La grande pittura italiana in trasferta. A Budapest

Szépmuvészeti Múzeum, Budapest – fino al 16 febbraio 2014. Il museo ungherese ospita un’importante mostra sulla pittura del Naturalismo, del Classicismo, del Barocco e del Rococò in Italia. È l’evento finale delle celebrazioni dell’anno della cultura italo-ungherese.

Caravaggio, Salomè, 1607-1610, Palacio Real di Madrid

Il ricchissimo museo Szépmuvészeti di Budapest ospita Da Caravaggio a Canaletto, una grande occasione per rivivere la gloria della pittura del Seicento e del Settecento italiani. Un’acclamata e irripetibile impresa che ha raccolto 142 dipinti, 34 dei quali provenienti dalle collezioni dello stesso museo, mentre le restanti arrivano dai musei di Londra, Washington, Parigi, San Pietroburgo, Vienna, Berlino, Dresda, Madrid, Barcellona, e naturalmente dall’Italia: Roma, Firenze, Bologna, Milano, Venezia e Napoli, solo per citare alcune città. Questa ricognizione rappresenta la seconda tappa di un percorso dedicato alla pittura italiana già iniziato dal museo ungherese nel 2009, quando Da Botticelli a Tiziano ha attirato 230mila visitatori.
La mostra esamina questo lungo periodo dell’arte italiana a partire da Caravaggio, la cui attività a Roma nel primo decennio del Seicento ha portato un importante cambiamento nella pittura del tempo. Del pittore sono presenti un numero considerevole di opere, nove in totale, con qualche attribuzione ancora non unanimemente accettata. Oltre ai famosissimi capolavori Giovane con un canestro di frutti della Galleria Borghese di Roma e San Giovanni Battista della Pinacoteca Capitolina, sono presenti le due Salomè (National Gallery di Londra e Palacio Real di Madrid), il Ritratto del Cavaliere di Malta Fra Antonio Martelli (Galleria Palatina di Palazzo Pitti di Firenze), il Ragazzo morso da un ramarro (Fondazione Roberto Longhi di Firenze) e ancora l’Incoronazione di spine (Collezione della Banca Popolare di Vicenza), l’Ecce Homo (Galleria di Palazzo Bianco di Genova) e il San Francesco in preghiera (Museo Civico Ala Ponzone di Cremona).
Dall’affievolirsi della tendenza naturalistica caravaggesca alla predominante e nuova arte barocca il passo è breve, soprattutto se si vede il Barocco come un forbito rilancio generato dalle ceneri del tardo Manierismo. Così come il Rococò può essere pensato come un’emanazione del Barocco ricondotta all’ordine dal Classicismo.

Nelle prime due sezioni del percorso si affronta la parabola di Caravaggio e del caravaggismo. Dalla scena di genere alla natura morta, dal racconto biblico a quello mitologico, i caratteristici fondali scuri e il luminismo sono un tratto stilistico che ha accomunato pittori non solo romani, ma anche napoletani, bolognesi, emiliani o toscani come il fiorentino Cristofano Allori, presente con il suo celebre dipinto-icona Giuditta con la testa di Oloferne (Galleria Palatina di Palazzo Pitti di Firenze). L’opera ha impressionato così tanto i contemporanei da farne eseguire innumerevoli copie a svariati pittori. Realizzata nel secondo decennio del secolo, mostra il passaggio della pittura dal tardo Manierismo a un fasto classico-barocco sostenuto qui da soluzioni luministiche dettate da Caravaggio, morto solamente da qualche anno. Le cangianti vesti dai colori accesi dell’eroina biblica emergono con forza dalla scura tenda di Oloferne. La scena, teatrale e ad effetto, può far pensare al contemporaneo Monteverdi e alla nascita del melodramma.
L’effetto è ben diverso se si osserva invece un’altra tagliatrice di teste presente in questa sezione, la Salomè di Caravaggio oggi a Madrid. La composizione, dal formato oblungo, inserisce le figure in un’altezza drammatica pari a quella di Shakespeare, secondo le impressioni di Roberto Longhi. Rispetto agli sguardi studiati e più concitati dell’esemplare caravaggesco della Salomè di Londra, la tela spagnola ha un’atmosfera più meditativa ed è forse per questo che è stata avvicinata agli ultimissimi anni di vita del pittore, quando si avvicinava inconsapevolmente alla morte, quando fuggiva come un forsennato dalla giustizia dopo l’omicidio di Ranuccio Tomassoni nel 1606. Dal punto di vista prettamente pittorico, colpisce la realizzazione della figura del carnefice mezzo girato di spalle, parte del corpo evidenziata da pennellate con tocchi di luce degni di un impressionista.

Guido Reni, San Sebastiano, 1616 ca., Dulwich Picture Gallery di Londra
Guido Reni, San Sebastiano, 1616 ca., Dulwich Picture Gallery di Londra

