Riflessioni sul ruolo dell’autore

Macro, Roma – fino al 9 marzo 2014. Quattordici opere che coprono un arco temporale esteso fra il 1987 e il 2013. Per una antologica che ripercorre l’inesausta riflessione meta-artistica di Paolini. In una mostra che passerà alla Whitechapel.

Giulio Paolini, Studio per L’autore che credeva di esistere (sipario: buio in sala), 2013 - courtesy l'artista

La relazione dell’artista con le proprie opere è uno dei temi da sempre centrali nel percorso artistico di Giulio Paolini (Genova, 1940; vive a Torino), tanto da divenire perno della personale in corso al Macro di Roma.  Attraverso una selezione di quattordici lavori, scelti in un arco temporale che va dal 1987 al 2013, lo spettatore è chiamato a trovare la presenza dell’autore ricomponendo “le tracce e gli indizi” sparsi nel percorso espositivo.
Essere o non essere, a cura di Bartolomeo Pietromarchi, è il titolo della mostra commutato dall’Amleto shakespeariano, oltre che il titolo di una delle opere esposte. Simile a una scacchiera, l’installazione è composta da diverse tele poste a terra e rievoca, grazie alle linee rosse a “X”, l’opera Disegno geometrico (1960), lavoro chiave della dimensione concettuale della poetica paoliniana.

Giulio Paolini - © Luciano Romano, Napoli
Giulio Paolini – © Luciano Romano, Napoli

Le messe in scena di Paolini, calibrate ed eleganti, scandiscono il percorso. Si tratta di lavori che, come di consueto, presentano una fitta trama di rimandi con punti di vista molteplici. Massiccio l’uso del plexiglas applicato sia per scandire lo spazio che per costruirlo. Le scenografiche installazioni sono in penombra, a ognuna è dedicata una luce calibrata per far sì che si possa coglierne l’essenza.
In apertura l’enigmatico autoritratto Delfo IV (1997), dove avviene un ribaltamento della profondità dell’immagine che svela fin da subito il gioco del doppio e dei suoi riferimenti. Un gioco che continua lungo tutta l’esposizione. Big Bang (1997-98), come spiega lo stesso Paolini, è un lavoro che parla del ruolo dell’artista che “tende a fissare l’istante iniziale, assoluto, del tentativo di avvistare l’immagine inafferrabile di un’opera”.

Giulio Paolini, Big Bang, 1997-98 - photo Luciano Romano
Giulio Paolini, Big Bang, 1997-98 – photo Luciano Romano

Conclude la mostra L’autore che credeva di esistere (sipario: buio in sala). Quasi una dichiarazione d’intenti: si presenta la vita intima dell’artista, nello studio al momento della creazione, anche tramite l’uso di proiezioni video. Paolini crede fermamente, come ben rimarcano le sue opere, che l’artista sia colui in grado di riconoscere e rilevare un dato pre-esistente: “la verità dell’opera”. Potremmo considerare questo pensiero in sintonia con Michelangelo Buonarroti, il quale credeva che l’immagine sussistesse già all’interno del blocco di marmo e suo era il compito di togliere il superfluo.
Segnaliamo, che da luglio 2014 la mostra sarà allestita (in versione ampliata) presso la Whitechapel Gallery di Londra.

Martina Adami

Roma // fino al 9 marzo 2014
Giulio Paolini – Essere o non essere
a cura di Bartolomeo Pietromarchi
MACRO
Via Nizza 138
06 671070400
[email protected]
www.museomacro.org

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Martina Adami
Critica e curatrice, vive e lavora a Roma. Ha collaborato con l’Istituto Nazionale per la Grafica alla digitalizzazione e archiviazione della collezione video, nonché alla realizzazione di diverse mostre. Nel 2011 è stata corrispondente da Londra per: Exibart, Exibart International e Inside Art. Attualmente collabora con diverse riviste di settore e scrive per il blog CasaNoi curando la sezione “Arte e architettura” e “Arredamento e fai da te”.