Dalla materia al segno. Giacinto Cerone su carta a dieci anni dalla morte

Macro, Roma – fino al 14 settembre 2014. Una selezione di oltre trenta disegni del celebre scultore, che rivela aspetti insoliti della sua poetica, a dieci anni dalla scomparsa. E la dimensione orizzontale che l’artista voleva comunicare nelle opere scultoree emerge dal bidimensionale supporto cartaceo.

Giacinto Cerone in mostra al Macro

Giacinto Cerone è timido e come tutti i veri timidi candidamente sfrontato”, afferma Giosetta Fioroni in uno degli scritti che vengono presentati in occasione della mostra, tra i tanti documenti messi a disposizione dall’Archivio a lui intitolato. Secondo la valida testimonianza della pittrice, Giacinto Cerone (Melfi, 1957 – Roma, 2004) suscita nello spettatore una serie di suggestioni multiple, dettate dall’intenzione di proiettare le proprie opere in diverse direzioni, attraverso un’elaborazione libera e intuitiva, con un approccio di “ispirata nonchalance”.
Effettivamente quello che affiora dai disegni, come dalle opere scultoree, è una tensione emotiva e una multidirezionalità del segno che generano forme apparenti, profili che sembrano emergere e celarsi allo stesso tempo nella compenetrazione di linee e distese di colore, in una voglia di sperimentazione continua.
La mostra raccoglie opere – molte delle quali inedite – realizzate dall’artista tra il 1989 e il 2004, parallele all’attività scultorea che lo ha reso protagonista nella Roma degli Anni Novanta. Cerone utilizza una tecnica mista su supporti prevalentemente di grandi dimensioni, nei quali domina un colore – spesso disteso a tempera, smalto o vernice – sul quale si sviluppa l’andamento nervoso e vibrante del segno (solitamente a matita, pastello, grafite o gesso).

Giacinto Cerone in mostra al Macro
Giacinto Cerone in mostra al Macro

Segno che comunica, in maniera forse meno convincente di quanto lo faccia nella scultura, la sua dirompente voglia di immergere totalmente il proprio corpo, steso a terra, nell’opera. Le stesse intenzioni di orizzontalità che nelle tre dimensioni si rivelavano in una fisicità inquieta e dirompente, nelle opere grafiche conducono spesso a un risultato decorativo, lontano dal plasticismo che caratterizzava le sculture, ma in grado allo stesso modo di esprimere la vibrante inquietudine che muove la mano di Cerone.
Del resto lui stesso esprime le sue convinzioni stilistiche in una lettera scritta nel 2003 al poeta e performer Domenico Brancale: “Quello che ci resta da fare è essere fortemente decorativi, riempire di orpelli la struttura, contorcerla, annodarla, complicarla […], bisogna apparire, senza dire, un placebo per morire meglio”.

Giulia Conti

Roma // fino al 14 settembre 2014
Giacinto Cerone – Il massimo dell’orizzontale. Opere su carta
a cura di Benedetta Carpi De Resmini
Catalogo Macro-Quodlibet
MACRO
Via Nizza 138
06 671070400
[email protected]
www.museomacro.org

 

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Giulia Conti
Giulia Conti nasce a Roma nel 1986. Studia storia dell’arte contemporanea all'Università di Roma La Sapienza e consegue la laurea triennale con una tesi su Antonietta Raphaël Mafai. Durante il corso degli studi lavora in ambito museale ed effettua esperienze nel campo della didattica dell'arte. Prima di terminare la carriera universitaria collabora all'allestimento della mostra di Carlos Amorales al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Trascorre in seguito due mesi a Città del Messico, dove lavora nello studio dell'artista messicano, sul quale scrive la sua tesi di specialistica. Nel 2012 consegue la laurea magistrale, relatore il professor Claudio Zambianchi. L’esperienza vissuta all’estero la porta a interessarsi all’arte contemporanea internazionale, dandole la possibilità di collaborare con alcune riviste di settore [Flash Art e Art a Part of Cult(ure)], conciliando la passione per l'arte con quella del viaggio.