Il riso amaro di Victor Hugo e l’arte dell’esposizione

Maison de Victor Hugo, Parigi – fino al 31 agosto 2014. Una mostra parigina analizza le filiazioni e le ricadute sull’immaginario moderno di un’opera letteraria. Avendo molto da dire sugli allestimenti, sul ruolo della cultura e persino sul turismo di massa.

Jack Nicholson in Batman (Tim Burton, 1989)

Museo d’Orsay, Ferragosto 2014. Esposizione La mort à l’oeuvre, una rassegna di immagini fotografiche del secondo Ottocento sul trapasso. Dinanzi a quella (di Nadar) che ritrae l’autore de I Miserabili sul proprio letto di morte, italiota uno chiede: “Ma chi è ’sto Victor Hugo?”. Italiota due risponde: “Boh!”. Scene di ordinario turismo becero che coinvolgono anche un autore certamente colto ma di straordinaria popolarità, e che neanche il successo planetario dei musical tratti dalle sue opere più celebri può arginare.
Il visitatore che invece ha divorato le opere di Hugo non può non recarsi al numero 6 di place des Vosges e visitare l’appartamento al secondo piano che il grande scrittore francese abitò dal 1832 al 1848, fino cioè a poco prima del suo lungo esilio lontano dai patri confini, per poi scendere al primo piano dello stabile, dove abitualmente sono ospitate mostre che intendono approfondirne la vita e l’opera. Il museo, in tal modo, amplia l’offerta, fa rivivere il materiale che abitualmente risiede nei depositi, avanza scientificamente producendo cataloghi, ma soprattutto restituisce un’idea di istituzione viva, in continuo aggiornamento, in perenne auto-approfondimento. Ogni esposizione contribuisce così ad aggiungere un tassello ulteriore alla comprensione di uno scrittore sinonimo della Francia e delle sue opere capitali.

Nadar, Victor Hugo sur son lit de mort, 1885 (Paris, Musée d’Orsay)
Nadar, Victor Hugo sur son lit de mort, 1885 (Paris, Musée d’Orsay)

È la volta di un’esposizione che illustra le vite di uno dei romanzi più noti, L’uomo che ride (1869), incentrato sulla figura di Gwynplaine, un giovane povero dal volto sfregiato che agli inizi del XVIII secolo scopre di essere un aristocratico. Suo padre, fedele alla repubblica di Oliver Cromwell, al ritorno della monarchia si era volutamente esiliato in Svizzera; per punizione, il nuovo sovrano, Giacomo II Stuart, aveva ordinato che il di lui figlio fosse reso irriconoscibile e portato via. Quando Gwynplaine viene a scoprire la verità sulla propria storia, coglie l’occasione della sua investitura alla Camera dei Lord per attaccare l’aristocrazia e l’ingiustizia sociale, ma finendo per essere deriso dai nobili presenti a causa delle sue parole e del suo viso sfigurato. Gwynplaine troverà l’amore soltanto nella non vedente Dea, che accudisce dalla tenera età, una creatura capace di vedere con occhi interiori il vero volto del giovane.
Carico di riferimenti personali, L’uomo che ride è dunque la storia di un eroe diviso tra due classi sociali, segnato da una perenne espressione gioiosa del volto che contrasta con un animo sofferto, costretto nell’impossibilità di esprimere i propri sentimenti e a dissimularli involontariamente. Proprio da qui prende piede la domanda che dà il titolo alla mostra – L’âme a-t-elle un visage? – e che potrebbe applicarsi alla stessa opera di Victor Hugo: quali e quanti volti ha L’uomo che ride?

Thierry Valletoux, Gwynplaine (Jean Marc Gondrin) et Josiane (Emmanuelle Seigner) in L’Homme qui rit (Jean-Pierre Améris, 2012)
Thierry Valletoux, Gwynplaine (Jean Marc Gondrin) et Josiane (Emmanuelle Seigner) in L’Homme qui rit (Jean-Pierre Améris, 2012)

