Shit and Die di Maurizio Cattelan? Niente di più di una bella mostra

Genio e versatilità di un artistar. Maurizio Cattelan confeziona una bella mostra, a Torino, nelle vesti di curatore. Un altro colpo andato a segno. Ma senza indovinare la linea del futuro. Un tour attraverso opere, intenzioni, limiti e pregi di un progetto che seduce, raccontando quel che siamo ed eravamo. E poi?

Shit and Die - Carlo Mollino, Senza titolo, circa 1968-73 - Courtesy Museo Casa Mollino

Sesso, soldi, morte, corpi, potere, relazioni affettive. E ancora radici, territori, storia, polvere e cenere. Senza dimenticare la provocazione, l’ironia e una certa amarezza di fondo.  Il cocktail di Shit and Die è esplosivo, già solo a sciorinarne gli ingredienti. Maurizio Cattelan non sbaglia un colpo. Non ne ha mai sbagliato uno, anche quando ha sfornato un lavoro più debole di un altro. Perché la maestria del packaging, del format e della comunicazione, tra le sue mani diventa incisività, squarcio. Qualcosa che resta. Con l’eco di una risata, un pugno nello stomaco, un’allegra piroetta o una vertigine acuta. L’unico vero artista di peso che l’Italia abbia imposto sul panorama internazionale nell’arco degli ultimi quindici anni.
E non sbaglia, Cattelan, nemmeno quando esce dai suoi panni mettendosi a fare altro. Editore, curatore, organizzatore, mente lucida di brillanti operazioni di marketing. Un merito su tutti (che per molti sarà un demerito, ma tant’è)? L’avere definitivamente messo in cantina lo stereotipo dell’artista pseudo bohèmien, tutto concetto e sacralità esistenziale, relegato ai margini del sistema e compiaciuto di quella stessa marginalità.
Cattelan nasce come bad boy dell’arte, discolo per definizione, politicamente scorretto per indole e ruolo, capace però di tramutare tutto questo nel suo grimaldello speciale: un modo per penetrare il sistema, piazzarvisi in mezzo e dominarne il campo. Orientandone persino il mood e la direzione. Lezione numero uno: come essere vincenti, smitizzando il cuore del mainstream, in equilibrio tra complicità e leggerezza. Che piaccia o no, una testimonianza esatta dello spirito del tempo. Il nostro. Un’epoca incastrata tra una pioggia di glitter e una slavina di macerie.

Myriam Ben Salah, Maurizio Cattelan, Marta Papini - foto Pierpaolo Ferrari
Myriam Ben Salah, Maurizio Cattelan, Marta Papini – foto Pierpaolo Ferrari

Artista, ma anche curatore. Cattelan monopolizza così l’appuntamento numero venti di Artissima, confezionando una mostra per la sezione off della fiera (One Torino), nata già con la camicia: tutti ne parlano, prima ancora di vederla.Il caso esplode intorno a lui, icona vivente dell’art system internazionale, e intorno a quel titolo scaltro, efficace, provocatorio, studiato per ottenere il massimo dell’attenzione mediatica e per farne, addirittura, un brand. Shit and Die, un marchio stampato su gadget e t-shirt, un suono facile e tagliente, una carica concettuale inequivocabile. Potrebbe essere il logo di una linea fashion, il titolo di un film o di una canzone, mentre evoca frammenti di Freud, de Sade, Bruce Nauman. Perfetto, as usual.
Dopo il nome e il personaggio, però, c’è la mostra. Opere, concept, allestimento. E una sede suggestiva, come il settecentesco Palazzo Cavour.  Qui Cattelan, affiancato da Myriam Ben Salah e Marta Papini, imbastisce la sua narrazione molteplice – eppure organica – intorno a temi ancestrali che riguardano vita, morte e istinti primordiali del genere umano. “Caga e muori”: non c’è altro che il corpo – oltre le forme e le categorie sociali – con le sue pulsioni e le sue tragedie, con la sua fragilità, l’orizzonte della fine e il senso dell’attaccamento viscerale alla natura.
Le intenzioni? Raccontare il piano obliquo dell’”umano troppo umano”, attraverso opere di artisti di livello – alcune prodotte ad hoc – intrecciando il tutto con un ritratto trasversale di Torino. Una cornice, quest’ultima, imposta dal contesto e dall’occasione, che però lui risolve con destrezza, inventandosi un viaggio nel ventre della città, tra i sentieri foschi e luminosi della sua storia, e attaccandosi all’alone di mistero che sulla capitale sabauda si posa, da sempre. Quella patina notturna e aristocratica entro cui il motivo di Shit and Die prova a declinarsi.

