I risvolti della materia. Robert Overby alla GAMeC di Bergamo

Il 15 maggio inaugura al museo di Bergamo un nuovo percorso sull’opera di Robert Overby. Dopo un primo passaggio a Ginevra – di cui vi abbiamo parlato in presa diretta -, la mostra scenderà negli abissi materici di un artista denso, raffinato, oscuro. Un vero iniziatore, dimenticato dal proprio tempo. Abbiamo intervistato il curatore Alessandro Rabottini.

Robert Overby, Door with hole, second floor (part.) - da Barclay House Series, 4 agosto 1971. Lattice 204.47 x 86.36cm Collezione Hall

Attraverso l’allestimento e la selezione di cinquanta lavori, la mostra Robert Overby. Opere 1969-1987 ripercorre una pratica artistica eccezionalmente varia; uno dei segreti meglio custoditi dell’arte americana del secondo dopoguerra, considerato che l’artista espose raramente il proprio lavoro in vita. Le opere di Robert Overby (Harvey, 1935 – Los Angeles, 1993), che comprendono sculture, installazioni, dipinti, stampe e collage, costituiscono una misteriosa e affascinante esplorazione dei limiti della vita della materia, della sua rappresentazione, dello spazio e dell’identità. Artribune si è fatta guidare, in una prima lettura del percorso, dal suo curatore Alessandro Rabottini.

Quando e per quale motivo è cominciata la tua ricerca sul percorso di Overby, studiato per gli spazi della GAMeC?
Il mio incontro con l’opera di Robert Overby è stato fortuito e, direi, più che fortunato: nel 2012, infatti, la galleria Andrew Kreps esponeva a Londra, all’interno di Frieze Master, una serie incredibile di cast architettonici in latex che l’artista realizzò agli inizi degli Anni Settanta e che, almeno per il pubblico europeo, erano una scoperta pressoché assoluta. Dopo pochi giorni, la galleria Cherry & Martin di Los Angeles si presentava alla Fiac di Parigi con uno stand monografico dello stesso artista: in questo caso, però, a dominare era un aspetto completamente differente della produzione di Overby, perché venivano presentati oggetti in plastica, pitture e disegni, ugualmente realizzati nei primi Anni Settanta.

Robert Overby, Door with hole, second floor (part.) - da Barclay House  Series, 4 agosto 1971. Lattice 204.47 x 86.36cm Collezione Hall
Robert Overby, Door with hole, second floor (part.) – da Barclay House
Series, 4 agosto 1971. Lattice 204.47 x 86.36cm Collezione Hall

Cosa ti colpì della sua produzione?
Il fatto che lo stesso artista, negli stessi anni, potesse aver prodotto opere tra loro così diverse ma tutte dotate di altissima qualità, profondamente personali, misteriose e sorprendentemente attuali. Così ho iniziato a documentarmi sul lavoro di Overby e ci è voluto poco per convincermi che questa mostra retrospettiva andava fatta: la singolarità e l’eccezionalità della sua posizione artistica andavano presentate al pubblico europeo perché “necessarie” in questo momento, per la vitalità e l’attualità del linguaggio utilizzato.

Praticamente, come è nata la mostra?
Ho iniziato la ricerca di istituzioni che potessero essere partner, insieme alla GAMeC di Bergamo, nella realizzazione di questo progetto, e ho trovato in Andrea Bellini, direttore del Centre d’Art Contemporain di Ginevra, un interlocutore immediatamente reattivo nei confronti dell’iniziativa. Questo mi ha messo nelle condizioni di iniziare il lavoro reale di ricerca: andare a Los Angeles a consultare l’archivio dell’Estate, conoscere Linda Burnham – la vedova dell’artista che, da quel momento, mi ha accompagnato in un percorso di scoperta e conoscenza -, incontrare i galleristi, i collezionisti e i curatori che, negli anni, erano stati vicini al lavoro di Overby… Nei mesi si è aggiunto l’entusiasmo della Bergen Kunsthall e di Le Consortium a Digione, le istituzioni che hanno completato il programma del tour della mostra.

