerità e la passionalità della sua ricerca, è la sua affermazione che non da una idea convincente dello smarcamento dal lavoro di Fontana. Nessun problema perchè quello che conta, dal punto di vista artistico, è sempre quello che si crea piuttosto di quello che si afferma.

    • marco

      “Un alfabeto” si scrive senza accento.

      • Se dobbiamo guardarsi dai punti, dai due punti, dalle virgole o dagli accenti ecc…è meglio rinunciare a ogni tipo di commento….. La grammatica è importante, ma secondo me è funzionale al contenuto, una grammatica fine a se stessa è come un uomo castrato e siccome viviamo in un paese in cui di castrati sicuramente non ne mancano, non ho alcun interesse a omologarmi a questi modelli. Forse sarebbe meglio guardarsi dalla massiccia anglicizzazione, o meglio californizzazione della nostra lingua e quindi della nostra cultura che perdersi in disquisizioni grammaticali.