La matematica pittorica di Thea Djordjadze

Kaufmann Repetto, Milano – fino al 1° febbraio 2014. Il paradosso dell’ossimoro. Né bianco né nero. Thea Djordjadze gioca con la proprietà commutativa dell’algebra. Addizioni e sottrazioni, per risultati differenti.

Thea Djordjadze - Oxymoron Grey - veduta della mostra presso la Galleria Kaufmann Repetto, Milano 2013

Per la seconda volta, Kaufmann Repetto ospita Thea Djordjadze (Tiblisi, 1971), con una personale in cui l’artista si relaziona con gli spazi della galleria come fossero immense tele a tre dimensioni, tradendo la sua formazione pittorica. Un’installazione e alcune sculture create ad hoc compongono la mostra con la quale l’artista contraddice le regole della proprietà commutativa dell’algebra, presentando opere in cui, sovvertendo l’ordine degli addendi, dà vita a risultati differenti. Da un lato, ciò che solitamente è celato viene portato alla luce, e così un interno che potrebbe ricordare un salotto si riduce a un insieme di strutture metalliche e gommapiuma. Dall’altro, la destrutturazione dell’addizione conduce a risultati complessi: oggetti che, a dispetto di un’esibita e a tratti forzata materialità, acquisiscono una dimensione effimera, intessendo tra loro un dialogo che rende totalizzante l’esperienza dello spazio.

Maria Marzia Minelli

Milano // fino al 1° febbraio 2014
Thea Djordjadze – Oxymoron Grey
KAUFMANN REPETTO
Via di Porta Tenaglia 7
02 72094331

[email protected]  
www.kaufmannrepetto.com

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Maria Marzia Minelli
Maria Marzia Minelli (Bergamo, 1985). Dopo essersi laureata in Architettura presso il Politecnico di Milano con un progetto di trasformazione di una cava dismessa in una scultura territoriale, decide di seguire la sua passione per l'arte contemporanea iscrivendosi al Luiss Master of Art, del quale è attualmente studentessa. Con l'obiettivo di nutrire il suo forte interesse per le relazioni che si possono instaurare tra arte e architettura, collabora con lo studio di Attilio Stocchi in occasione di Lucegugliavoce (2007) e, durante il periodo universitario, con l'Osservatorio Public Art coordinato da Emilio Fantin. Dall'aprile 2013 cura per il magazine Hestetika la rubrica Arte in città, dedicata all'arte pubblica.
  • Pneumatici michelin

    La formazione pittorica della Djordjadze
    risulta evidente anche a me,intendendo
    peró per formazione pittorica un qualche probabile
    di apprendistato di imbianchino arredatore di interni
    e con qualche apertura al lavoro di vetrinista
    nel senso di attrezzista per addobbi che vanno
    scrutati dal passaggio sul plateatico.
    Quest’artista figurava nel volume-giornale Creamier
    della phaidon uscito tempo fa ed incentrato sulla selezione
    fatta da una decina di critici internazzzzionali alcuni dei
    quali per stupiditá e incultura danno i punti anche a tanti
    critici italiani. Questa tale Filipovic davanti agli stentati
    sgangherati abboracciati e insensati lavori della djordjiaze
    stabiliva ascendenze nei rituali antichi e misteriosi dell’
    Uzbekistan (e se avesse detto pure che l’autrice aveva fatto il
    militare a Cuneo eravamo in pieno in un film di Totó.)
    Le transenne le cianfrusaglie e i cavalletti enigmatici
    Incarnavano o meglio plastificavano, ovviamente
    la contestazione del razionalismo che
    contrassegnava l’architettura di Mies che le ospitava.
    Per fortuna ci sono tutte queste donne artiste (ricordate
    l’altra geniale , italiana, di stanza a Berlino?) che di fronte
    all’angolo retto hanno il coraggio del pressapochismo!
    Fortunatamente la nostra Djordjaze qua da k&r si accontenta
    di movimentare gli interni di una normalissima galleria,
    tornando al primigenio ambito dell’arredamento neanche
    tanto squinternato ma educato e
    Innoquo nella giusta misura.

    • luca

      pneumatici, come al solito ti manca proprio il senso della comunicazione… ti capisci da solo… (forse)

  • luca

    pneumatici michelin, parli tanto di studio, inviti i commentatori ad andare a studiare… e scrivi innoquo con la “q”?????? ahahahaha ma fai un corso di scrittura elementare!!!!!

