Un’enorme collezione privata in mostra a Trieste. E il Messico fa Circa 2000

Castello di Miramare, Trieste – fino al 15 settembre 2014. Quasi novanta artisti messicani per raccontare la sterminata collezione di José Pinto Mazal. Che mostra – con tanta pittura e media tradizionali – alcuni dei più prolifici artisti che hanno lavorato nel Paese latino negli ultimi trent’anni.

Fernando Moreno, L'onda (da Hokusai), 2009, china su carta

È sempre difficile farsi un’idea della scena artistica di un Paese attraverso una collezione d’arte, anche di grandi dimensioni, perché – irrimediabilmente – il gusto e la passione del collezionista la fanno da protagonisti. Conviene infatti immaginare la collezione come una somma di numerosi campionamenti motivati dal piacere e dall’interesse personale, una lente che permette di osservare molti dettagli a probabile discapito della fedeltà, ma con il piacere di guardare il mondo da sopra una collina, costruita con tanta tenace caparbietà.
È il caso di Messico Circa Duemila, mostra che raccoglie – grazie a un progetto di collaborazione tra lo stato americano e la città di Trieste (legata al Messico per il doppio filo di Massimiliano d’Austria, rampollo degli Asburgo i cui interessi dinastici lambivano il Pacifico) – le molte opere di una novantina di artisti attivi in quel Paese con una pluralità di tendenze e la prevalenza marcata per la pittura. Come scrive la curatrice, “appaiono tutti i generi consacrati, dal paesaggio al ritratto al nudo, al realismo sociale alla tendenza primitiva, a tematiche sacre come il citazionismo arcaico e surreale generi e modalità molto spesso tra loro sovrapposti ed intrecciati, secondo un corposo paradigma messicano che tende di preferenza al racconto complesso, prediligendo in ogni caso una intensa, debordante figuratività”.

Manolo Cocho, L'aquila e il serpente, 2011, olio su tela
Manolo Cocho, L’aquila e il serpente, 2011, olio su tela

La mostra si snoda negli spazi delle scuderie senza una particolare scansione cronologica o concettuale, in una modalità liquida che favorisce l’incontro casuale con l’opera. Fra i topoi tematici non manca la storia del Messico, che nasce dalla fusione della civiltà indigena e spagnola, con una mitologia costruita sugli animali, come mostra con un olio di grande dimensione Manolo Cocho, in cui il serpente e l’aquila rappresentano simbolicamente i due elementi che si incontrano. Anche la carta di Erika Harrsch racconta un pezzo di storia, ma probabilmente quella degli stati latini controllati dalla Cia e dagli elicotteri, o forse quella della continua distruzione della natura.
La forza della natura fa da sfondo ideologico anche ai pezzi di Alejandro Pintado e di Fernando Moreno, il quale cita apertamente Hokusai. Politico (e pop) Xochitl Rivera, il cui lavoro nasce dal collage di giornali, mentre di Francis Alÿs è presente con un disegno a cavallo tra concettuale e surreale, che è uno dei pezzi più curiosi per coloro che conoscono l’artista, uno dei più noti della sue generazione.

Daniele Capra

Trieste // fino al 15 settembre 2014
Messico circa 2000
a cura di Maria Campitelli e Manolo Cocho, Fernando Galvez de Aguinaga, Gerardo Traeguez
CASTELLO DI MIRAMARE
Via Miramare
040 567136
[email protected]
www.gruppo78.it

 

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Daniele Capra (1976) è giornalista, curatore indipendente ma militante. Tra le mostre curate la personale di Matteo Fato alla Fondazione Dena di Parigi, Contractions presso Dolomiti Contemporanee, Fisiologia del Paesaggio per i Musei di Zoologia e Anatomia Comparata dell’Università di Bologna, Let’s Go Outside per il Comune di Milano, Drawing a Video al Museo Janco Dada di Haifa e la IV edizione del festival Tina-B di Praga. È stato curatore del Premio Emergente Europeo Trieste Contemporanea nel 2008 e nel 2009, giurato all’International Onufri Prize di Tirana. Scrive per Artribune, per Nordest Europa e per i quotidiani veneti del Gruppo Espresso. È membro del comitato scientifico del festival culturale Comodamente. Vive un po’ troppo di corsa, con molti libri ancora da leggere ed il portatile sempre acceso.