David Ostrowski. Il pittore della soppressione

Le sue opere sembrano esperimenti fatti con Adobe Photoshop da un principiante. Errori più che quadri. Eppure i lavori dell’artista tedesco David Ostrowski hanno raggiunto all’asta cifre da capogiro. Persino lui si sorprende che vi sia “gente in giro che trova buono il mio lavoro”. Dopo una lunga chiacchierata, abbiamo (forse) capito il segreto del suo successo: la sottrazione. A settembre vedremo le sue opere alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino e all’ICA di Londra.

David Ostrowski nel suo studio

La prima volta che ho visto la serie dei tuoi lavori intitolata F, sia che la lettera indichi le parole “Fehler Malerei” (errore pittura) o il voto più basso nel sistema scolastico americano o semplicemente “Fuck”, ho pensato: questo pittore dev’essere piuttosto pigro; questo pittore dipinge molto velocemente; questo pittore dipinge come se usasse Adobe Photoshop per la prima volta; questo pittore è lo street artist che lavora in studio con pittura spray più minimale che abbia mai incontrato. In molte interviste hai dichiarato: “Da destrimano, cerco di dipingere con la mano destra come fosse la sinistra. È un modo per far sì che succedano cose che non avevo previsto”. Sia le mie considerazioni, sia il tuo commento si riferiscono essenzialmente alla “forma”. Cosa c’è dietro? Cosa mi dici del contenuto?
La pittura muore e rinasce costantemente. Quest’abituale stato alternato è un’invenzione umana. Credo nei contenuti della pittura e nella cura del medium stesso. Mi piace usare la velocità per dipingere qualcosa d’improbabile, così come fare errori. È un semplice trucco del pittore, come l’idea primitiva di un destrimano che dipinge con la sua mano destra come fosse la sinistra. È tutta una questione di manipolare continuamente te stesso; voglio perdere il controllo in modo da creare una specie di tensione.
Sono un maestro della soppressione ed effettivamente dimentico, la maggior parte delle volte, come ho costruito, dato avvio, dipinto i lavori che ho fatto prima. Paradossalmente, in studio avviene una sorta di rallentamento; in pratica trascorro tutto il tempo alla ricerca di qualcosa. Gli errori sono occasioni per creare cose nuove. È uno strumento che mi piace molto usare. Ho anche smesso di disegnare e fare schizzi tempo fa … che è un grande vantaggio per perdere il controllo sulla tela e fare errori. Il mondo intero e la vita per me sono errori, ma il mondo ha ancora alcuni angoli meravigliosi e a volte la vita può anche essere divertente—a volte! La vera questione è che spero di non venir accoltellato. Sono sbalordito che ci sia gente in giro che trova buono il mio lavoro.

Hai studiato pittura con Albert Oehlen alla Kunstakademie di Düsseldorf. Negli Anni Ottanta Oehlen ha cominciato a combinare elementi astratti e figurativi nelle sue opere, come reazione all’estetica Neo-espressionista prevalente a quel tempo. Che cosa hai appreso da lui e cosa hai rifiutato?
È stato molto bello prendere parte al discorso sull’arte contemporanea con Albert. I viaggi a Düsseldorf sembravano come le vacanze, e le amicizie che sono nate lì sono tuttora forti. Da studente, sei molto impressionabile, e secondo me non è una buona cosa. Non ho mai dipinto in maniera tanto povera come quando studiavo in accademia, ma  mi sono divertito e ho esercitato la mano su cose differenti.
Ero abituato a pensare che una volta lasciato lo studio sarei stato anche in grado di dimenticare la pittura. Invece contemplo il mezzo prima di andare in studio e dopo essermene andato. La pittura mi permette di produrre le più grandi emozioni possibili con il minor numero di mezzi possibili. Siccome sono un pittore romantico, c’è molto dramma in tutto questo.