  • Pneumatici michelin

    Ma va la siemo ti spiezzo in due io sono russo
    E conosci sette lingua
    Hai dovuto fare un zecondo commento per
    accorgerti dell’errore: quanti ne dovrai fare
    allora dopo di questo che stai leggendo?
    Il discorso era abbastanza chiaro e poi
    non é vero che dico a tutti di andare a studiare:
    lo dico,quando lo dico, piú spesso a me
    che ne ho bisogno: non sono cosí ingenuo
    da consigliarlo ai casi disperati nei quali
    probabilmente tu sei ascrivibile come un
    elemento dell’insieme.
    Puoi sempre recuperare e tentare di argomentare
    o analizzare e decostruire il mio veloce intervento
    a vediamo se reggi al dibattito che ne seguirá.
    Naturalmente potrai limitarti a dire che sono
    dislessico che parlo da solo che sono scemo ecc
    ma in questo caso il tuo intervento sarebbe
    un’ingloriosa ritirata e dovrai cambiare
    pseudonimo.

    • luca

      ahahahahahahahhaha

  • pneumatici michelin

    tutto qua? :))))

  • luca

    caro pneumatici, oltre a non saper scrivere non sai neanche leggere? ho scritto che ti capisci da solo, ne segue che io non ho capito… come posso argomentare sul suo significato? posso solo ridere, come ho fatto. se poi vuoi un’argomentazione relativa agli errori di grammatica, di comunicazione, di fluidità, di periodo, sei il benvenuto. ma non mi sembra questa la sede. se mi dai il tuo indirizzo e-mail ti mando una bella lezione di scrittura.
    un assaggio:
    scrivere è un’attività che permette di esternare il pensiero.
    se vogliamo scrivere per comunicare il nostro pensiero agli altri, dobbiamo seguire delle convenzioni tramandate ed ampliate nei millenni.
    se non ci curiamo di certe “regole”, il nostro pensiero risulterà di difficile comprensione.

  • pneumatici michelin

    Caro Luca, forse hai ragione sulla tortuosità e sulle sgrammaticature del mio frettoloso intervento e provo a chiarire meglio, ora che non sto digitando al cellulare mentre sono sul taxi, interpretando le tue osservazioni come sincere richieste di approfondimento e non altro.
    Devo rilevare però che pur parlando da solo, come dici tu o come tu speri che sia,
    comunque un qualche tuo interesse l’ho suscitato.

    Per prima cosa , visto che accenni ai millenni, ti premetto che la prima parte dei miei chiarimenti riguardo ai miei esoterici pensieri avrà come ordine di riferimento un ambito temporale riguardante solo l’ultimo secolo e mezzo, mentre riserverò
    per quanto mi è possibile maggiore attenzione alle questioni millennarie nella seconda parte.

    Trovo questo lavoro della Djordjaze assolutamente mediocre e privo di senso come tante installazioni più o meno simili che si vedono un pò dovunque da diversi anni: ho citato non a caso la rassegna “Creamier” edita dalla Phaidon, dove la Djordjaze è presente, che è piena zeppa di questa roba, accompagnata dai testi scarni, arbitrari e spesso risibili dei vari critici e curatori che l’hanno selezionata.
    Ti dico subito che penso innanzitutto che un gallerista dovrebbe avere il coraggio di fare delle proprie proposte usando il cervello e la propria sensibilità e magari la propria cultura (quando ce l’ha) e non accettare o esporre qualsiasi cosa pur di stare in un certo circuito.

    Andando indietro nel tempo trovo i presupposti di questo tipo di opere in esperienze ormai lontane e faccio solo pochi esempi:Vladimir Tatlin , G.Jaculov (café pitoresque 1915), El Lissitskij (e l’ambiente Proun alla Grande esposizione d’arte di Berlino del 1923), Gerrit Rietveld e Vilmos Huszar (ambiente 1923), Ivo Pannagi (casa futurista zampini 1927), Theo Van Doesburg (cinema Hall 1926 – 28). Se non conosci questi autori :) puoi controllare in biblioteca: Germano Celant nella bellissima Biennale del 1976 intitolata “Arte Ambiente” li indicava come primi
    pionieri dell’arte ambientale e delle tante accademiche cosidette installazioni che nel tempo le hanno seguite e saccheggiate.
    Queste opere erano evidentemente nate sotto il segno di un atteggiamento utopistico di superamento dell’oggetto autoconcluso per una fusione ambientale delle arti, anche in vista di un certo progetto sociale di riqualificazione di tutti gli aspetti della vita democraticamente intesa: quindi grandi ambizioni!

