L’Iraq in mostra. Per una rinascita che parte dal quotidiano

South London Gallery, Londra – fino al 1° giugno 2014. Torna il Padiglione Iraq della scorsa Biennale di Venezia. Però adesso è allestito a Londra. In una galleria dove si può sostare, prendere un tè coi biscotti e capire cosa sta succedendo nel Paese che fu di Saddam.

Jamal Penjweny, Saddam is Here

Welcome to Iraq ripropone alla South London Gallery il padiglione nazionale curato da Jonathan Watkins per la Biennale di Venezia del 2013 e sostituisce al contesto espositivo dell’appartamento di Ca’ Dandolo – con vista sul canale, stanze ammobiliate e l’odore della laguna – la superficie ampia di una galleria dai soffitti alti, illuminata da un altrettanto ampio lucernaio.
Entrambe le mostre giocano sul concetto di ospitalità: ironica da un lato, ma dall’altro una qualità che appartiene storicamente all’Iraq, rappresentato come un luogo in cui si arriva e ci si siede; si legge, si mangia, si guarda un video, si prende un tè, insieme, su un divano coperto da tappeti. “You can stay all day in the exhibition if you like; you hang around, you are not hurried on”, dice il curatore alla presentazione londinese.
Watkins ha setacciato il Paese da nord a sud, alla ricerca di artisti da portare a Venezia, senza poter contare su accademie, gallerie, istituzioni; al contrario, affidandosi proprio all’ospitalità e alle conversazioni per raccogliere gli undici nomi che per lui esprimono il contesto artistico iracheno del momento, scevro da aspettative occidentali: “One thing that I was sure of was that I wanted to make an exhibition about artists from inside Iraq. When you are inside, you do not have the ability to step back and develop geopolitical theories about what’s going on. You do not answer to expectations, in fact you do not have expectations at all”.

WAMI (Yaseen Wami, Hashim Taeeh), Untitled, 2013,  cardboard and mixed media, dimensions variable.
WAMI (Yaseen Wami, Hashim Taeeh), Untitled, 2013,
cardboard and mixed media, dimensions variable.

Le opere, realizzate in una varietà di mezzi – dal video alla scultura, dalla pittura tradizionale alle caricature -, condividono quindi la gioia e il dolore di esprimere la quotidianità di un Paese che, al rischio costante di morte, aggiunge il caos di strade chiuse, di traffico perenne e trasporti inaffidabili; di spazzatura che non è raccolta, elettricità che viene e va, di barricate; ma anche di speranza.
È indubbiamente latrice di speranza la scultura che apre la mostra e che, per Watkins, la sintetizza: il vaso rotto di Furat al Jamil esprime la malinconia di una cultura distrutta a cui però sono legati due telai carichi di miele, alimento che guarisce e nutre e che, prima o poi, scenderà nel vaso/simbolo dell’eredità del Paese-culla della civiltà, dove Dio ha creato l’Eden.
L’idea di un paradiso perso e ritrovato torna nei dipinti figurativi e quasi accademici di Bassim Al-Shaker. Il paradiso è quello delle paludi arabe nell’area sud orientale dell’Iraq, prosciugate in più occasioni. L’ultima negli Anni novanta, da Saddam, per punire la popolazione ostile, ridotta da 16 a 6mila abitanti. Sembrava destinata all’estinzione, invece la vita ha resistito e, caduto il regime, l’acqua ha ripreso a scorrere, la popolazione ha ricominciato a crescere e a riprendere le attività legate al Tigri e all’Eufrate da millenni: tagliare le canne, tesserle, allevare i bufali indiani, pescare.
Sì, Saddam c’è stato e si è insinuato nell’immaginario di un popolo, dice la serie di fotografie a colori scattate dal curdo Jamal Penjweny, che ritraggono persone comuni con il viso coperto da uno dei tanti ritratti ufficiali dell’ex dittatore. Il danno è stato profondo, le conseguenze si vivono ancora, ma visualizzarle e ammetterle non è il principio da cui si parte per rinascere?

Abdul Raheem Yassir - Copy
Abdul Raheem Yassir – Copy

Così fanno pensare le caricature di Abdul Raheem Yassir. Schizzi che commentano l’assurdità delle circostanze quotidiane: un uomo che in mancanza di elettricità prova ad alimentare una presa elettrica con una pappa. Un orologio lanciato in aria nel traffico, perché tanto il tempo non esiste, se c’è caos. Né esiste la tranquillità di potersi sedere in poltrona davanti al telegiornale della sera in un Paese in cui i militari sono ovunque e le pareti delle case sono sfondate dalle bocche dei cannoni.
Ironizzando, arrangiandosi e trasformando si va avanti. Lo dicono anche i lavori di Akeel Khreef e del duo Wami (composto da Yassem Wami e Hamish Taeeh), che usano materiali riciclabili per installazioni e sculture di oggetti di arredamento. Pezzi di generatori fuori uso, vecchie biciclette, ma anche il cartone usato per imballare. Quello che si getta e che non serve più si fa sostanza di ciò che arreda le case, si appende alle pareti, ricrea la pace domestica persa.
A casa nostra le cose stanno così”, sembrano dire gli artisti, “ma, prego, entrate pure: le renderemo meno dure”. Perché l’arte di ospitare – biscotti, tè e caffè sono offerti in mostra – è anche quella di rendere i propri drammi più leggeri per gli ospiti.

Maria Pia Masella

Londra // fino al 1° giugno 2014
Welcome to Iraq
a cura di Jonathan Watkins
artisti: Hareth Alhomaam, Bassim Al-Shaker, Cheeman Ismaeel, Furat al Jamil, Akeel Khreef, Kadhim Nwir, Jamal Penjweny, Abdul Raheem Yassir, Ali Samiaa, WAMI (Yaseen Wami & Hashim Taeeh)
SOUTH LONDON GALLERY
65-67 Peckham Road
+44 (0)20 77036120
[email protected]
www.southlondongallery.org