Quando l’arte guarda al sacro. E viceversa. Una grande mostra milanese

Mostra in tre sedi nel pieno centro di Milano, “Oltre” è un esempio di trattazione credibile dei rapporti fra arte contemporanea e religione. Da Fontana a Spalletti, passando per icone russe, ex voto e arte antica: il trascendente visto con un approccio “laico”.

Claudio Parmiggiani, Corona di spine, 2014 - allestimento nella Chiesa di San Fedele, altare maggiore - photo Luca Casonato

L’arte contemporanea è strutturalmente laica e progressista. Non certo perché, come direbbero i suoi molti detrattori, abbia privilegiato le questioni secolari adeguandosi al materialismo imperante. Ma perché, in tempi segnati da tale materialismo (sempre meno dialettico, si potrebbe dire), si costituisce come instancabile sentinella che analizza il mondo, così facendo votandosi a un costante vaglio critico dello status quo sociale.
Non stupisce perciò lo scollamento che dal Novecento in poi si è verificato fra arte e religione. Non solo è superata l’era delle commissioni, ma soprattutto l’arte contemporanea ha dovuto, per non essere aliena allo spirito del tempo, volgersi all’universale e non all’eterno. Dove con il primo termine s’intendono questioni di rilevanza generale, che potenzialmente interessano ciascuno in un preciso momento storico; e col secondo questioni che potevano essere trattate secoli fa come oggi, sostanzialmente esistenzialiste.
La reazione della religione a questo stato di cose è stata per lungo tempo un rifiuto della “vera” arte contemporanea, e ha spesso prodotto mostre di artisti contemporanei a dir poco improbabili.

Lucio Fontana, La fine di Dio, 1963 - olio, squarci, buchi, graffiti e lustrini su tela, 178 x 123 cm - Fondazione Lucio Fontana, Milano
Lucio Fontana, La fine di Dio, 1963 – olio, squarci, buchi, graffiti e lustrini su tela, 178 x 123 cm – Fondazione Lucio Fontana, Milano

La tendenza pare essersi invertita, con numerose iniziative ragionate e non dogmatiche, tra cui si può inserire anche il Padiglione Vaticano all’ultima Biennale (e con un papa che deve precisare di non essere comunista, si può proprio dire che i tempi erano maturi per un cambiamento in tal senso).
La mostra Oltre – Le soglie dell’invisibile è un ottimo esempio di trattazione di temi religiosi che non rifiuta le specificità dell’arte contemporanea. L’approccio adottato non sfrutta l’arte ai propri fini, ma instaura un dialogo effettivo: l’esposizione rappresenta il culmine di un cambiamento in questa direzione intrapreso un paio di anni fa nella programmazione della Galleria San Fedele.
Il tema, certo, è un po’ generico: il superamento della finitezza e l’apertura di soglie sul trascendente. Ma la trattazione è riuscita. Il percorso parte dalle Gallerie d’Italia, dove a una straordinaria Fine di Dio di Fontana si affiancano altre opere di valore. Tra esse, l’Uomo con vanga di Sironi (qui interpretato come individuo alla ricerca della sua essenza), un Burri, due icone russe del XVI e XVII secolo. E un Axis Mundi (concetto fondante tanto per la religione quanto per la laicità) di Nagasawa, una delle due opere realizzate appositamente per la mostra. L’altra è esposta nella seconda sede, la chiesa di San Fedele. Qui, sul tronetto dell’altare maggiore, è posta la Corona di spine realizzata da Claudio Parmiggiani, opera di soli 45 centimetri di diametro che si mimetizza alla perfezione ma che irradia di sé tutto l’ambiente.

Mimmo Paladino, San Gennaro, 1991/2007 - bronzo, vetro e ferro su base in legno, 147 x 104,5 x 62 cm - Collezione dell’artista - photo Peppe Avallone
Mimmo Paladino, San Gennaro, 1991/2007 – bronzo, vetro e ferro su base in legno, 147 x 104,5 x 62 cm – Collezione dell’artista – photo Peppe Avallone

La terza tappa è al Centro San Fedele. Che accosta a opere di Mimmo Paladino un nucleo di ex voto dal XV al XX secolo. Se questi risultano straordinari nel descrivere la religiosità e costumi popolari, i lavoro di Paladino – pur formalmente validi e superiori alla media recente della sua produzione – falliscono nell’intento se letti alla luce del tema della mostra. La loro poetica infatti esclude conflitto e vero patimento per alludere a una dimensione volontaristica oggi inattuale, confinando le componenti perturbanti in una sorta di territorio ancestrale. Al piano superiore, infine, due bellissime opere di Spalletti sono esposte di fianco a due tavole del Trecento. Anche qui, con intelligenza non si attribuisce a Spalletti una dimensione letteralmente trascendente, ma l’accostamento si basa si affinità cromatiche e simboliche.
Mostre come questa, dall’approccio “laico” nel trattare temi religiosi (come ha dichiarato Francesco Tedeschi, co-curatore con Andrea Dall’Asta), fanno pensare a un possibile passo successivo. Ovvero la possibilità di una lettura “evangelica” dell’arte contemporanea da parte delle istituzioni religiose: con mostre che raccolgano quell’utilissimo, ammonitore catalogo delle sofferenze inflitte all’individuo di oggi costituito dalle opere odierne che fanno critica sociale.

Stefano Castelli

Milano // fino al 29 giugno 2014
Oltre – Le soglie dell’invisibile
a cura di Andrea Dall’Asta e Francesco tedeschi
GALLERIE D’ITALIA
Piazza della Scala 6
800 167619
www.gallerieditalia.com
CENTRO CULTURALE SAN FEDELE
Piazza San Fedele 4
www.sanfedele.net
CHIESA DI SAN FEDELE
Via Heopli 3b

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.
  • Premesso che la separazione tra laicità e religione, frutto prevalentemente di concezioni moderniste, soprattutto se riferito all’arte, ma in ogni aspetto della vita sociale è al quanto discutibile, più corretto sarebbe separare laicità da religione intesa come fede o credo confessionale, viceversa non facendo questa distinzione sarebbe un assurdo controsenso soprattutto nell’arte ma non solo, separare laicità da religione intesa nel suo significato più propriamente etimologico, perchè ogni aspetto della vita sociale anche di carattere strettamente materialistico come la nostra avrebbe un “sottofondo sacrale” evidenziato tra l’altro da gran parte dell’arte del novecento e dalle avanguardie.

  • Grazia

    Roba solo per artisti maschi ? Come il sacerdozio ?

  • angelov

    L’opera di Fontana, La fine di Dio, anche per le sue dimensioni, è di grande impatto. Vien da pensare, che forse non sia un caso, che oggi un Pontefice argentino, stia tentando di rattoppare i vuoti e le lacerazioni di una fede cristiana, messa a così dura prova, in questi oscuri tempi.