Come si è modificata, lungo l’arco del tuo avvicinamento a Overby, la percezione del suo lavoro nei confronti del contemporaneo? Quali tematiche hai evinto?
Nel lungo periodo di preparazione della mostra (oltre un anno) ho potuto esplorare la ricchezza e le contraddizioni dell’opera di Overby: la libertà con cui ha attraversato Post-Minimalismo, Pop Art e Postmoderno senza sposare in modo ortodosso nessuno di questi movimenti e, spesso, anticipandone temi e modalità espressive; la sensibilità con cui ha messo insieme archeologia urbana, memoria e fragilità dei materiali; lo sperimentalismo instancabile delle forme e dei processi… Se guardi il suo lavoro vedi i germi del lavoro di artisti che sono venuti dopo di lui, da Rachel Whiteread a Luc Tuymans, da Kai Althoff a Seth Price fino a Rudolf Stingel, solo per citarne alcuni. Quando abbiamo installato la mostra a Ginevra, scherzando ho detto alla mia assistente: “Guarda un po’, è la retrospettiva di un artista scomparso e sembra una mostra di gruppo di almeno quattro diversi artisti di trent’anni, e tutti bravi!” Tra la fine degli Anni Sessanta e l’inizio dei Novanta, Overby ha lavorato praticamente in solitudine, senza quasi mai avere occasioni espositive e di confronto, ma toccando temi quanto mai attuali, come il bisogno umano di fissare lo scorrere del tempo nella poetica dei materiali, o di esplorare l’identità e la sessualità nella loro imponderabilità, come stati di un continuo divenire.

Robert Overby, Clap 1975 - Olio su compensato ACX 165 x 122 cm. Courtesy Estate di Robert Overby - Foto: Robert Wedemeyer
Robert Overby, Clap 1975 – Olio su compensato ACX 165 x 122 cm. Courtesy Estate di Robert Overby – Foto: Robert Wedemeyer

In quale area del museo verrà installata la mostra?
La retrospettiva di Overby sarà allestita nelle quattro sale del secondo piano della GAMeC di Bergamo, secondo un percorso allestitivo che tenta di tenere insieme sia una struttura cronologica sia il raggruppamento delle opere attorno a nuclei tematici, concettuali e formali.

E come varia da sede a sede?
In ciascuna delle sedi l’allestimento necessariamente muta, ma quello che cerco di fare in ognuna delle mostre è salvaguardare certe relazioni tra le opere, in modo che sia chiaro quanto, nonostante l’eterogeneità che le contraddistingue, ci siano numerosi fili rossi che corrono lungo la produzione dell’artista, una produzione che possiamo finalmente leggere nella sua coerenza e integrità.

Attraverso i cinquanta lavori che comporranno il percorso, è possibile ravvisare una sintesi del pensiero pittorico di Overby?
La pittura sembra essere una preoccupazione – sia formale sia teorica – che occupava Overby anche quando non faceva tecnicamente pittura, come hanno rilevato sia Andrea Bellini sia Terry Myers nei testi che compaiono nel catalogo della mostra. La pittura, per Overby, sembra essere stata un’instancabile forma di esplorazione di là dai generi e degli stili: un’esplorazione delle sue potenzialità come superficie e come luogo che potremmo definire “refrattario”, ovvero in grado di accogliere in sé dalla lezione degli antichi maestri italiani fino alle riviste pornografiche; quindi il regno delle possibilità, dove il gesto meditativo e la griglia di natura minimalisti possono esistere assieme allo shock di una scena sadomaso o alla copia a buon mercato di un dipinto rinascimentale.

Esiste, fra i lavori installati, un’opera che ritieni chiave, fondativa per una lettura corretta dell’intera esposizione?
Questa è una domanda difficile… permettimi di citarne almeno due, che rivelano anime distinte e complementari della ricerca di Overby. La prima è Door with Hole, Second Floor (from the Barclay House Series), prodotta dall’artista il 4 agosto del 1971. Nell’arco di una sola giornata, Overby realizzò un’impresa incredibile: produrre il calco in lattice di un intero edificio di tre piani andato in fiamme a Los Angeles e destinato alla demolizione, salvandone in qualche modo la memoria. L’intera operazione generò ventotto pezzi diversi, tre dei quali sono presenti in mostra: una sorta di elegia urbana che registra la pelle di un edificio, offrendo un ritratto quasi funebre della sua decadenza e fragilità, e anticipando di oltre vent’anni House (1993) di Rachel Whiteread. Se l’artista inglese ha realizzato il calco in cemento dell’interno di un edificio vittoriano – anch’esso destinato alla demolizione – Overby ha, invece, realizzato il calco dell’esterno di un edificio in lattice, un materiale estremamente deperibile e in grado di tradurre le minime variazioni della superficie sulle quale è applicato.
Il secondo lavoro di cui vorrei parlarti è Computer Whiz, un’opera pittorica che Overby realizzò quasi alla fine della sua carriera, nel 1987, e che chiude la mostra. In questa sorta di misteriosa sfinge digitale dallo sguardo impassibile, troviamo una summa dei temi a lui più cari: l’esplorazione della pittura come fatto di superficie (sarei tentato di dire “di pelle”), la riflessione sul corpo e sull’identità come forme di rappresentazione quasi teatralizzate, l’immagine della maschera che cela e insieme rivela…