Nella terza sezione viene introdotto l’ideale classico della pittura bolognese alle soglie del secolo, quella norma legata ai nomi di Lodovico, Agostino e Annibale Carracci. Ancora del Domenichino, di Francesco Albani, del Guercino e del venerato Guido Reni, che a un certo punto della sua carriera a Roma risentì anche l’influsso caravaggesco, come nel sensuale e diafano San Sebastiano (Dulwich Picture Gallery di Londra) dal corpo di un bagliore così lunare da rendere ancora più tenebroso il fondale nero e il relativo effetto chiaroscurale. La quarta sezione illustra la diffusione capillare dell’eloquenza e dell’illusione della narrazione barocca fatta di finzioni letterarie e di visioni trionfanti, ma presenta anche posizioni di contrasto più personali, come quella spirituale e inquieta dell’ammaliante Erodiade di Francesco Cairo della Pinacoteca dei Musei Civici di Vicenza, un estremo dell’enfasi e della teatralità barocca. Vi troviamo la madre di Salomè, Erodiade, la donna che aveva voluto l’assassinio di Giovanni Battista, il quale l’aveva accusata di essere l’amante del cognato. Il Cairo la ritrae come una santa in estasi, riccamente abbigliata in una posa che suggerisce un deliquio che potrebbe portare la donna a pungersi con lo spillo conficcato nella lingua del capo mozzato del santo, provocando un effetto scenico dove, secondo le parole di Giovanni Testori, “piacere e orrore sono indissolubilmente legati”.
Molto ampia la sezione successiva, che fornisce una panoramica dei generi legati al mercato artistico della borghesia del tempo: la natura morta, il paesaggio, il ritratto e la scena di genere. Sorpende un poco noto olio su tela dell’artista mediceo Bartolomeo Bimbi del 1721 raffigurante un girasole (Villa Medicea di Poggio a Caiano e Museo della Natura Morta di Firenze), con un maestroso impasto luministico che cattura l’osservatore. Come sorprende la poesia realistica di Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto (pittore attivo a Milano, Brescia, Venezia, Padova e Piacenza) con il Ragazzo con cesto del 1730 circa (collezione privata, in deposito presso la Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia) e coi suoi dipinti caratterizzati da un’attenzione per la rappresentazione della vita dei poveri e dei mendicanti. Quest’opera introduce nella sezione successiva, che analizza la poesia virtuosa della pittura del Settecento e delle sue principali tendenze stilistiche, come il classicismo romano di Pompeo Batoni, quello tardo barocco di Francesco Solimena, il gusto rococò di Corrado Giaquinto, il quasi anti-classico ed eccentrico Alessandro Magnasco o ancora il luminismo pastoso di Giuseppe Maria Crespi, bolognese girovago con all’attivo lunghi soggiorni in Toscana e a Venezia.

Canaletto, Venezia, la piazzetta con la biblioteca di San Marco, 1738 ca., Galleria Nazionale d'Arte Antica di Palazzo Barberini di Roma
Canaletto, Venezia, la piazzetta con la biblioteca di San Marco, 1738 ca., Galleria Nazionale d’Arte Antica di Palazzo Barberini di Roma

Proprio la città lagunare è la protagonista delle ultime due sezioni della mostra. La prima vanta opere di Giovanni Battista Tiepolo e del figlio Giovanni Domenico, di Giambattista Piazzetta, di Sebastiano Ricci e di altri ancora. La leggerezza della luminosità dei colori e l’eleganza compositiva squisitamente veneziana è al suo meglio nell’Apollo e Dafne di Tiepolo padre, tela proveniente dal Musée du Louvre. L’opera, che raffigura il noto mito di Danfe che si trasforma in albero mentre fugge da Apollo, ha un impianto lineare e razionale, nonostante il pittore riesca a trasmettere l’attimo concitato che i protagonisti stanno vivendo. Appartiene al periodo della maturità del Tiepolo, quando ormai era diventato un artista colto e aveva sorpreso l’Europa con le sue peripezie tecniche in vari palazzi nobiliari. Dalle espressioni dei due protagonisti traspare un senso melanconico di abbandono al volere del destino, una grazia che ha fatto di Tiepolo uno dei geni del proprio tempo.
Per finire, una sezione dedicata al Vedutismo, uno dei generi più popolari del tempo, dove l’eterna bellezza della città sull’acqua appare in tutto il suo mitico splendore. Bernardo Bellotto, Francesco Guardi e soprattutto il Canaletto, del quale sono presenti quattro opere di diversa grandezza, caratterizzate da una spiccata attenzione per la resa atmosferica e realistica della veduta urbana, guidata dai valori matematici e scientifici della camera ottica e della prospettiva. Dal Palazzo Barberini di Roma arriva la sua Venezia, la piazzetta con la biblioteca di San Marco già appertenuta al principe Giovanni Torlonia, il dipinto di una piazza dove tutto è com’è sempre stato, tra la geometria delle sue architetture e il vociare degli astanti.
Tra i tanti noti artisti non ancora ricordati: Gianlorenzo Bernini, Orazio e Artemisia Gentileschi, Giovanni Baglione, Bernardo Strozzi, Tanzio da Varallo, Giulio Cesare Procaccini, Jusepe de Ribera, Luca Giordano, Mattia Preti, Salvator Rosa, Giovanni Lanfranco, Massimo Stanzione, Pietro da Cortona, il Baciccio e Carlo Maratta.

Calogero Pirrera

Budapest // fino al 16 febbraio 2014
Da Caravaggio a Canaletto
a cura di Zsuzsanna Dobos, in collaborazione con Dóra Sallay e Ágota Varga
SZÉPMUVÉSZETI MÚZEUM 
Dózsa György út 41
+36 (0)1 4697100
http://www.szepmuveszeti.hu/

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Calogero Pirrera
Calogero Pirrera (1979) è uno storico dell’arte specializzato in arte moderna e contemporanea, videoarte, didattica museale e progettazione culturale. Vive attualmente a Roma. Ha collaborato con la cattedra di Istituzioni di Storia dell’Arte della Facoltà di Architettura di Valle Giulia, con alcune gallerie come Il Ponte Contemporanea e LipanjePuntin, oltre che con Festarte – Festival Internazionale di VideoArte, che lo vede impegnato nella mappatura globale dei festival di videoarte con la rubrica “International Contest”. Ha all’attivo alcune pubblicazioni che indagano l’arte antica come quella contemporanea. Tra le mostre curate si ricorda "Il Duomo di Milano dalla Lombardia all’Europa", ospitata presso il Duomo meneghino nel 2005 e il relativo catalogo. Ha scritto e scrive per EosArte, TribeArt e Artribune.