Shit and Die - The Hug, 2014
Shit and Die – The Hug, 2014

Cucita con maestria, la mostra funziona e l’impalcatura regge. Grazie soprattutto ad alcune intuizioni. Bene per l’ouverture affidata al muro di banconote di Eric Doeninger, tra riflessioni sul falso d’autore e celebrazioni del grande feticcio universale; ancora meglio per alcune delle sale a seguire. L’africano Pascale Martine Tayou, ad esempio, edifica un paesaggio claustrofobico, sorta di caverna primordiale fatta di oggetti di recupero, totem e utensili scovati per la città; oppure la quadreria di autori vari, dedicata a volti noti della Torino che conta, per un’immancabile immersione nel pop: stili, tecniche e formati differenti, immortalando su tela Lapo Elkann, Gigi Buffon, Marisa Merz, Rita Pavone, Alighiero Boetti, Luciana Littizzetto, Achille Occhetto, Alessandro Del Piero…
Più scontata la sezione sul femminile e la sessualità, con importanti opere di artiste come Dasha Shishkin, Doroty Iannone, Tracy Emin, Andra Ursuta. Ma qui il senso del dejà vu è forte e persino retorico, a tratti. Senza queste sale la mostra sarebbe stata in piedi comunque, guadagnando persino in compattezza.
Un’operazione di qualità, nonostante qualche lavoro meno riuscito (l’installazione di Davide Balula) o fin troppo visto (gli immancabili metronomi di Martin Creed). Talmente attrattiva da aver monopolizzato Artissima e neutralizzato il format aperto di One Torino: cosa inventarsi dopo? Come far funzionare, con eguale forza, la sezione esterna della fiera nell’edizione 2015? Tuttavia, presa di per sé e staccata dalla giostra fieristica,questa mostra non è una prova decisiva.
Traducendo alla perfezione lo stato dell’arte e l’impasse creativo in cui si naviga (a vista) sulla soglia del terzo Millennio, Shit and Die non apre nessuna direzione nuova. Seduce ma non sorprende. Indica ma non sradica. Punta il coltello ma non ferisce. E così, la crisi del presente – che è economica, politica e quindi culturale – prosegue in questa auto rappresentazione ossessiva – a volte di maniera, altre di fine intelligenza – senza che uno scossone giunga a rimescolare le carte.

Shit and Die - sezione Double Trouble - Dasha Shishkin
Shit and Die – sezione Double Trouble – Dasha Shishkin

Una mostra bella, come tante ce ne sono nel mondo? In qualche modo sì. E certo non è poca cosa, oggi, farsi conquistare da un progetto espositivo, discuterne, rifletterci, ricordarne alcuni passaggi. Quando noia e mediocrità sono la norma, anche ai massimi livelli. Ma una bella mostra non è, in automatico, una grande mostra. Se per grande intendiamo qualcosa che si avvicini all’unicum, a una demarcazione, a una intuizione radicale, a una pagina non letta.
Cattelan, figlio degli anni Ottanta, esploso nei Novanta e consacrato all’alba del XXI secolo, impagina un racconto che è saturo di quel medesimo esprit culturale, restituendone un buon concentrato, ma senza spalancare aperture significative. Qui, il vero limite.
E nel fare questo rimette al centro del dibattito qualcosa che sta connotando le scelte curatoriali del momento. Il rapporto con la Storia.
Dall’ultima Manifesta alla Biennale di Berlino targata Juan A. Gaitán, passando per la prossima Biennale veneziana di Okwui Enwezor, il fantasma del passato torna, come un mantra, a orientare gli sguardi. Nei casi migliori non in forma di mero nostalgismo, quanto come recupero identitario, riappropriazione e rielaborazione di temi, icone, fatti ed illuminazioni da cui sono venuti fuori i grandi movimenti dell’Occidente moderno. Una fuga all’indietro? Non proprio. Piuttosto un tentativo di ricaricare le pile, di riattivare dei processi non del tutto compresi e di rimettere in ordine i pezzi, dopo la tempesta. Per capire cosa si è inceppato e da quale punto è possibile ripartire. Un fatto sano, se condotto con uno slancio in avanti. Slancio che la mostra di Palazzo Cavour non riesce a raggiungere.

