Oltre la pittura. Una retrospettiva di Pádraig Timoney al Madre

Museo Madre, Napoli – fino al 12 maggio 2014. Per la sua prima retrospettiva italiana, Pádraig Timoney propone “A lu tiempo de…”, un percorso che alleggerisce le pareti del museo con una serie di opere che partono dalla pittura per andare al di là della pittura stessa.

Pàdraig Timoney, foto dell'installazione al museo MADRE - Photo © Amedeo Benestante, Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Napoli

Eclettico e versatile, camaleontico e labirintico, il lavoro di Pádraig Timoney (Derry, 1968) attraversa il mondo della pittura in tutte le sue declinazioni attuali, per dar vita a una fabula de lineis et coloribus che scende dalle pareti e investe il mondo. Costruttore di controspazi, di eterotopie che invadono la realtà, Timoney mostra difatti un discorso fluido, squisitamente aperto a contrade linguistiche polifoniche che si riappropriano del vissuto quotidiano e della storia dell’arte, per dar luogo ad ambienti morbidi, ammorbiditi da una volontà indagatrice sensibile a ogni fatto dell’arte e a ogni impressione oftalmica restituita dall’immagine di un’immagine di un’immagine. Per la sua retrospettiva curata da Alessandro Rabottini al Museo Madre, Timoney propone un nucleo significativo di lavori che raccontano appunto questo suo percorso, volto a sintetizzare i gusti, le proairesi, i flussi di un territorio in cui “tutti i linguaggi della pittura e della natura delle immagini£ si intersecano con lo scopo di innescare nuove avventure, nuovi scenari, nuovi climi estetici. Con A lu tiempo de…, un omaggio a Napoli che ripercorre l’incipit di una canzone, ‘O Cunto ‘E Masaniello, l’artista disegna così un’atmosfera espressiva che recupera con disinvoltura i vari paesaggi dell’arte contemporanea, che apre finestre, spazi in cui sguardo e visione si alternano e si alterano a vicenda.

Pàdraig Timoney, foto dell'installazione al museo MADRE - Photo © Amedeo Benestante, Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Napoli
Pàdraig Timoney, foto dell’installazione al museo MADRE – Photo © Amedeo Benestante, Courtesy Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, Napoli

L’apparente eclettismo di Pádraig Timoney”, suggerisce Alessandro Rabottini, “affonda le radici in un’ampia serie di esperienze artistiche più o meno recenti, rivelando in questo modo una pratica colta, ma all’interno della quale lo spettatore è lasciato libero di cercare il proprio orizzonte di significati”. Sin dalla sua prima personale (ricostruita oggi al Madre per aprire il percorso espositivo) Timoney evidenzia una sensibilità che, se da una parte percorre le cose con una tecnica plurale e superficialmente centrifuga, dall’altra trasforma lo spazio in opera d’arte totale, in ambiente che invita lo spettatore non solo a leggere forme e figure di varia natura, ma anche a degustare le pareti – permeate, nel caso della prima sala, da una colatura argentea (quasi a creare un suono argentino, anche grazie ad alcuni estintori in disuso) che eclissa un giallo ocra.
Red Dots Paintings (1990), Woman Listening to the Pope (1992), Sick Grapevine (2003), Open Iris (1994), Fungus Rules the Brazen Cars (1995), One of Them Threw One of Them Through One of Them (1996). E poi ancora, spingendo lo sguardo verso il terzo millennio, Sweetness (2002), Cathedral Steps (2003), Sade’s Versus Lacoste (2007), CU Mirror 1 (2009), MeepMeepPopup (2011), Roosha (2012). Sono soltanto alcuni degli esempi offerti in mostra per presentare la robustezza di un artista, di un pittore che converte la pittura in ambiente riflessivo, in luogo di verifica, in terreno attraverso il quale esercitare una personale (e anche passionale) pressione sull’immagine stessa della realtà. 

Antonello Tolve

Napoli // fino al 12 maggio 2014
Pádraig Timoney – A lu tiempo de…
a cura di Alessandro Rabottini
MUSEO MADRE
Via Settembrini 79
081 19313016
www.madrenapoli.it

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Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi 1977) è teorico e critico d’arte. Dottore di ricerca presso l’Università di Salerno, insegna Pedagogia e Didattica dell'Arte e Antropologia dell'Arte all'Accademia di Belle Arti di Macerata. Studioso delle esperienze artistiche e delle teorie critiche del Secondo Novecento, con particolare attenzione al rapporto che intercorre tra arte, critica d’arte e nuove tecnologie. Pubblicista, collabora regolarmente con diverse testate del settore. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, in Italia e all'estero e vari cataloghi di artisti. Collabora, a Salerno, con la Fondazione Filiberto Menna e dirige con Stefania Zuliani, per l’editore Plectica, la collana Il presente dell’arte. Tra i suoi libri Giardini d’utopia. Aspetti della teatralizzazione nell’arte del Novecento (2008), Gillo Dorfles. Arte e critica d'arte nel secondo Novecento (2011), Giuseppe Stampone. Estetica Neodimensionale / Neodimensional Aesthetics (2011), Bianco-Valente. Geografia delle Emozioni / Geography of Emotions (2011).
  • La mostra di Timoney non mi ha fatto una buona impressione. Forse ero ancora rapito da Spalletti, non sono stato attento e non ho capito bene, ma il suo eclettismo (a mio parere tutt’altro che apparente) mi è sembrato inconcludente.