L’esposizione, infatti, oltre a una parte iniziale in cui sono presentate opere grafiche dello stesso Hugo, probabili studi per la creazione di personaggi e luoghi, come il Faro di Casquets, si sofferma sulla vita del romanzo una volta uscito dalle mani del suo creatore, trasformandosi ben presto da monografica e bibliografica in strumento pop e multidisciplinare. Se fa riflettere la stampa illustrata, dai forti connotati caricaturali, prodotta nei mesi successivi all’uscita del romanzo, segno di quanto forte fosse a quel tempo il richiamo di una pubblicazione letteraria, stupisce la fascinazione che l’opera ha esercitato nel XX secolo, al pari di altri capolavori quali Notre-Dame de Paris e I Miserabili, dal teatro al cinema fino al fumetto.
Se le tavole del palcoscenico negli ultimi anni hanno riscoperto questo testo, soprattutto in Francia e in Inghilterra, e se le strisce sono un prolungamento della tradizione illustrativa ottocentesca, è senz’altro il grande schermo ad aver beneficiato di tale storia, alimentandone al contempo il mito. La versione cinematografica più riuscita, densa di atmosfere espressioniste, The Man Who Laughs (1928) di Paul Leni, con la grande interpretazione di Conrad Veidt nei panni di Gwynplaine, sarà anche quella che in un certo senso altererà, nell’immaginario a venire, e proprio a causa del trucco indossato dall’attore, il protagonista dal perenne sorriso da eroe positivo a maschera del male: a esso infatti l’autore dei fumetti di Batman si ispirerà per la creazione del nemico numero uno dell’uomo-pipistrello e assassino dei suoi genitori, quel Joker reso poi memorabile al cinema da Jack Nicholson e Heath Ledger, sovrapponendosi di fatto alla matrice originaria e tradendo il significato di fondo istillato dallo scrittore.

Léon Bonnat, Le portrait de Victor Hugo, olio su tela, 1879 (Paris, Maison de Victor Hugo)
Léon Bonnat, Le portrait de Victor Hugo, olio su tela, 1879 (Paris, Maison de Victor Hugo)

Con un allestimento suggestivo ed elegante, la piccola mostra alla Maison Hugo si presenta come un saggio di metodologia allestitiva, capace di approfondire un argomento facendo la gioia tanto dello studioso che del pubblico comune, e sfuggendo di fatto a facili definizioni: è una mostra su un’opera letteraria ma anche un’esposizione su prodotti grafici (incisioni, stampe e fumetti), fotografici (le immagini degli spettacoli teatrali e quelle prese sul set dei film), perfino sartoriali (gli abiti di scena). Ma chi ricorda, in Italia, una mostra simile su I Promessi Sposi o su Piccolo mondo antico?
Solo in questo periodo, Parigi ospita mostre analoghe in molti dei suoi musei: al Delacroix, ciclicamente, si tira fuori dagli archivi un po’ di materiale del grande pittore e si costruisce qualcosa di nuovo, dal rapporto dell’artista con la fotografia ai suoi disegni relativi alle opere di Shakespeare; all’Orsay, come visto prima, vi è attualmente un’esposizione di istantanee sul tema della morte, tutte di proprietà del museo, che permette di percorrere una carrellata dell’evoluzione tecnica del mezzo fotografico attraverso un’iconografia insolita e di indiscutibile fascino. E il bello di queste mostre è che sono visitate da centinaia di persone al giorno, anche se non tutte consapevoli di quello che vedono. Ma questo è un altro problema. Proprio ne L’uomo che ride, Victor Hugo scriveva: “Étant ignorant, le peuple est aveugle. Mais pourquoi le peuple est-il ignorant? Parce qu’il faut qu’il le soit. L’ignorance est gardienne de la vertu”.

Giulio Brevetti

Parigi // fino al 31 agosto 2014
L’âme a-t-elle un visage?
a cura di Gérard Audinet
MAISON DE VICTOR HUGO
Place des Vosges
+3 (0)1 42721016
[email protected]
maisonsvictorhugo.paris.fr

 

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Giulio Brevetti
Giulio Brevetti (Napoli, 1980), dottore di ricerca in Storia della Critica d’Arte, si occupa prevalentemente del dibattito storiografico tra Settecento e Ottocento. Ha studiato l’iconografia dei Borbone delle Due Sicilie e di Giuseppe Garibaldi, le tematiche risorgimentali nella pittura meridionale, il rapporto tra pittura e fotografia, nonché la cinematografia di autori quali De Sica, Fellini e Polanski. Ha collaborato alla realizzazione di mostre e al riallestimento di sale museali. Ha all’attivo diverse pubblicazioni in cataloghi e riviste specializzate. Scrive da anni articoli e recensioni di mostre e di cinema. In passato, ha collaborato con le testate “Exibart” e “Whipart”. È fotografo semiprofessionista e alcuni suoi scatti sono stati pubblicati su testi di rilevanza scientifica.