Amelie von Wulffen. Guardare e non vedere

Galleria Giò Marconi, Milano – fino al 17 maggio 2014. Negli spazi perfetti della galleria, la tedesca Amelie von Wulffen propone la sua prima personale milanese. Un percorso pittorico agitato, rigoglioso, ma senza alcuna ricerca. Né espressiva né emotiva. Un percorso che necessiterebbe di un moto di disvelamento.

Amelie von Wulffen - Am kühlen Tisch - veduta della mostra presso la Galleria Giò Marconi, Milano 2014 - photo Filippo Armellin

La prima personale milanese di Amelie von Wulffen (Breitenbrunn, 1966) smuove, attraverso arcipelaghi pittorici sovrapposti, un velo posto sul passato. All’apparenza disordinata, carica e retorica, questa mostra necessita di un lungo, lentissimo approccio percettivo per essere considerata come determinante o, al massimo, come un ambito di ricerca e formazione rappresentativa dal tono solipsistico.

Sebbene alcuni dipinti possano essere stati composti in qualità di rievocazione colta di maestri quali Max Beckmann, Gustave Caillebotte e Francisco Goya, l’eccessiva introspezione dei soggetti, la grossolana finitura formale e la malcelata abitudine dell’artista a riempire con estrema fretta il vuoto della tela fanno passare in secondo piano un potenziale utilizzo intelligente e caotico di diversi registri. Tra sedie floreali, dunque, fumetti, illustrazioni per bambini e paesaggi bucolici popolati da frutta e verdura antropomorfa, non resta che cercare di rimanere sospesi, nel bianco puro della galleria, per guardare ben oltre.

Ginevra Bria

Milano // fino al 17 maggio 2014
Amelie Von Wulffen – Am kühlen Tisch
Galleria Giò Marconi
Via Tadino 15
02 2940 4373
[email protected]
www.giomarconi.com


CONDIVIDI
Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. E’ specializzata in arte contemporanea latinoamericana. In qualità di giornalista, in Italia, lavora come redattore di Artribune e Alfabeta2. Vive e lavora a Milano.
  • Peckmezian

    Ho riletto due volte questa breve recensione. Apprezzo il tentativo di esporsi con una posizione, critica, chiara. Resta il fatto che queste righe mi sembrano un riassunto plastico dell’incapacità, italiana, di leggere la pittura degli ultimi…40 anni? Il picco è questo: “la grossolana finitura formale e la malcelata abitudine dell’artista a riempire con estrema fretta il vuoto della tela”. Ma potrei scegliere quasi ogni passo. Che grande amarezza. Adieu.

  • Bowindow

    La “ricerca che manca” a me pare quella dell’autrice di questo articolo, che si dimostra priva di un minimo di strumenti e di senso critico. Leggere un’opera d’arte e in particolare leggere la pittura è molto rischioso se non si ha la minima idea di ciò di cui si parla. Cito: “Sebbene alcuni dipinti possano essere stati composti in qualità di rievocazione colta di maestri quali Max Beckmann, Gustave Caillebotte e Francisco Goya, l’eccessiva introspezione dei soggetti, la grossolana finitura formale e la malcelata abitudine dell’artista a
    riempire con estrema fretta il vuoto della tela fanno passare in secondo piano un potenziale utilizzo intelligente e caotico di
    diversi registri”. Mi sembra poco professionale appiattire a pura “rievocazione colta” il lavoro più complesso della Wulffen evitando completamente di analizzare che tipo di dipinti e di particolari l’artista ha voluto analizzare e riproporre nel lavoro, e qual è la relazione artistica che intercorre tra questi specifici pittori e il suo essere artista ora. Mettiamo che l’artista avesse dipinto queste tele con estrema minuzia realistica, con pennellate morbide e avvolgenti, allora che cosa avrebbe detto l’autrice della recensione? Avrebbe esaltato la differenza fra i registri pittorici? Dare un giudizio di “grossolana finitura formale” è superficiale, lo si potrebbe dire di decine di grandi maestri del Novecento.
    A me pare che qui la “grossolana finitura formale” appartenga a
    questo articolo. Frasi lunghe, scritte male e incomprensibili come ad
    esempio questa: “All’apparenza disordinata, carica e retorica, questa mostra necessita di un lungo, lentissimo approccio percettivo per essere considerata come determinante o, al massimo, come un ambito di ricerca e formazione rappresentativa dal tono solipsistico.” Che significa? E’ una frase cervellotica e aggrovigliata, non si riesce a capirne il senso, e per di più sfrutta qualche logoro termine di “critichese” per esibire competenza. Luoghi comuni tremendi: “approccio percettivo”, “ambito di ricerca”, “tono solipsistico”. Che disastro. Se si vuole giudicare il lavoro degli altri, bisogna averne la preparazione e sapere come esprimersi. Altrimenti, che senso ha fare una recensione del genere? È inutilmente breve e criptica e inadeguata. Non voglio difendere il lavoro della Wulffen, che mi convince solo parzialmente, ma non si può accettare che la pittura venga trattata in questo modo.