Shit and Die - Stelios Faitakis
Shit and Die – Stelios Faitakis

Anche Shit and Die si abbevera dal tessuto storico di Torino, dell’Italia, del mondo occidentale. E lo fa recuperando alcuni autori storicizzati, con le loro rivoluzioni indimenticate: da Aldo Mondino, tessitore di straordinari tappeti in legno, ambigui monumenti alla bellezza orientale, ad Adriano Olivetti, inventore di utopie urbane e abitative; da Valie Export, che nel 1969 irruppe in un cinema porno di Monaco con un mitra in mano e i genitali in bella vista, a Carlo Mollino, di cui sono esposte alcune foto erotiche, scattate nella “Casa del riposo del guerriero”, l’appartamento torinese in cui mai abitò e che allestì come suo testamento estetico e spirituale. Ma lo fa anche immergendosi nel gusto sottile delle rovine, della citazione, dell’origine, entro cui provocare, a sorpresa, dei piccoli cortocircuiti.
Tre esempi. La straordinaria stanza affidata alla pittura murale del greco Stelios Faitakis, ispirata alla tradizione sacra ortodossa, che rimette in scena alcuni eventi della recente storia cittadina: l’ultima manifestazione di Lotta Continua (1976), la costruzione del traforo di Frejus o la crisi psicotica di Nietzsche, in Piazza Carlo Alberto. Ancora, la potente sala dominata da una forca, usata fino all’Ottocento per le impiccagioni, in dialogo con gli antichi vasi del Carcere Le Nuove, impreziositi dalle iscrizioni dei prigionieri, e con i dipinti di Markus Schinwald, copie perfette di quadri ottocenteschi, alterati da strani innesti corporei. Oppure la sezione “Fetish”, lo studiolo di Cavour in cui l’artista-curatore ha compiuto il gesto brillante: accostati gli oggetti del Conte alle foto della sua cugina prediletta, la Contessa di Castiglione, amante di Napoleone III, Cattelan impacchetta tutto nel cellophane, congelando in una bolla sintetica memorie, peccati e scritture segrete. La storia come dialettica tra feticismo, mistero e disvelamento.

Shit and Die - sezione Bite the Dust
Shit and Die – sezione Bite the Dust

E quell’innesto tra ricerca contemporanea e reperti di antiche collezioni museali (Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso, Museo di Anatomia Umana Luigi Rolando, Casa Mollino, Museo del Risorgimento) è un altro stilema che ricorre, ovunque, e che qui trova la misura giusta.
Shit and Die, allora, è una mostra robusta, a tratti intensa, con qualche debolezza, ma nient’affatto rivoluzionaria. Una mostra che si srotola con arguzia lungo un’era di decadenza. Epitaffio vitale, iscritto sul bordo di un tempo che continua a morire. Striata di ombre e di improvvise folgorazioni, (troppo) corretta, meditativa e in qualche punto eccentrica, racconta la tormentata parabola di un Occidente scisso da se stesso e in cerca di una manovra definitiva. Tra eros e morte, tra passato e futuro: un’altalena inquieta che non stacca, ancora, la sua ombra dal suolo.

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali.
  • I primi erano gli artisti granchi o Grechi

    Scrivere un tema sull’arte greca
    L’arte greca un tema di vitale importanza per la maturazione degli alunni i quali vengono proposti alcuni elementi di ispirazione per la realizzazione di alcuni elaborati artistici possiamo partire dal tema della scultura l’inizio si parte dal tema di Platone sull’idea del bello cosa determina il bello quali sono i fattori della vera bellezza perché solo la perfezione può essere definita bellezza ma noi ci poniamo un elemento essenziale la parola utile tutto ciò che viene definito utile allora serve e del bello poterlo utilizzare ma la bellezza non è un a forma utile ma una forma o idea divina. La scultura dell’arte greca Si definisce e si concretizza con l’opera del Doriforo di Policleto la vera definizione di questa scultura e l’elemento particola rizzante del canone delle proporzioni del corpo umano possiamo porre questo primo aspetto quello. Funzionale dove la testa diventa l’unità di proporzione cioè 1/8 mentre nell’architettura posiamo porre e definire tre periodi il primo periodo arcaico inizia la scultura dei kouros rigidi freddi che riprendono il primo periodo strutturale della scultura rigida e imponente dell’arte egiziana con un importante ordine architettonico Dorico, composto dall’echino ed abaco mentre la colonna poggia direttamente sullo stilobate, nel periodo classico la scultura e l’architettura riprende un tono bene definito e personalizzato con il Doriforo di Policleto copia romana che si trova nel museo archeologico di Napoli, con la colonna di ordine Ionico troviamo le volute ultimo periodo ellenistico troviamo una totale libertà di espressioni e di dinamismo
    Scrivi un tema il cinema o la storia del cinema
    Partiamo dal prima idea di analisi ottica attraverso un elemento strutturato la prima forma di movimento già dato dalla scultura e dalla pittura poi con l’avvento della scoperta della fotografica tra questi troviamo il primo film proiettato in un salon cioè un caffè de Paris i fratelli Lumier dove venne proiettata la scena dell’arrivo di un treno verso gli spettatori nel momento che si avvicinava il pubblico rimase spaventato e scappo fuori dalla sala questo evento determino un elemento essenziale di esperimento che tramite un immagine i movimento ispiro una forma di intuizione programmata e sperimentale attraverso un elemento essenziale cioè la cinematografia

