C’era una volta la performance

New York, Whitney Museum – fino al 2 febbraio 2014. Si appresta a chiudere i battenti la ricca e stimolante mostra al terzo piano del Whitney di New York, “Rituals of Rented Island: Object Theater, Loft Performance, and the New Psychodrama – Manhattan, 1970-1980”. Aperta in ottobre con Performa, chiude in concomitanza con la retrospettiva di Mike Kelley al PS1, segnando il termine delle mostre invernali newyorchesi.

Kipper Kids, performance alla Vanguard Gallery, Los Angeles 1978 - © Kipper Kids - courtesy gli artisti

Il curatore di Rituals of Rented Island, Jay Sanders, ricostruisce un’epoca d’oro nella storia della performance, quando di spazi industriali dismessi a downtown Manhattan ce n’erano a valanghe e costavano zero: quasi un’era geologica prima che downtown si spostasse a Brooklyn, quando piccoli appartamenti, squat, luoghi improvvisati anche all’aperto ospitavano i rituali, o meglio, i segreti dell’isola affittata (questo l’epiteto di Jack Smith per Manhattan nella performance del 1976).
Si radunavano in piccoli nugoli di iniziati al grido di “fuori dagli spazi istituzionali”, “fuori dal teatro”, ma soprattutto “fuori dalle gallerie”. Pescavano dal linguaggio della televisione e dei videotape, dalla musica e dalla danza, ed erano molto più influenzati dalla vita notturna di strada, dai comedy-club, perfino da Broadway, che dallo spirito del Minimalismo. Ma erano anche meno utopisti dei performer che erano stati attivi negli Anni Sessanta, ignoravano il bisogno di intrattenere, non cercavano la compartecipazione del pubblico. Bastavano i più modesti mezzi, le azioni ricorrevano a materiale autobiografico, usavano il corpo come materiale artistico. Alcune rasentavano la paranoia, il cinismo, ed erano dominate dall’assurdo, come quella di Vito Acconci, Security zone del 1971, ovvero riflettevano sul corpo nel suo rapportarsi con lo spazio, ad esempio in Walking in an exaggerated manner around the perimeter of a square (1968) di Bruce Nauman. Le performance si tenevano dinanzi a un pubblico ristrettissimo, una cerchia di amici e conoscenti; erano brevi oppure molto elaborate, come quelle di Jack Smith, che cominciava nel suo loft di Soho solo dopo mezzanotte, quando era già imbottito di ogni genere di droga.

Sylvia Palacios Whitman, Passing Through - performance alla Sonnabend Gallery, New York 1977 - courtesy l'artista - photo Babette Mangolte
Sylvia Palacios Whitman, Passing Through – performance alla Sonnabend Gallery, New York 1977 – courtesy l’artista – photo Babette Mangolte

I materiali dell’esposizione sono documenti video, spezzoni in Super8, fotografie, oggetti costruiti apposta ma anche inviti su carta, volantini dattiloscritti, istruzioni per l’uso e cimeli di vario genere, come le sculture fatte per essere indossate di Silvia Palacios Witman, mentre un filmino restituisce Julia Heyward mentre se ne usciva con tamburelli canticchiando e seguitava con monologhi ossessivi. Consacrato nel 1976 grazie all’opera teatrale di cinque ore Einstein on the beach, che poi è la prima parte della trilogia musicale di Philip Glass, il registra e drammaturgo Robert Wilson era sbucato dal nulla proprio in quei primissimi Anni Settanta. Aveva messo insieme una compagnia di performance sperimentale, la Byrd Hoffman School of Byrds, e gli ingredienti c’eran già tutti: stile austero, slow motion, movimenti ripetitivi, senso del tempo estremamente dilatato.
L’affascinante viaggio in quegli anni mitici non scivola nel rischio, tutto odierno, di presentare una valigetta di costumi originali dell’epoca con una partitura per ricreare, re-enact, rimettere in scena la performance secoli, anni luce dopo, e magari qualcuno ha già biglietti prepagati su Internet per assistere a uno spettacolo d’élite ed elegante. La volontà di trattenere e bloccare, contraddicendo la natura fugace ed evanescente della performance, era tanto scarsa che Mike Kelley aveva fatto espresso divieto di filmare le sue prime performance. Tant’è, molti degli oltre venti artisti in mostra sono scomparsi per sempre nel silenzio precipitando nell’oblio, né più ne resta traccia. Altri, come Laurie Anderson, John Zorn e lo stesso Wilson, prendendo di lì le mosse son diventati famosi e ricchi, riconosciute star internazionali. Ma di quelle esperienze incredibili non han perso la linea dura e pura dell’avanguardia, ovvero il senso della ricerca artistica sperimentale.

Francesca Alix Nicoli

New York // fino al 2 febbraio 2014
Rituals of Rented Island: Object Theater, Loft Performance, and the New Psychodrama – Manhattan 1970-1980
a cura di Jay Sanders
WHITNEY MUSEUM
945 Madison Avenue at 75th Street
+1 (0)212 5703600
[email protected]
http://whitney.org/

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Francesca Alix Nicoli
Dopo gli studi classici Francesca Alix Nicoli si laurea in Storia della Filosofia e, di seguito, in Storia e Metodologia della Critica d’Arte. Le sue prime pubblicazioni vertono sul pensiero filosofico di David Hume nella produzione storiografica più recente, ed escono su riviste specialistiche universitarie. Nel 2004 dà alle stampe il primo libro di critica d’arte su “Le giuste premonizioni di Fausto Melotti”. Interrompe gli impegni universitari come assistente di cattedra di storia della filosofia all’Università degli Studi di Bologna e fa rientro a Carrara per prendere in mano la direzione dell’azienda di famiglia, gli Studi di Scultura Nicoli che operano dal 1835 in campo internazionale. Da allora opera con i maggiori artisti contemporanei come production manager. Suoi saggi specialistici sono apparsi in cataloghi e volumi collettanei di arte contemporanea ed approfondimento critico, ed è collaboratrice di numerose riviste di settore e magazines, fra le quali Flash Art, Arte e Critica, Artribune, Segno. Presso Mimesis Editore nella collana Eterotopie è in corso di stampa il suo secondo libro “Giù le mani dalla modernità” la cui uscita è prevista per il settembre 2012.
  • angelov

    Ricordo di aver assistito alla prima performance in Italia di Laurie Anderson alla galleria Ala; ed anche a quella di uno sconosciuto Bob Wilson, che si esibiva in un teatro gremito di spettatori, con due bambini, un letto ed un fondale dipinto da lui stesso: per infilarsi un guanto nero, all’incontrario tra l’altro, impiegò circa 5 minuti…
    Purtroppo la performance fa parte di quelle esperienze che definirei cucite su misura allo spazio tempo, e che non possono essere condivise con altri che non vi abbiano assistito, e di questo c’è solo da dispiacersene…