Robert Overby - Untitled (Monk Restoration) c. 1973 Olio su tela 43.1 x 34.9 cm - Courtesy Estate di Robert Overby - Foto: Robert Wedemeyer
Robert Overby – Untitled (Monk Restoration) c. 1973 Olio su tela 43.1 x 34.9 cm – Courtesy Estate di Robert Overby – Foto: Robert Wedemeyer

Potresti formulare un augurio, un pensiero che accompagni la mostra dal principio al momento della sua chiusura?
Mi auguro che in tanti vedano la mostra ma, soprattutto, che la visitino artisti giovani e all’inizio della loro carriera. Questo perché credo che sia importante, soprattutto oggi, guardare a come a un artista che ha lavorato per lo più in solitudine, senza il supporto delle gallerie, dei collezionisti e delle istituzioni, possa aver prodotto opere così intense e con una libertà creativa così estrema, una libertà che gli è costata un caro prezzo. Con questo non voglio fare del pietismo né beatificare Overby, perché credo che non sia questa la funzione né delle mostre né dei musei, però sono convinto che ci sia da riflettere su quale sia il rapporto tra lo sviluppo della creatività individuale e il successo, l’affermazione immediata. Gli artisti hanno bisogno di sostegno, questo è ovvio, ma l’assenza di supporto non può o non deve, anche nei casi più drammatici, soffocare la creatività. Un artista come Overby, che ha continuato a vivere del suo lavoro di graphic designer in assenza di un’affermazione nel mondo dell’arte, mi fa pensare a Raymond Carver, che scrisse il suo capolavoro Cattedrale mentre faceva il guardiano notturno. Se posso augurarmi qualcosa, è che questa mostra dia fiducia, visioni e coraggio a chi la visiterà.

Ginevra Bria

Bergamo // fino al 27 luglio 2014
Robert Overby – Opere 1969-1987
a cura di Alessandro Rabottini
GAMEC
Via San Tomaso 53
035 270272
www.gamec.it


 

 

  • Interessante che venga intervistato il curatore. E come si potrebbe intervistare l’artista?

    Il curatore diventa il vero artista che, come un ‘abile archeologo, ha scovato (in modo neanche troppo complesso, durante una mega mostra in una mega galleria), ha recuperato questo ennesimo artista dimenticato. E quanti ce ne sarebbero in italia, che stanno emergendo lentamente, e che Kreps forse neanche conosce.

    La cosa buffa è che potrebbe essere la mostra di un giovanissimo artista, semmai nato negli anni 80, che ha deciso di fare un giro al mercatino dell’antiquariato. Tantissimi in Italia e all’estero si muovono su questa stessa archeologia del passato (Giovani Indiana Jones). Victor Man, Dan Vo, Arena, Borgonovo, Francesconi, Gaillard, Tosatti, Andreotta Calò, Martini, Favelli, ecc ecc ecc

    C’è la moda del vintage quando il presente ha deluso (vedi bolla speculativa del mercato sui i giovani) e quando i giovani preferiscono vestire un ruolo arrendevole; quasi per farsi accettare in un “paese per vecchi”, attraverso una facile e non criticabile retorica passatista. Cosa c’è di più bello di un giovane che scartabella nel mercatino dell’antiquariato, nel baule di sua nonna o che gioca a fare Boetti o Kounellis?

    Agamben contrappone la MODA al CONTEMPORANEO. Questi giovani non sono artisti contemporanei, ma sono rispettabili “artigiani dell’arte contemporanea”. Tutto va bene, ma bisogna esserne consapevoli. E quindi fa bene la GAMeC (come ha fatto Gioni durante l’ultima Biennale) a recuperare gli originali, invece che cercare in un giovane artista una sorta di copia che scimmiotta l’originale.