Malevic sui canali di Amsterdam

“Con il termine Suprematismo intendo esprimere la supremazia della sensibilità pura nell’arte creativa”. Il leggendario percorso di Kazimir Malevic, dai primi esperimenti al quadrato nero su fondo bianco, per poi tornare ancora alla figurazione. In scena in una grandiosa retrospettiva allo Stedelijk Museum di Amsterdam.

Kazimir Malevich, Supremus No. 50, 1915 - Collection Stedelijk Museum Amsterdam

In occasione delle grandi retrospettive avviene quasi sempre di percepire che il carattere degli autori, inversamente ai processi di riduzione che di necessità le storiografie attuano a favore di un fattore stilistico dominante o poco altro, si compone più verosimilmente di rapporti  complessi e talvolta persino contrastanti fra intuizioni, tentativi e influssi; ed è proprio da tale processo vitale che si può apprezzare la qualità dei risultati, piuttosto che dalla considerazione di quest’ultimi come assoluti.
Anche colui che per primo ha azzardato in maniera tanto netta e cosciente un’interpretazione metafisica della pittura che prescindesse dal dato reale, fino al grado zero di un quadrato bianco entro un altro, è stato un vorace sperimentatore di modi e figurazioni per tutta la durata della sua vita. Così Malevic e l’avanguardia russa, ospitata dallo Stedelijk Museum – di nuovo aperto dal settembre del 2012 a seguito dei lavori di rinnovamento -, pur contando su una serie estesa e rara di capolavori della fase suprematista, sviluppa un discorso il cui centro significante è appieno comprensibile soltanto considerandone il prima e il dopo.
Non è casuale che sia stato proprio il museo olandese a incaricarsi di una visione insieme analitica e complessiva, se consideriamo lo speciale legame con il pittore sovietico: nel 1923 vi fu Russian Art Show, prima occasione per osservare le avanguardie russe fuori dai confini nazionali, la retrospettiva nel 1989 subito dopo il crollo dell’Urss, infine questa vasta esposizione che oltre al cospicuo corpus già in possesso dell’istituzione conta ulteriori e numerose opere dalle collezioni Khardziev e Costakis (tra gli altri artisti presenti come corrispettivo e contesto: El Lissitzky, Natalia Goncharova, Mikhail Larionov  Olga Rozanova,   Wassily Kandisky, Marc Chagall).

Kazimir Malevich, Three Figures, 1928 - Collection V. A. Dudakov
Kazimir Malevich, Three Figures, 1928 – Collection V. A. Dudakov

Kazimir Malevič (Kiev, 1878 – Leningrado, 1935) attraversò quel formidabile periodo di cambiamento che condusse alla dissoluzione dello zarismo, all’avvio della rivoluzione bolscevica e poi alla sedimentazione della stessa secondo modalità di potere costrittive. Iniziando la pittura sedicenne, molto presto intraprese un’intensa sperimentazione tra quanto di nuovo e vitale proveniva dal contesto europeo e dalla Russia stessa: soprattutto il Cubismo e i Fauve dalla Francia – meditati attraverso la lezione fondamentale di Cézanne –, il Futurismo italiano, il simbolismo del gruppo Blue Rose fondato a Mosca, l’iconografia di matrice slava. Soprattutto opere quali il Bagnante (1911) e il Taglialegna (1912) annunciavano nell’incisività della linea e nell’attenzione ai volumi una propensione le cui fasi culminanti avverranno nel 1913 grazie alla collaborazione con Mikhail Matyushin e Alexei Kruchenykh per i costumi dell’opera Victory of the Sun, e nel 1915 con la leggendaria esibizione 0,10: se la prima fu l’opportunità di provare forme e disegni minimali, la seconda rappresentò un’occasione cosciente per presentare al mondo i primi quadri suprematisti, ben 36 (celebre il Quadrato nero installato in alto, ad angolo parete, al modo di un’icona religiosa).
Ricorrendo alle sole forme geometriche, distinte tra loro nella dimensione e nel colore, l’artista rinunciava a ogni tipo di rappresentazione realistica per l’espressione di una pura sensibilità plastica. Ciò a cui Malevič amava riferirsi era un’arte fine a se stessa, liberata da qualsiasi carattere descrittivo e utilitaristico, e perciò in forte contrasto con altre correnti coeve, quali il Costruttivismo, che invece prevedevano un’applicabilità pratica a sostegno della rivoluzione politica. Le pitture si affinarono nel corso del tempo tendendo a un’astrazione radicale, fino alla visibilità lievissima del Quadrato bianco su fondo bianco o di Croce bianca su fondo bianco, rispettivamente del 1918 e del 1920-21.