David Ostrowski – F (Dann lieber nein), 2013. Courtesy Peres Projects, Berlin
David Ostrowski – F (Dann lieber nein), 2013. Courtesy Peres Projects, Berlin

Negli Anni Novanta la maggior parte dei pittori che vivevano nella Germania dell’Est (nello specifico a Lipsia) optarono per una rappresentazione realistica, piuttosto figurativa e molto colorata. Il tuo approccio minimalista è una reazione a quella tendenza? Così com’era successo al tuo maestro?
Il processo di allontanamento dalla narrazione pittorica verso l’incomprensibile è stato naturale ed è stato accompagnato dal tentativo di creare qualcosa di nuovo, qualcosa che non conoscevo ancora, o almeno qualcosa che ho “scippato” talmente bene che l’ho fatto mio e continua a sorprendere. La pittura, per me, è cercare il senso nel nonsenso. Non sono interessato a capire, piuttosto mi interessa il non capire. Lavoro solo con i materiali più semplici ed economici. Ho smesso di dipingere a olio perché mi offriva troppe possibilità. La pittura spray, invece, ti costringe a limitarti, devi lavorare velocemente con la lacca. È praticamente impossibile fare correzioni e c’è soltanto un piano A, mai un piano B. Dipingere sopra non è un’opzione perché non è possibile con la lacca. Conta il primo colpo. Troppi atti sono sovrastimati.

Consideri il tuo metodo più istintivo o concettuale?
Il mio lavoro è fortemente gestuale e spontaneo nello stile. La fisicità delle mie azioni incorpora ogni potere decisionale, permettendomi di rivelare possibilità impreviste, sconosciute e incontrollate.
I materiali che uso, in particolare le vernici spray, permettono questo tipo di creazione, che è estemporanea e grezza. Questa spontaneità è in un certo modo ingannevole. Uso uno stile d’impulso al momento e senza restrizioni per esplorare la natura della pittura piuttosto che esplorare il mio essere emotivo o la mia psiche.

Ho sentito dire che un incendio ha distrutto il tuo studio e la maggior parte dei lavori che avevi realizzato. Un po’ come quando ti va in crash l’hard disk del portatile e ti rendi conto che non hai mai fatto il back up e hai perso per sempre tutti i tuoi dati. Questa vicenda mi ricorda anche quando negli Anni Settanta John Baldessari ha volutamente bruciato tutti i suoi dipinti creati tra il 1953 e il 1966, usando i resti per un nuovo progetto chiamato The Cremation Project. L’incendio è stato un momento per riflettere, resettare e cominciare da zero? Quanto ti ha influenzato?
Sì, tutti i dipinti, strato dopo strato di noiosa pittura a olio miscelata e applicata accuratamente con i pennelli, tele perfettamente trattate, tutto distrutto in un istante. L’unica cosa sopravvissuta da mostrare in tutti questi anni di sforzi e studio è stata una tela grezza ad eccezione dell’ombra del telaio dipinta con la fuliggine delle fiamme del fuoco. Il sommo fallimento cede a possibilità infinite.

David Ostrowski – F (Dann lieber nein), 2013. Courtesy Peres Projects, Berlin
David Ostrowski – F (Dann lieber nein), 2013. Courtesy Peres Projects, Berlin

Negli ultimi anni l’interesse per il tuo lavoro è cresciuto moltissimo. Sei tra i pochi giovani artisti le cui opere sono andate all’incanto in più case d’asta. Il risultato è andato molto al di là delle aspettative. Le tue opere sono state vendute per centinaia di migliaia di euro. Da un lato, è certamente un grande risultato, dall’altro è piuttosto complicato per le tue gallerie che saranno costrette a mantenere così alti i prezzi delle tue opere. Cosa ne pensi? Il mercato non può anche essere una trappola?
Sono molto più interessato alla questione di cosa sia necessario per fare un buon lavoro. Sono un pittore e il mio lavoro è dipingere belle immagini. Mi piace quando le persone trovano le mie opere interessanti per svariate ragioni. Lo studio è a volte anche un laboratorio, dove analizzare tutte le questioni che riguardano la pittura. Il resto sono cose che fanno parte della vita di tutti i giorni, che vengono portate in studio e passate a setaccio. I lavori finiti sono delle proposte, che offro dopo che sono state autorizzate per la distribuzione dal mio stesso ufficio di product-testing.

