Patrick Tuttofuoco a Milano. Fra Guenzani e McDonald’s

Studio Guenzani, Milano – fino al 17 maggio 2014. A distanza di cinque anni, due mostre personali dialogano idealmente negli stessi spazi. Patrick Tuttofuoco torna in galleria, cancellando le tracce di legami decadenti e mettendo in rilievo una rinnovata maestà. Fra uno scooter e McDonald.

trick Tuttofuoco, installazione della mostra “Ambaradan”, Studio Guenzani, Milano. Courtesy Studio Guenzani, Milano. Foto©Andrea Rossetti

Nel 2009, nelle sale dello Studio Guenzani, traslitterando il titolo di un romanzo di West, First Person Plural, Patrick Tuttofuoco (Milano, 1974; vive a Berlino) aveva dato vita a una personale che legava, dissimulandoli, elementi totemici e segnali destabilizzanti, sottratti al quotidiano. A cinque anni di distanza, allestisce nei medesimi spazi un progetto visuale più netto, dal titolo Ambaradan. Percorso tripartito, dalla spiccata autonomia e piacevolmente irriverente. I volti plastificati nel vento (Sarmata, Yellow, 2014; oppure Parto, Orange 2014) rievocano le maschere totemiche da sempre presenti nell’immaginario di Tuttofuoco. Ma gli elementi di terra, che, per contrappunto, trasformano le urla in volti di dei dell’aria, oggi hanno cambiato volume, ruolo e aspetto. Uno scooter Xmax riverso su un fianco; una mano al neon segnaletico e un Ronald McDonald attorto raccontano i sogni dispersi di cittadini atei. Allo stesso modo, Ambaradan invade sia la galleria sia due spazi esterni, che esulano dal contesto dell’arte, ma che si sono tuttavia lasciati coinvolgere in un processo di negoziazione e scambio, cedendo all’artista alcuni loro oggetti-simbolo, esposti in galleria per la durata della mostra.

Ginevra Bria

Milano // fino al 17 maggio 2014
Patrick Tuttofuoco – Ambaradan
STUDIO GUENZANI
Via Eustachi 10
02 29409251
[email protected]
www.studioguenzani.it


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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • ivan baldi

    scusate, si può dire ?
    MA CHE BRUTTEZZA !

  • Il percorso di Patrick Tuttofuoco è molto significativo per capire il percorso del “giovane artista italiano” tipo.

    Tuttofuoco fa parte di quei giovani artisti emersi a fine anni ’90 in Italia, e racchiusi in un’utile pubblicazione nel 2000 (Espresso, Arte oggi in Italia, con contributi dei critici: Cerizza, Chiodi, Maraniello). Tra gli artisti c’erano anche Vezzoli e Beecroft. Non c’era Cattelan, già di un’altra generazione, ma soprattutto già fuori la necessità di queste ricognizioni.

    Tuttofuoco negli anni ’90 presentava opere che erano testimoni di un fare giocoso e partecipativo, dove l’artista diventava l’innesco per processi di sincera, divertita e condivisa dimensione giocosa-divertente.

    Rircodo le biciclette strambe e colorate, da usare realmente. Un motorino colorato progettato secondo i desideri di alcuni adolescenti; palle colorate da spingere a piacimento nel Padiglione Italia curato da Gioni nel 2003 alla Biennale di Venezia (da quel Padiglione solo Perrone è stato invitato alla Biennale di Venezia curata nel 2013 da Gioni stesso).

    Nel catalogo Exit di una mostra collettiva ultra-comprensiva dei giovani artisti italiani (curata da Bonami nel 2002 presso la Fondazione Re Rebaudengo) Massimiliano Gioni definisce così i giovani artisti italiani:

    “ l’Italia e l’arte italiana sembrano condannate a perdere su ogni fronte: non siamo più abbastanza esotici- e allora ecco che di volta in volta si scoprono l’arte cinese ,thailandese, messicana e scandinava-, ma non siamo nemmeno abbastanza professionali o cinici da poter competere con L’America, la Svizzera, l’Inghilterra, la Francia e la Germania”.

