Il Veronese dimezzato

In occasione della mostra “Veronese e Padova: l’artista, la committenza e la sua fortuna”, viene esposta quattrocento anni dopo e per la prima volta la Pala l’Ascensione di Cristo, oggetto di un clamoroso furto. Fino all’11 gennaio 2015, ai Musei Civici agli Eremitani.

Valentin Lèfevre – Il convito di Antonio e Cleopatra. Padova, Musei Civici

La potenza pittorica di Paolo Veronese (Verona, 1528 – Venezia, 1588) stende, come un gancio ben assestato. A conferma di ciò, nel caso voleste sperimentare di persona, vi basta fermarsi dinanzi a una sua tela – magari del ciclo de Le Cene – e stare lì a osservare, ammaliati dal cromatismo limpido, dalla forza scenografica delle composizioni dall’intensità drammatica (quasi attoriale) dei soggetti sacri.
Se vi siete convinti, si è da pochissimo inaugurata la mostra Veronese e Padova: l’artista, la committenza e la sua fortuna, ospitata nelle sale dei Musei Civici agli Eremitani. L’esposizione offre agli appassionati la ghiotta occasione di ammirare tutti i Veronese conservati a Padova – con la sola eccezione dell’inamovibile Pala di Santa Giustina – e di valutare il lascito del maestro nella scuola locale tra Cinque e Seicento. E non solo. Il percorso espositivo, che in totale conta cinquanta dipinti e una quarantina di stampe, prosegue in un corposo excursus tra eredi, emuli e interpreti: dal fratello Benedetto Caliari a Giovanni Battista Zelotti, da Dario Varotari a Pietro Damiani, dal fiammingo Valentin Lefèvre fino a Sebastiano Ricci.

Valentin Lèfevre – Il convito di Antonio e Cleopatra. Padova, Musei Civici
Valentin Lèfevre – Il convito di Antonio e Cleopatra. Padova, Musei Civici

La parte patavina dell’eredità di Veronese consiste, per intenderci, nei dipinti commissionatigli dai benedettini a partire dal 1556. E adesso viene il bello. La mostra è anche occasione per ammirare, per la prima volta, la pala d’altare l’Ascensione di Cristo. Il quadro, infatti, fu oggetto di un clamoroso furto agli inizi del 1600: ignoti s’introdussero nella Chiesa di San Francesco a Padova e tagliarono a metà la pala, lasciando nella chiesa solo la parte superiore. Il pezzo di tela mancante raffigurante gli Apostoli, prima di ritornare a casa, ha viaggiato per centinaia di chilometri, passano di mano in mano nel corso della storia. Un viaggio assurdo che vale la pena accennare. Il dipinto, dopo il furto, fu venduto nel 1673 al vescovo Karl Lichtenstein a Olomouc, cittadina della Repubblica Ceca, da Franz von Imstenraed di Colonia, nella cui collezione era catalogato per la prima volta nel 1667 con la dicitura: Assunzione di Paulo Veronese. Tale nome, però, compare già dodici anni prima (nel 1655) in un altro catalogo: quello della collezione Arundel di Amsterdam, dalla quale Imstenraed acquistò la tela.

Francesco Perezzoli detto il Ferrarino – Il convito di Erode. Padova, Musei Civici
Francesco Perezzoli detto il Ferrarino – Il convito di Erode. Padova, Musei Civici

Il mistero della tela tagliata trova in Thomas Howard conte di Arundel una svolta: tra il 1612 e il 1613, il conte soggiornò a Padova e lì formò la sua collezione e, probabilmente, proprio in uno dei suoi soggiorni acquistò – consapevolmente o meno – la metà rubata dell’Ascensione del Veronese. Nei decenni più recenti, la tela degli Apostoli fu conservata prima nella Galleria Nazionale di Padova e poi nella Galleria dell’Arcivescodavo nel Castello di Kromeriz. Solo cinquant’anni fa la sensazionale scoperta: il professore e critico d’arte sloveno Eduard Safarik riconosce in quella metà un’opera non autonoma, ma la parte trafugata della famosa Ascensione.

Paolo Veronese e Pietro Damini – L’Ascensione di Cristo, 1575. Padova, chiesa di San Francesco
Paolo Veronese e Pietro Damini – L’Ascensione di Cristo, 1575. Padova, chiesa di San Francesco

Lasciamo il giallo che ancora avvolge il quadro per tornare alla mostra in sé. Il percorso espositivo pecca in alcuni punti nell’allestimento: le targhette esplicative, in alcuni casi, sono troppo vicine alle porte d’ingresso (con contestuale creazione d’ingorghi) e le luci dei faretti si riflettono sulla vernice brillante di alcuni quadri, rendendone difficile la fruizione. Altro problema è la posizione della Pala Ascensione di Cristo (quella rubata): la stanza che la ospita ha il soffitto troppo basso, di pochi centimetri più alto dell’opera che, tra l’altro, si trova troppo in prossimità dell’ingresso. Anche in questo caso la posizione del quadro rende difficile la recezione dell’opera (pensata non di certo per un museo).
In totale, questa piccola ma sostanziosa retrospettiva ha centrato il suo scopo: mostrare l’originalità del Veronese, con quella sua identità artistica “foresta” che lo rese celebre e richiestissimo a Venezia.

Paolo Marella

Padova // fino all’11 gennaio 2015
Veronese e Padova: l’artista, la committenza e la sua fortuna
Catalogo Skira
MUSEI CIVICI AGLI EREMITANI
Piazza Eremitani 8
049 8204551
padovacultura.padovanet.it/it/musei/complesso-eremitani

 

 

 

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Paolo Marella
Barese, classe 1987, trapiantato maldestramente a Venezia. Laureando in Economia e Gestione dei Beni Culturali all'Università Ca' Foscari, coltiva da anni una forte passione per l'arte e la scrittura. Gli piace il mondo della comunicazione: quest'anno ha lavorato nell'ufficio stampa del Carnevale di 2012. E' giornalista pubblicista, anche se non lo dice in giro. In passato si è occupato di cronaca giudiziaria per il Quotidiano Puglia. A Venezia ha lavorato, come mediatore culturale, nei maggiori musei d'arte contemporanea e moderna - Palazzo Grassi, La Biennale e Peggy Guggenheim Collection. Ha un blog (anche se ci scrive poco) e gli piace molto il cinema. Fa scherma. O almeno ci prova.