Kandinsky tra pubblico e privato

Palazzo Reale, Milano – fino al 27 aprile 2014. Cento capolavori privati di Kandinsky dal Centre Pompidou. Un percorso visivo mozzafiato. Peccato per un allestimento e un lavoro critico non all’altezza delle aspettative che la sede e il pittore alimenterebbero.

Vassilij Kandinskij, Bleu de ciel, 1940 - Centre Pompidou

I quadri sono dei capolavori. Indiscutibilmente. Sono quelli lasciati da Nina Kandinsky al Centre Pompidou, tra il 1976 e il 1981: un centinaio di opere straordinarie che ripercorrono tutta la carriera di uno dei più grandi pittori del Novecento.
Peccato che il “museo effimero” di Francis Haskell raramente abbia toccato un punto così basso: l’ingresso tetro, stretto, da sottoscala, non fa presagire bene. E infatti le sale si susseguono una dopo l’altra con una sorta di moquette grigina che, nelle giornate d’inverno milanesi, era difficile pensare che rimanesse pulita. I colori alle pareti sono discutibili, i pannelli troppo succinti, i cartellini, spesso staccati, vengono riappoggiati sopra il sostegno posticcio in compensato a cui non era stata applicata nemmeno abbastanza colla. Striminzite tendine da favela vorrebbero dividere tra loro le sale. Solerti vigilanti riprendono chiunque, stampa compresa (salvo il giorno della preview o salvo aver chiesto autorizzazione specifica al fantomatico Ufficio Mostre del Comune), provi a scattare delle fotografie: ma del resto la mostra, dopo l’inaugurazione, al di là dell’evento mondano, sembra non esistere. Non sarà un caso, infatti, che anche il catalogo, con una copertina di rara bellezza, sembri pensato apposta per il tavolino a centro sala di una coppia benpensante, ma all’interno, dopo una succinta introduzione delle curatrici, si susseguono solo le foto delle opere e stringate introduzioni ai periodi della vita dell’artista. Alcune opere hanno persino una scheda di catalogo, ma spesso è copia-incollata da cataloghi di vecchie mostre.

Vassilij Kandinskij, Venise n°4, 1903 ca. - Centre Pompidou
Vassilij Kandinskij, Venise n°4, 1903 ca. – Centre Pompidou

Qual è l’opportunità di queste “mostre a pacchetto”, preparate in blocco, frettolosamente e maldestramente, che da un punto di vista storico-critico significano meno di zero? Una mostra non è solo un’esposizione di quadri. Fare una mostra significa lavorare sodo per studiare un problema storico-artistico e riproporlo sotto una certa luce al pubblico, trovando il modo di parlare ai più e ai meno esperti. Dietro una mostra così, invece, non c’è un lavoro che giustifichi gli 11 euro che vengono richiesti al visitatore. A parte l’aura di Benjamin, il cui merito non va certo agli allestitori, rispetto a Wikipedia o alla Web Gallery of Art, cosa dà in più questa mostra?
La mostra usa e getta, a consumo, resa suadente per il pubblico attraverso la pubblicità delle agenzie di servizi, che trattano Kandinsky o Pollock come marchi commerciali, lascia solo un senso di amaro sconforto con cui fare i conti a casa, e niente più.

Giulio Dalvit

Milano // fino al 27 aprile 2014
Vassily Kandinsky. La collezione del Centre Pompidou
a cura di Angela Lampe in collaborazione con Ada Masoero
PALAZZO REALE
Piazza del Duomo 12
02 30223002
[email protected]
www.kandinskymilano.it

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Giulio Dalvit
Nato nel 1991 a Milano, ha studiato Lettere e si è laureato in Storia dell’arte moderna alla Statale di Milano. Ha collaborato anche con alcuni artisti alla realizzazione di mostre milanesi tra Palazzo Reale, il Museo del 900 e Palazzo Ducale a Genova. Ha scritto per Flash Art e, ora, Artribune. Sempre in sospeso tra l’antico e il contemporaneo, studia al Courtauld Institute a Londra, dove attualmente vive.
  • Andrea Fischietti

    Stesso problema della block-mostra su Wahrol a Pisa, a “cura” di Giunti Arte e Musei e Walter Guadagnini. Non è l’autore che rende una mostra block, ma la strategia di azzeramento della complessità, utile per i grandi numeri. Poi esci dalla mostra e ti senti scemo (se non peggio…).

    • Elisa Ascani

      La mostra di Pisa non è affatto un pacchetto e basta vedere la lista prestatori per capirlo. A differenza di quella di Kandinsky a Milano, la mostra di warhol a Pisa conta una ventina di prestatori, tra cui anche molti privati. Conta un nucleo importante dal museo warhol di Pittsburgh ma che costituisce il 60% delle opere, non di più.
      Un altro esempio di pacchetto invece è la mostra warhol di Milano: un lotto di tot opere è stato affittato alla collezione Brandt è esposto tale e quale è esposto nella sua sede di origine.
      Sull’utilità di QUESTE operazioni si potrebbe discutere a lungo…

      • Andrea Fischietti

        Il lavoro di ricerca sui prestatori per la mostra a Pisa è stato imponente, senza paragoni con il pacchetto di opere già pronto per Milano.

        Ma il lavoro di ricerca è stato vanificato dal riduzionismo dell’allestimento.
        La bio salta a piè pari la formazione e la professione di Wahrol, il contesto è totalmente assente, Leo Castelli è un perfetto sconosciuto (e così la moglie), non un cenno sul rapporto con la tecnica e la serigrafia, e potrei continuare.

        Tutto per far apparire Wahrol come un marziano arrivato sulla Terra, togliendo (a lui per primo, ed al contesto) ogni complessità.

        E tutti poi al bookshop davanti alla miriade di oggettini, comprese tante belle mug a 16 €…

  • Hellen Falco

    Come non essere d’accordo. Un allestimento che penalizza in assoluto i pezzi forti presenti, che non tiene assolutamente conto dell’affluenza massiccia tipica di queste esposizioni di grande richiamo. Muri dipinti male, dettagli assolutamente discutibili, spiegazioni nelle sale banali. Peccato, soprattutto con le cosiddette mostre a pacchetto un po’ di professionalità museale in più non guasterebbe.