Il piedistallo è vuoto, che cosa resta? L’est a Bologna

Museo Archeologico, Bologna – fino al 16 marzo 2014. Quaranta protagonisti dell’arte dell’Europa dell’Est riuniti da Marco Scotini. Un panorama rappresentativo di macerie vecchie e nuove e di tentativi di ricostruzione. Dai maestri clandestini ai nuovi minimalisti di oggi.

Il piedistallo vuoto - veduta della mostra presso il Museo Archeologico, Bologna 2014

Artefiera 2014 ha aggiunto la propria voce al coro di mostre sulle avanguardie russe e sulle neoavanguardie fiorite sotto il regime sovietico. Con la sezione su gallerie e artisti dell’Europa dell’Est, tra le parti migliori della fiera. E con la mostra curata da Marco Scotini al Museo Archeologico, tra le iniziative collaterali della rassegna bolognese più riuscite degli ultimi anni.
L’esposizione riunisce cento lavori dagli Anni Settanta a oggi di quaranta artisti dell’Europa dell’Est. Il risultato è meritorio, anche perché si è fatto ricorso esclusivamente a opere di collezioni private italiane: per quanto tutte di qualità, non sempre si tratta di opere maggiori, ma la mostra riesce a essere rappresentativa. Dalla contestazione degli autori di ricerca costretti a lavorare in clandestinità negli ultimi anni del regime si giunge ai protagonisti di oggi, in molti casi impegnati nella denuncia dei nuovi, illiberali regimi oligarchici e dei nuovi abusi politici e sociali.
Il piedistallo vuoto del titolo cita un’opera in mostra di Vyacheslav Akhunov, che a fine Anni Settanta disegnava i basamenti delle statue di Lenin, omettendo però l’effige dell’ex leader. Un tema simile è affrontato qualche anno più tardi da un altro artista in mostra, Yerbossyn Meldibekov, che fotografa le stesse piazze a distanza di anni, evidenziando la sostituzione dei monumenti dei leader sovietici con più generici simboli inneggianti al mito e alla tradizione.

Il piedistallo vuoto - veduta della mostra presso il Museo Archeologico, Bologna 2014
Il piedistallo vuoto – veduta della mostra presso il Museo Archeologico, Bologna 2014

I simboli si degradano quasi per autoconsunzione, come la bandiera che brucia filmata da Mircea Cantor. La ricerca identitaria assume toni da tragicommedia: Július Koller si crea un grottesco alter ego alieno. Il viandante di Adrian Paci mette paradossali radici portando sulle spalle il proprio tetto come una croce.
Ma non mancano spunti di ricostruzione, che spesso avviene riappropriandosi della tradizione. Anche se con un buon grado di scetticismo ironico, come nel caso di Roman Ondák. Oppure trasformando il peso del passato in un caos organizzato, poetico e malinconico (la stanza affollata di vecchi mobili dei Kabakov); o ancora rimescolando le carte di riferimenti artistici imprescindibili, come nella scomposizione postmoderna e giocosa delle geometrie di Malevic operata da David Ter-Oganyan & Alexandra Galkina.
Per il resto, trionfano nuove poetiche pienamente contemporanee e domina un’intelligente rivisitazione del Minimalismo, aggiornato all’era dell’antimonumentalità: è il caso degli ottimi Thea Djordjadze e David Maljkovic, di Miroslav Balka, autore di una fontana da cui sgorga del whisky, ma anche di un’acuta opera di Victor Man, sorta di sommesso altarino laico che mescola pittura, scultura e installazione. E non mancano opere autori di grido come Pawel Althamer, Marina Abramovic, Anri Sala, tra gli altri.

Stefano Castelli

Bologna // fino al 16 marzo 2014
Il piedistallo vuoto
a cura di Marco Scotini
MUSEO ARCHEOLOGICO
Via dell’Archiginnasio 2
051 2757211
www.comune.bologna.it/archeologico

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Stefano Castelli
Stefano Castelli (Milano, 1979) è giornalista, critico d'arte e curatore. Si è laureato in Scienze Politiche all'Università degli studi di Milano con una tesi di filosofia politica su Andy Warhol come critico sociale. Ha vinto nel 2007 il concorso per giovani critici indetto dal Castello di Rivoli con un saggio su "Scatologicità e Pop Art in Bruce Nauman". Come giornalista scrive per Artribune, dal 2011, e Arte Mondadori, dal 2007. Come curatore è impegnato nella scoperta di giovani artisti e ha curato una trentina di mostre tra gallerie e musei. Come critico ha scritto tra l'altro per la mostra Big Bang, Museo Bilotti, Roma, 2008. Il suo taglio critico è orientato a una lettura politico-sociale dell'arte e a una lettura dell'estetica come fenomeno non disgiungibile dall'etica.