Quanto è cruciale il “display” nell’installare le tue opere?
L’installazione dei miei lavori è il secondo atto dell’ode. Sarebbe una totale perdita di tempo non includere lo spazio espositivo. È la stessa cosa che succede coi titoli delle immagini e delle mostre, così come con la grafica degli inviti. La vita è troppo breve per non dare a un’opera difficile un titolo esageratamente buono. Non si tratta di creare confusione, piuttosto trovare un equilibrio tra la poesia e le cose. Mio padre diceva sempre: “Se soffri, trova qualcuno che ti dia un calcio sullo stinco”. Non voglio vedere nessun disegno dello spazio e non pianifico prima l’installazione, lo faccio spontaneamente in loco. Ma questo deve avere a che fare col fatto che non ho idea dello spazio tridimensionale.

A settembre avrai una mostra personale alla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino e le tue opere saranno incluse nella collettiva Beware We Paint all’ICA di Londra. Stai lavorando a nuove opere? Cosa ci dobbiamo aspettare?
Le mie opere sono me. Ho già dipinto o dipingerò molto presto tutto ciò che sono, dico, e faccio. Molti dei miei libri non sono stati ancora pubblicati. Niente è l’inizio della fine, ma anche l’inizio di qualcosa. È perfetto.

Daniele Perra

http://www.david-ostrowski.com/

Torino // dall’11 settembre 2014 al 28 febbraio 2015
David Ostrowski
​FONDAZIONE SANDRETTO RE REBAUDENGO
​Via Modane 16
011 3797600
[email protected]
www.fsrr.org

 

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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e advisor strategico per i media e la comunicazione. Editorialista di “Artribune”, collabora con “GQ Italia” “GQ.com”, "SOLAR" “pagina99”. È attualmente strategic communication advisor della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary di Vienna e docente di Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". Ha lavorato come Direttore Comunicazione del Centro Pecci e Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall, Malmö, Svezia e ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e allo IED e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano (2004-2005), è stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.
  • Ruote Trlluriche

    Che schifezze!

  • Non penso che sia una schifezza, si tratta di una ottima azione di come il mondo dell’arte agisce, osserviamo un attimo il caso; artista sconosciuto ai più, galleria di pregio (Simon Lee, Peres Project, Brand News, Almaine Rech, Artuner), spazi disponibili, (sapete che relazione c’è fra FSRR e Artuner? ) agitare il tutto in mano ad abile promotore e il gioco funziona… ben venuti nel mondo del consumismo …. ovviamente senza troppi filippiche culturali per cortesia..

    comunque il sito dell’artista è proprio carino! d.o))))

    • ruote.telluriche

      ho visto il sito ma mi pare addirittura peggio di quanto mi è sembrato all’inizio,
      Ok no alle filippiche culturali allora ma qui cosa resta?
      dite che non è male (e mi sembrate troppo buoni) ma parlate di “tigre di carta”, “mistificatore beato lui” , “abile promotore” ecc Decidetevi!
      Forse sarò perentorio ma sembrano proprio robe tremende, ci risentiamo tra uno o due anni? se ne vede continuamente di
      ‘sta robaccia da anni sostituita regolarmente da altra robaccia

      • Gigil’amatore

        resta l’aspetto visivo, ti piace o non ti piace, stop, semplice no! :))))

  • angelov

    I suoi lavori andrebbero visti dal vivo, tenendo conto della loro natura così vaga ed aleatoria; comunque mi ha fatto pensare a Cy Twombly, o alle prime opere di James Brown, per la sua ricerca di un gesto primordiale, immediato ed istintivo, e non mediato o filtrato da alcunché. Senz’altro un cammino difficile e costellato da situazioni estreme ed imprevedibili. Si definiscono appunto “casi di rottura”, poiché se tutto questo è autentico, ha grande valore; altrimenti si tratta solo di una mistificazione; ma anche se lo fosse, un mistificatore, beato lui…perché accanirsi contro qualcuno che si può permettere di vivere felicemente gabbando il mondo? Ma sono certo che non è questo il caso…Si tratta probabilmente di un artista in una fase particolare della propria crescita, che è in grado comunque di cavalcare egregiamente la tigre (di carta) della contemporaneità. Ma se dopo aver visto la mostra, dovessi cambiar parere, allora sarò pronto a rimangiarmi per intero tutto questo commento.