    • Caimano

      Tanto brutto “artistar”. Non funziona. Troppa l’assonanza con “antistar”. Infelice. Convenirne.

  • Ursula

    Bellissima recensione, complimenti

    • Helga Marsala

      grazie Ursula!

  • lgg

    Bell’articolo Helga!!
    Cattelan e’ sempre stato un “mago” del marketing e del packaging …oltre che dell’ “appropriazione” : lo era come artista, lo e’ come editore e mi pare si riconfermi tale come curatore …non si fa neppure mancare l’ “appropriazione di ritorno a mezzo di terzo” con la stanza di Eric Deniger che “riecheggia” Hans-Peter Feldmann che “ricorda” Gianni Colosimo.
    Aveva anche il dono sovrano dell’ironia e dello sberleffo amaro ed intelligente, che pone domande e fa’ riflettere … non mi pare che, in quest’occasione, tale dono impronti di se la mostra prodotta.
    Un’ultima piccola annotazione ma le povere co-curatrici, Myriam Ben Salah e Marta Papini, a parte l’opportunità di “avere il nome in ditta”, sono riuscite ad avere un qualche ruolo? Ho letto decine di articoli e recensioni della mostra e, di loro, ho sempre e solo trovato la nuda citazione dei nomi!!

    • Helga Marsala

      grazie! :)

      (le curatrici hanno lavorato con lui, a un’operazione complessa e che avrà richiesto tante forze in campo… certo il nome di Cattelan è talmente forte, come la sua peronalità, da aver monopolizzato tutto, era inevitabile…)

  • LUCA ROSSI

    Una mostra da anni 90, ma giocata senza l’euforia di Sensation e senza quelle provocazioni che oggi ci fanno ridere. Anzi, giocata su questa disillusione di massa: non ci resta che cagare e morire. Non c’è alcun tentativo coraggioso per guardare meglio il presente e capire il futuro. Non si tratta di cercare ancora la novità o l’avanguardia modernista, quanto di lavorare maggiormente sulla consapevolezza. E quindi applicare quell’atteggiamento definito altermoderno e antifragile. Ma si tratta di stravolgere veramente l’idea di mostra, ed invece qui l’arte contemporanea è ancora soprattutto un mezzo per attirare più persone possibili per via della solita fiera. Perchè non chiamano Jovanotti o Vasco Rossi l’anno prossimo? Vi assicuro che arriva ancora più gente.

    Se l’arte viene sottoposta a questo processo di semplificazione e banalizzazione (penso anche a Vascellari recentemente a Roma) non possiamo poi lamentarci per la nomina di Trione, o per l’assenza di artisti interessanti da invitare al Padiglione Italia. Guardiamo al Furla. O alla Collu che finge di non capire la direzione del Museo (come se non fosse il direttore a dover imprimere questa direzione) per potersi sganciare, forse con un ingaggio all’estero già pronto.

    Ammesso che le cose vengano messe in pratica, ci vogliono poi anni. Come whitehouse, ci stiamo provando con un nuovo progetto per arte fiera e non solo.

    • Ddg

      Ma non adoravi cattelan?