    Nel comunicato della mostra di Tuttofuoco a Milano oltre alle solite citazioni, su cui vorrei sorvolare, viene espresso il desiderio dell’artista e del curatore (che diventa una sorta di confidente) di contaminare la mostra: per tanto due delle opere in mostra vengono allestite presso il Mac Donald e in un ufficio di Milano. Mentre da questi due luoghi vengono prelevati due ready made da mettere in mostra: un motorino nero buttato al suolo e il pupazzo di plastica del Mac Donald.

    In mostra vengono presentate delle grandi facce colorate in resina, risultato del nuovo interesse dell’artista per l’immagine dell’uomo e delle sue possibili trasformazioni.

    “Cinque sculture, liberamente ispirate alla facciata della Casa degli Omenoni, che continuano la ricerca da parte dell’artista intorno all’immagine dell’uomo e le sue possibili trasformazioni.”

    Le sculture sembrano grandi asciugamani colorati, infeltriti e irrigiditi sopra grandi facce.

    Anni fà criticai opere simili dell’artista, definendole “ikea evoluta”, proprio perchè all’ikea si trovavano delle lampade di plastica colorata, raffiguranti delle facce buffe. In quel caso l’artista dichiarava nel comunicato stampa di essere interessato al concetto di identità, e ovviamente la mostra citava un libro sulle identità multiple.

    Anche oggi presso lo Studio Guenziani, troviamo esempi perfetti di ikea evoluta. Questo perchè è oggettivamente semplicistico e riduttivo mostrare queste facce colorate e pretendere di riflettere sull’uomo e sulle sue possibili trasformazioni. Siamo davanti ad un gioco, dove un foglio di resina viene fatto seccare sopra la sagoma di una grande faccia. Tutto qui.

    Se la trasformazione dell’uomo di cui si vuole trattare, è quella che abbiamo mettendoci in faccia un asciugamano, la riflessione dell’artista appare estremamente limitata e semplicistica. I riferimenti all’identità e alla trasformazione dell’uomo sembrano gratuiti, pretestuosi e pretenziosi. La sensazione del pubblico, tolti gli amici dell’artista, è quella di essere vittima dell’ennesima presa in giro dell’arte contemporanea. Allora molto meglio l’ikea originale, le cui proposte sono più sincere e meno pretenziose; e discendono da ricerche approfondite su quello che il pubblico apprezza. E inoltre costano molto meno, secondo parametri comprensibili. Perchè la caratteristica principale delle opere definibili ikea evoluta, è quella di avere prezzi totalmente non giustificati. Sarebbe interessante sapere quanto costano queste maschere colorate, probabilmente 8-10 mila euro l’una.

    Il titolo della mostra è molto significativo (AMBARADAM), e usa una parola usata comunemente per esprimere una situazione caotica. Il caos disimpegnato e disilluso è spesso il rifugio di molti artisti italiani che, per salvarsi (quando non diventano giovani indiana jones) scelgono di buttarsi nel caos colorato e postmodernista. Un po’ come se unissimo Cattelan e Martin Creed, peccato che nel comunicato stampa si trovino riferimenti banali quanto non motivati.

    Poi c’è questo desiderio di contaminare e mettersi in discussione: scambiando oggetti con due luoghi diversi dalla galleria. Ma le facce di Tuttofuoco non hanno la consapevolezza postmodernista di Sol Lewit o Felix Gonzalez Torres, dove carta da parati o tende vogliono realmente lasciare uno spazio libero di manovra al pubblico, dicendo che le risposte sono in quello che avviene loro davanti e non appese alle pareti. Le facce di Tuttofuoco diventano effettivamente una decorazione pretenziosa al Mac Donald di Milano o nella casa/ufficio X di Milano.

    E poi dov’è lo sviluppo del percorso anni 90 di Tuttofuoco???

    Ma la responsabilità non è dell’artista ma di un sistema intorno incapace di argomentare criticamente, valorizzare e promuovere. Il vuoto artistico italiano attuale è responsabilità degli operatori che hanno accompagnato gli artisti in questi ultimi 20 anni.

    SPOKA (Ikea)