No, non ci siamo sbarazzati della pittura. Su una mostra a Villa Medici

Villa Medici, Roma – fino al 14 settembre 2014. Con “La pittura o come sbarazzarsene” presso l’Accademia di Francia è possibile confrontarsi con il contemporaneo storico e continuare a ritenere che la pittura possa essere ancora un territorio dell’arte in grado di stimolare riflessioni.

La pittura o come sbarazzarsene, Villa Medici, Roma
La pittura o come sbarazzarsene, Villa Medici, Roma

Gli anni appena antecedenti allo scoccare del ’60 sono permeati dall’idea di un’arte smaterializzata. Perno di questo assunto destabilizzante, di un’arte invisibile ma fondamentale per capire, è Yves Klein con la sua mostra Le vide del 1958 presso la galleria parigina di Iris Clert. In scena c’era solo il vuoto, puro, visibile e invaso unicamente dalla sensibilità dell’artista. L’arte stava scomparendo o, come un abile prestigiatore, stava confondendo le sue carte, perché all’estrema “sintesi percettiva” Klein approdò dopo anni di studio sul colore, sul suo dipanarsi infinito sulla tela, senza cornici, solo con il limite delle dimensioni stesse di una tela.
Va ricordato che mai Klein ha considerato i suoi monocromi come un’astrazione, eppure è innegabile che siano un approdo della tradizione non figurativa. Così come è innegabile che gli Schermi di Fabio Mauri, presenti nella mostra La pittura o come sbarazzarsene – il primo è del 1957 -, siano una sua personale versione della pittura monocroma. Personale, però. Il ciclo, infatti, contiene molto di più che una risposta alla monocromia: è nata già armata di tutta la forza di un artista concettuale che, anticipando clamorosamente i tempi, aveva messo in luce una critica verso “l’industria dell’immagine”. Relegarlo a una risposta dell’assillante questione sulla fine della pittura risulta essere più un approccio formale o un prologo troppo ampio nella restituzione della complessità storico-artistica che avvolgeva l’Occidente scisso in due.

Marcia Hafif , 178., décembre 1967, acrilico su tela, ., 200 x 480 cm, collection de l’artiste, dépôt Mamco, inv. 1999-242 (1 à 3)
Marcia Hafif , 178., décembre 1967, acrilico su tela, ., 200 x 480 cm, collection de l’artiste, dépôt Mamco, inv. 1999-242 (1 à 3)

Gli anni del secondo dopoguerra fino allo scoccare del ’68 sono gli anni in cui l’arte europea cerca di dimostrare continuamente quanto l’arte americana fosse debitrice dei “maestri” delle avanguardie. Anche nella mostra curata da Éric de Chassey si tiene conto di punti di vista geografici diversi con il lavoro dell’americana Marcia Hafif, vissuta a Roma tra il 1961 e il 1969 a contatto con alcuni degli artisti di Forma 1, Carla Accardi e Giulio Turcato. Sono gli anni in cui il colore entra nelle case, grazie alla televisione, dove le speranze del futuro e del progresso non erano un’eco sottile, bensì una certezza. Gli anni in cui il colore non doveva più dimostrare di essere una componente al servizio del “cosa” o del “come”: il colore è lo spazio dell’artista, di Marcia Hafif nei suoi grandi o medi formati.
C’è poi il lavoro del francese Martin Barré, dove il concetto di serie, come approccio, sperimentazione, si fonde all’astrazione e all’indagine di uno degli elementi plastici,la linea nei lavori degli Anni Sessanta, una parentesi più concettuale con i suoi Oggetti staccati, poi nuovamente le serie attraverso la forma di geometrie colorate. Il concetto di serie è presente anche nell’approccio dello svizzero Oliver Mosset, che ha vissuto per molti anni a Parigi e appartenente allo storico gruppo BMPT (Buren, Mosset, Parmentier e Toroni). Serie di tele che mostrano una precisa presa di posizione: il completo disinteresse verso il referente insito nel quadro. Non c’è messaggio, “solo” pittura.

La pittura o come sbarazzarsene, Villa Medici, Roma
La pittura o come sbarazzarsene, Villa Medici, Roma

La pittura o come sbarazzarsene è certamente un titolo esemplificativo, immediato e – si potrebbe dire – addirittura centrato; forse ciò che rimane poco centrato è il messaggio che si vuole trasmettere: se la fine della pittura, che chiaramente rimane un gioco di parole, dagli Anni Sessanta in poi sia da attribuire più all’arte concettuale che non a quella astratta. Comunque permane un interrogativo interessante, soprattutto di questi tempi, in cui si parla tanto di vuoto nell’arte.

 

Giorgia Noto

 

Roma // fino al 14 settembre 2014
La pittura o come sbarazzarsene
a cura di Éric de Chassey
ACCADEMIA DI FRANCIA – VILLA MEDICI
Viale Trinità dei Monti 1
06 6761291
[email protected]
www.villamedici.it

 

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Giorgia Noto
Laureata in Storia dell’Arte Contemporanea presso la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università degli Studi della Tuscia (Viterbo). Collabora con alcune riviste cartacee e testate online legate alla cultura contemporanea, scrivendo principalmente di arti visive e moda. Parallelamente all’attività di scrittrice freelance, è una curatrice. Ha collaborato con il collettivo di arte pubblica Cantieri d’Arte, formato da Marco Trulli e Claudio Zecchi, e frequentato il Corso in pratiche curatoriali e arti contemporanee di Aurora Fonda a Venezia. Dopo un anno di lavoro intenso con un’associazione romana con cui ha ideato e organizzato diversi progetti all’interno della città di Roma, oggi porta avanti la sua ricerca come curatrice in autonomia.