  • Ri.Chi.
    • ruote telluriche

      Pur apprezzando Helga, questo di Ri.Chi è però il miglior commento alla mostra di Cattelan!
      Certo per il “die” non si può far niente ma per il “shit” si può risolvere; ci sono pur gli assorbenti , suvvia Maurizio ! :))

  • Concordo con Helga. Una mostra con alcune libere interpretazioni delle opere, ma con intuizioni molto intelligenti, tipo la forca in casa Cavour.
    Nei prossimi anni il vintage, nell’arte contemporanea, andrà di moda ancora di più…

  • un critico italiano

    Articolo in diversi punti condivisibile. L’unico vero atto eversivo di un artista italiano, tuttavia, è stato quello di Marco Lavagetto nel 2001, con il Complotto di Tirana ed il finto Oliviero Toscani. Non a caso il sistema lo ha respinto

  • Sarebbe utile che qualcuno inizi ad evidenziare i danni che Cattelan ha fatto all’arte in generale. Fare il discolo non offre contributi di nessun tipo, anzi può essere controproducente. Immaginate di insegnare a scuola l’arte di Cattelan, sarebbe la fine.
    Negli ultimi decenni del secolo scorso si poteva fare i cretini visto che si stava economicamente bene, ma oggi questo non è possibile. Continuare con questa mentalità è dannoso.
    Shit & die Cattelan!

  • Perché continuare a parlare la mostra e bella anzi eccellente dai vuoi un consiglio Da amico perché non iniziare a scrivere un libro , non per forza bisogna stamparlo bastano 100 pagine con trenta righe per pagina, con 60 battiture inclusi gl spazi inserimento dell’indice , note di piè pagine , bibliografia e sito grafia con illustrazioni curate da Roberto Scala a titolo gratuito tutto verrà pubblicato su Issuu chi vuole lo può scaricare e stamparselo pagando una piccola quota cosa ne pensi perché continuare a parlarne mettere nero su bianco che idea bye Roberto Scala

  • angelov

    Se è pur vero
    che “nomen est omen”,
    l’amato-odiato Cattelan
    è il crociato-fautore
    e nel mondo antesignano
    di quell’estetica ed etica Cattolica,
    al suo meglio o al suo peggio,
    per il piacere e la spensieratezza
    anche di coloro che al suo gioco
    proprio non ci vorrebbero stare.

  • Bubnic

    Il “format” mostra non ha più senso oggi. Volete capirlo o no? Abbiamo visto e rivisto troppo negli ultimi anni, e la vista è andata a farsi fottere. E come se tutto ciò non bastasse ecco il web. Poi che dire: Cattelan? Una salma da museo delle cere; La provocazione? Provoca solo una gran sonnolenza.

    • Helga Marsala

      Interessante. Il format mostra non ha più senso, dici? E quindi? Non ne facciamo più?

      • Bubnic

        ça va sans dire, Helga.

  • Come sempre l’avete vista dal vero o leggete e guardate foto?

    A me è piaciuta, ben fatta, equilibrata negli spazi, pezzi rari e una certa originalità nel proporli, nulla di sconvolgente, ma gradevole.

    • Bubnic

      Davvero non capisci che mai come oggi l’arte è di una noia mortale?! Dal vero o dalle foto poco cambia: è sempre la stessa mostra. Sempre.
      Ho già sonno, vado a prendere un caffè và.

      • romina

        non si capisce se è un astio verso qualcuno o verso qualcosa, l’arte è di una noia mortale, beh nessuno ti obbliga a guardarla, c’è la pesca o il trial, esci, divertiti, supera questo disagio,

        • Bubnic

          Di sicuro il mio tempo libero non lo perdo per ri-vedere le solite banalità del Cattelan di turno. Mi sa però che non hai capito ciò che ho scritto sopra. Il disagio è tutto tuo.

          • Paolo Abano

            colpisce sempre molto vedere quante persone parlano (quasi sempre male) di mostre senza averle mai viste

          • Bubnic

            Ma cosa vuoi rivedere ancora? cosa?

    • Olga

      Ma la prima stanza cosa c’entra col resto della mostra?

    • Luca Bersano

      Ciao. :-) Ho guardato le foto e non ho letto quasi nulla, mi basta così grazie. Troppa morte e miseria, mi basta uscire di casa per vedere bruttezza, queste cose le lascio ai ricchi depressi. Buona giornata! :-) Luca B.

  • Hector- Hector

    Se questa…la chiamate bella mostra o comunque “arte” siete veramente dei leccaculo…e scusatemi per il francesismo ma quando ci vuole ci vuole…

    • Helga Marsala

      Complimenti per l’alto livello dell’osservazione critica… Ma mi sfugge qualcosa: a chi dovrei leccare il culo? io Cattelan non lo conosco.

      • Adelmo

        Dai, non è che per “leccare il culo” sia richiesto il conoscersi! Questo no dai.
        Però secondo me il commento è solo un simpatico lapsus, vista la superba immagine molliniana.