    Trascuro tutta l’evoluzione avuta dall’arte ambientale nelle sue varie declinazioni spesso in competizione tra di loro (ad es. Minimalismo vs Arte Povera) e faccio un salto temporale per arrivare agli anni 80 del ‘900 che mi sembrano più pertinenti e vicini a certe consuetudini installative recenti.
    Attorno alla seconda metà degli anni 80 abbiamo avuto diverse e apparentabili
    esperienze di scultura con implicazioni ambientali e architettoniche e cito solo qualche nome: (come anticipatore prima di tutto ricorderei Richard Arschwager), il primo Thomas Schutte, Harald Klingelholler, Klaus Kumrow, Ludger Gerdes, Jan
    Vercruysse, Wolfgang Luy, Reinhard Mucha, certi lavori di Katarina Fritsch ecc ecc
    Dico che queste opere sono apparentabili perchè recano ben evidente il marchio di un ben preciso passaggio temporale: pur mescolando scultura arredamento e architettura non sono più lavori che prospettano un’utopia o una soluzione ma registrano la consapevolezza della fine del progetto del Modernismo e pur mantenendo una preoccupazione antropologica mettono in scena l’impersonalità e il meccanismo inesorabile del postmodernismo inteso come disumanizzazione e fine delle ideologie : questi autori non decontestualizzano ma evidenziano uno stato di alienazione (se lo intendiamo in senso negativo) o comunque di fredda estraneazione. Nei migliori di questi casi gli artisti ci parlano del mondo in cui vivono e nei migliori di questi casi ci fanno meditare su di esso.

    Se provi a visionare un pò del materiale che ti ho indicato difficilmente non potrai notare come tante installazioni spacciate come nuove interessanti o alla moda che girano in questi ultimi anni non sono che delle rielaborazioni semplicemente sintattiche, puramente formali e quindi prive di contenuto dei lavori che ti ho citato.
    Infatti, se gli artisti degli anni 80 meditavano su un certo passaggio epocale, i replicanti attuali ne utilizzano solo i segni esteriori modulandoli e ricombinandoli senza dirci nulla della realtà di oggi e mirando ad integrarsi piuttosto in un flusso di segni e comunicazioni senza pensiero: da qui il mio definirli vetrinisti e facitori di addobbi, decoratori e autori di un’anti-decorazione divenuta stile accademico, ininfluente e accomodante.

    Vengo ora alle durate millenarie, come più sopra premesso.
    Uno mi dovrebbe dire che senso ha il lavoro della Djordjaze e quali sono i motivi che la spingono a fare l’animatrice tridimensionale nei soliti spazi di una galleria che i muri ce li ha eccome.
    La curatrice Elena Flipovic nel suo testo di presentazione al lavoro della Djordjaze
    presenta un lavoro della stessa che era esposto a Berlino nello spazio notoriamente progettato da Mies Van De Rohe e fa notare come questo lavoro
    interferisca con il contesto architettonico criticandone quindi i presupposti razionalisti. Ho fatto notare che quando un artista, e ce ne sono diversi e diverse, non sa con chi prendersela non gli resta che attaccare il razionalismo in architettura, se non l’angolo retto o, in certi casi, anche il fallo (guarda che non sto inventando niente) come se fossero un problema incombente, mentre gran parte dell’architettura oggi, anche quando lo sembra, non è razionalista: basta confrontare cosa scrive oggi Koolhas e cosa scriveva Gropius.
    Detto questo poniamo pure che la Filipovic ritenga legittimo che la Jordjaze possa infrangere le limpide griglie di Mies : dopotutto anche a me non piacerebbe
    avere il salotto ubicato dentro la Neue Nationalgalerie! Ma io mi domando, semplicemente, in nome di cosa? E qui la Filipovic dice che la pratica decostruttiva della Djordjaze, born in Tbilisi Georgia, ha le sue radici in un atteggiamento rituale magico tipico della cultura dell’antico Uzbekistan (e qui entrano i millenni) che era una società dove abbondavano i pastori e i riti stagionali ma che purtroppo o per fortuna a seconda dei punti di vista (avete mai fatto il pastore in Uzbekistan?) sta alla nostra società postindustriale eccetera come i cavoli a merenda.
    Guardiamo i lavori della Djordjaze e, siamo sinceri, penseremo a tutto meno che alle pellicce di Astrakan!
    A questo punto delle riflessioni nel mio primo commento citavo la famosa battuta di Totò “Io ho fatto il militare a Cuneo” quando ironizzava sul voler apparire vissuti e navigati: oggi per dimostrare di essere cosmopoliti si ha bisogno di rincarare la dose e Cuneo non basta di certo e allora dai con gli esotismi! :)

    Infine che dovrei fare? Commentare anche la recensione della mostra dove si parla del “contraddire le regole delle proprietà commutative dell’algebra”?
    Cosa vuol dire che se uno fa un’operazione algebrica e la sbaglia, ha contraddetto
    le leggi dell’algebra?
    E poi sarei io quello che si parla addosso, che non sa scrivere, che è incomprensibile?

    • luca

      Ok, bravo pneumatici… ottima analisi che condivido in pieno. vedi? basta un minimo di attenzione e rispetto (mentre si scrive) per chi leggerà.