Mimmo Rotella a Milano. Della serie mostre al contrario

Palazzo Reale, Milano – fino al 31 agosto 2014. Un decennio di Mimmo Rotella, 1953-1963, insieme a chi ha fatto l’arte di quegli anni: da Warhol a Pistoletto, passando per Manzoni, Schwitters e tanti altri. O forse 1963-1953. Perché la mostra è al contrario, ma non ci guadagna affatto…

Fai il biglietto, entri e ti trovi nel buio bookshop. Prosegui e, superata la stanza un po’ amarcord tappezzata di fotografie di Mimmo Rotella (Catanzaro, 1918 – Milano, 2006), che ti fa anche piacere perché ritrovi i volti, gli spazi e i tempi dell’arte contemporanea che è stata, e non è più, ti ritrovi catapultato nella sala “1960-1963”: tutto è molto chiaro, buona la scelta delle opere, con anche qualche presenza di contesto, su pareti grigie (mutuate dall’allestimento di Piero Lissoni alla mostra sul Luini, lì accanto, fino al mese scorso), buoni i cartelloni esplicativi.
Ma i conti non tornano: manca un decennio di attività artistica, prima del 1963. L’apparente bizzarria si trasforma in follia man mano che, increduli, si procede in avanti (all’indietro): la mostra è, inequivocabilmente, al contrario. Chissà, sarà per un richiamo molto chic allo strappo dei manifesti che fa riemergere gli strati precedenti, ma la mostra va all’indietro. Il che, di per sé, potrebbe anche essere un espediente critico divertente, sperimentale: ma al visitatore chi ci pensa?

Mimmo Rotella in Piazza del Popolo, a Roma
Mimmo Rotella in Piazza del Popolo a Roma

Il problema fondamentale è che cartelloni sono palesemente pensati al contrario rispetto all’andamento della mostra: le premesse del discorso con cui si dovrebbe accompagnare il visitatore stanno alla fine, e le conclusioni all’inizio, come fosse un discorso cronologicamente organizzato, tagliato e rimontato al contrario: soltanto nell’ultimo pannello si spiega cosa sia un décollage e un retro d’affiche. Viene il dubbio, fulmineo, di essere entrato dalla parte sbagliata: eppure mi hanno strappato il biglietto all’ingresso, che è proprio accanto alla biglietteria. E, in effetti, la fine (l’inizio) indirizza verso un bugigattolo in cui ci sono i wc di Palazzo Reale: un profilo più da uscita, per quanto non coerente con le Reali stanze, che da entrata. E poi si dovrebbe fare un lunghissimo giro per arrivare al supposto ingresso, dove non c’è nessuno che ci strappi i biglietti. Ne concludo che ho fatto il percorso giusto (cioè, al contrario).
Esco e mi immagino una gag: Germano Celant, con i suoi collaboratori, pensa una mostra, neanche tanto malvagia, sviluppata secondo un andamento strettamente cronologico, un po’ ready made, ma tant’è. Qualche funzionario di Palazzo gli riferisce che gli spazi a disposizione non permettono di disporre le opere come loro hanno pensato. Mi pare di sentirlo, un genio, che a quel punto, illuminato dall’eureka del momento, dice: “Facciamola al contrario”. Ed ecco la genesi di una mostra a Palazzo Reale.
La cosa inquietante è che nessuno abbia detto niente, su nessun giornale, il che ogni tanto mi fa ancora pensare di essere entrato dalla parte sbagliata, ma più in generale.

 

Giulio Dalvit

 

Milano // fino al 31 agosto 2014
Mimmo Rotella – Décollages e retro d’affiches
a cura di Germano Celant
Catalogo Skira
PALAZZO REALE
Piazza del Duomo 12
02 87036823
www.comune.milano.it/palazzoreale

 

 

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Giulio Dalvit
Nato nel 1991 a Milano, ha studiato Lettere e si è laureato in Storia dell’arte moderna alla Statale di Milano. Ha collaborato anche con alcuni artisti alla realizzazione di mostre milanesi tra Palazzo Reale, il Museo del 900 e Palazzo Ducale a Genova. Ha scritto per Flash Art e, ora, Artribune. Sempre in sospeso tra l’antico e il contemporaneo, studia al Courtauld Institute a Londra, dove attualmente vive.
  • Giovanni

    Corretto incentrare l’attenzione e la critica ad una scelta totalmente gratuita e palesemente forzata.
    Particolarmente sconveniente e sgradevole l’ingresso attraverso lo shop.
    Della mostra poco da obiettare: bella e completa. Ma nascondere il percorso al contrario dietro supposte motivazioni filosofiche è ridicolo.