  • Ruote Telluriche

    Il commento di Helga é bello, critico al punto giusto forse fin troppo,
    Anzi direi che Helga , non me ne voglia , é un pó troppo buona.
    Leggo che la mostra é piaciuta persino al torinese Luca Beatrice che si é sentito , dice, rottamato lui e l’intera categoria dei curatori di fronte alla prova riuscita dell’artista tuttofare: ma allora le mostra le possono organizzare proprio tutti! Beh ma con quello che si vede in giro già lo si era capito! :))
    Ahimé Beatrice è peró un pó a digiuno di esperienze internazionali (alla sua occasione alla biennale mostró i suoi limiti a riguardo chiamando un paio di bolliti , diversi amici e fece abbassare le luci per fare atmosfera ) altrimenti avrebbe riconosciuto nella mostra
    Di Cattelan lo scheletro di un repertorio tipico di tante biennaline senza l’ombra di quei contenuti intelettuai capziosi e spesso sgangherati delle quali si ammantano.
    Si accontenta qualche artista in vista che spesso é peggio di tanti sconosciuti. Si preleva qualche oggetto del posto per ricordarci
    Dove siamo ma se non si é Clair, che piaccia o meno qualche libro l’ha letto, il prelievo lombrosiano, Cavour e la forca sembrano ricordare
    Le trovate dell’Almanacco di Topolino piú che Foucault.

  • Egeo Bianco

    Una disamina a mio giudizio molto interessante della mostra di Torino: http://colorebianco.blogspot.it/2014/11/cattelan-torino.html

  • Pino Boresta

    “Io
    senza gli altri, non sono nessuno sono davvero vuoto. Rubando qualche
    frase qua e là è dai tempi della scuola che vado avanti cosi: la
    mia maestra si arrabbiava perché non avevo neanche la furbizia di
    copiare dagli studenti più bravi. Mi vergogno e io mi ci sento un
    ladro che deruba la fiducia di tutto il mondo dell’arte.” Questa la
    disarmante sincerità con la quale Maurizio Cattelan risponde a
    Francesco Bonazzi in un intervista pubblicata su JULIET n.119 nel
    2004. Ragazzi, ma come si fa a continuare a criticare un artista che
    può permettersi di dire queste cose? Questo era quello che era
    necessario dire in quel momento, e lui l’ha detto e io credo che
    Maurizio non sta barando è arrivato dove è arrivato perché è
    stato ed è il migliore, il più intelligente, il primo a capire
    quello che bisognava e bisogna fare, come farlo e come comportarsi
    per ottenerlo. Trovo stupido e anche noioso continuare a criticare un
    artista italiano che è riuscito ad avere il successo internazionale
    che ha avuto e continua ad avere. Per quel che concerne la mostra
    ribadisco, quello già detto anche in altra sede e cioè, che trovo
    il titolo scelto da Maurizio l’opera più bella che c’era nella
    mostra e difatti è anche quella più venduta ovunque essa sia
    riprodotta, ma non sono d’accordo con chi dice che tutto il resto sia
    stato solo un necessario contorno per promuovere il brand “SHIT AND
    DIE”, anche perché io avrei fatto carte false per far parte di
    quel contorno. Anche se alla mia maniera un po forse ci sono
    riuscito, ma stare sempre fuori, ora che sono in piena stagione
    invernale, se prima o poi non mi fanno entrare dentro rischio di
    morire di freddo. Ma forse sono già morto e non me ne sono accorto?

  • Shandy

    Mi perdoni: quando in fine di recensione scrive “affatto rivoluzionaria” intende “molto rivoluzionaria” – come farebbe intendere la grammatica – o “per nulla rivoluzionaria” – come farebbe intendere il contesto? Scusi la puntigliosità. Per il resto, recensione (a larghi tratti) condivisibile e ben argomentata: quindi complimenti.

    • Helga Marsala

      Shandy, ha ragione, ho usato “affatto” nell’accezione comune negativa, quando in realtà è un avverbio nato con un senso positivo. Sarebbe più corretto “nient’affatto”, è vero. Grazie per le note di apprezzamento, un saluto!

    • Helga Marsala

      Shandy, ha ragione, ho usato “affatto” nell’accezione comune negativa, quando in realtà è un avverbio nato con un senso positivo. Sarebbe più corretto “nient’affatto”, è vero. Grazie per le note di apprezzamento, un saluto!