Kazimir Malevich, Suprematist Composition (with eight red rectangles), 1915 - Collection SMA
Kazimir Malevich, Suprematist Composition (with eight red rectangles), 1915 – Collection SMA

Quali furono le ragioni profonde di tale scelta? Cercando di rendere in sintesi il complesso pensiero di Malevic, che fu fine teorico, potremmo avanzare che quest’arte redenta da ogni elemento accidentale, assurta a livello dei moti incondizionati dell’animo, laddove non esistono corruzione né deperibilità, oltre che permettere di risalire al livello primario – appunto supremo – della visione, caricandosi di note trascendentali diveniva lo strumento umano per accedere a una dimensione divina. Salvo poi il paradosso dello svilimento operato su essa proprio dalla politica contingente: inviso alle gerarchie rivoluzionarie, l’artista dopo alcuni anni di resistenze e il tentativo non riuscito di espatriare a Berlino, dovendo restare in patria decise di tornare alla figurazione. Certo non si trattò di una resa incondizionata; Malevic riprese alcuni degli stili verificati a inizio percorso, per esempio il neo-primitivismo nel ritratto di giovani contadini, ma piuttosto che immettervi l’eroismo retorico richiesto dalla propaganda insistette con caparbietà sui valori volumetrici e cromatici. Inoltre, fin quasi al termine della sua vita, si dedicò con dedizione estrema all’insegnamento e alla diffusione delle proprie idee; componente abbondantemente documentata nel percorso espositivo con appunti, disegni, fotografie e gli affascinati modelli architettonici suprematisti.
L’esposizione dello Stedelijk Museum in collaborazione con la Tate Modern di Londra e la Bundeskunsthalle di Bonn – che saranno anche le tappe successive – a cura di Geurt Imanse e Bart Rutten, costruita con rigore scientifico pur senza rinunciare a un’apparenza invitante per il grande pubblico, trova il suo maggiore valore non tanto nelle intuizioni o novità dichiarate – in più sale si insiste sulla “scoperta” dell’importanza dei disegni preparatori, talvolta semplici schizzi, per giungere alla definizione del suprematismo; è chiaro che quasi sempre per la ricerca è valso così, ma nella capacità, che è anche organizzativa ed economica, di avere riunito una mole di materiali eterogenei di così alta qualità. Qualche imperfezione, come alcune didascalie poste in modo confuso o i contributi testuali del catalogo non proprio incisivi, si perdonano volentieri a un progetto di tale importanza, rigore e spessore.

Matteo Innocenti

Amsterdam // fino al 2 febbraio 2014
Malevic e l’avanguardia russa
a cura di Geurt Imanse e Bart Rutten
STEDELIJK MUSEUM
Museumplein 10
020 5732 911
[email protected]
www.stedelijk.nl

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Matteo Innocenti
In linea agli studi universitari in Storia dell'Arte inizia un percorso come critico e curatore. Collabora a vari progetti editoriali, in modo particolare prima ad Exibart e poi ad Artribune. E' direttore artistico di TUM, collettivo di artisti e di altre professionalità legate al mondo dell'arte, finalizzato alla ricerca e alla sperimentazione espressiva. Lavora inoltre come autore e regista per una società di video produzione fiorentina.