Arturo Martini: cuore di creta

Palazzo Fava, Bologna – fino al 12 gennaio 2014 / MIC, Faenza – fino al 30 marzo 2014. “Martini pensa in terracotta, come Fidia in marmo”. Tra Bologna e Faenza una mostra ricostruisce per la prima volta la ricerca sulla plastica in terracotta di un grande artista, che ha trovato nella creta un materiale per donare vita alle sue sculture.

Arturo Martini, Convalescente, 1932

Dal 1929 al 1932 Arturo Martini (Treviso, 1889 – Milano, 1947) crea con la terracotta grandi sculture monumentali, talvolta dalla superficie ruvida, per mantenere visibile l’impronta dello scultore, il suo gesto. Altre volte è liscia e patinata, come insegna la tradizione classica. Martini parte dalla questione etrusca e recupera la creta – antico simbolo di creazione – in opposizione al marmo, che segnava da vari decenni la plastica del Ventennio in particolare. Attraverso contatti con le più importanti fornaci e la scoperta delle terre refrattarie, Martini sfida i limiti della scultura del suo tempo, imponendosi per fantasia, lirismo ed espressività.

Arturo Martini - Creature. Il sogno della terracotta - veduta della mostra presso Palazzo Fava, Bologna 2013
Arturo Martini – Creature. Il sogno della terracotta – veduta della mostra presso Palazzo Fava, Bologna 2013

Presso Palazzo Fava a Bologna l’allestimento mette le opere in relazione tra di loro in un percorso leggero, mentre grandi pannelli informativi dalla grafica accattivante si distribuiscono ai margini delle antiche sale affrescate senza disturbare la visione delle sculture, dando al contempo tutti gli strumenti per la comprensione dell’esposizione. Si incontrano figure intense e violente come La lupa, o La madre folle, concepita quasi come se fosse soffiata dall’interno, sconvolta da un vento di tempesta e modellata con una serie di vasi al tornio assemblati assieme. Emerge potentemente in tutte le opere la forza del corpo umano: dalla tensione straordinariamente tangibile dell’Aviatore alla rigidità – vicina ai Kuroi e alle Korai della Grecia arcaica – di Gare invernali. Poi i ribaltamenti delle prospettive (La veglia) e gli sguardi puntati verso il cielo, in uno slancio divino che però non abbandona in nessun caso la terra, la stessa che dà vita alle sculture.

Arturo Martini, La pulzella d’Orleans, 1920, bronzo, cm 26x20x15 - Collezione privata
Arturo Martini, La pulzella d’Orleans, 1920, bronzo, cm 26x20x15 – Collezione privata

A Faenza il percorso si muove in ordine cronologico, dai primi passi dello scultore veneto, fino alle ultime produzioni. Così, muovendosi in cerchio attorno alle opere è possibile riconoscere i mutamenti, la crescita e le involuzioni cercate verso lo zenith della forma, dal 1905 al più tardo 1944, non senza soffermarsi sulla relazione con la tradizione faentina. Non mancano, inoltre, gli inediti, provenienti da collezioni private e mai esposte al pubblico, in una ricerca filologica sulle orme dell’artista che parte dalla lussureggiante ceramica dei Vasi triangolari con figure a rilievo (1910), o del Vaso con i leoni (1911). Icaro e Fauno, degli stessi anni, sono due piastrelle, da cui emergono le figure, con tutto il movimento della nascita o della mutazione, ancora intrappolate nella “placenta” dell’atto scultoreo, ma già con la torsione del corpo che indica la dismissione delle catene. Fiaba del 1918 perde la bellezza, ma trasforma il gesso in una pietra rupestre. I segni sono semplici, i colori elementari e terrosi, si torna alle origini in un processo di cancellazione che andrà avanti fino alla fine della vita dell’artista, novello Michelangelo del non finito.

Arturo Martini, Lo spaventapasseri innamorato, 1928-29, terracotta, cm 38x28x20 - Collezione privata
Arturo Martini, Lo spaventapasseri innamorato, 1928-29, terracotta, cm 38x28x20 – Collezione privata

In mostra non mancano gli esempi: dalla Pulzella d’Orleans del 1920, un bronzetto da cui sembra dipanare la plastica di Marino Marini, alla monumentale Leda in pietra del 1929-30. Il modello etrusco torna nell’Odalisca (1930), dove l’artista allude a sarcofagi come quello degli sposi di Cerveteri. La terra refrattaria adoperata dà il senso della storia. Tornano le ceramiche, che forse influenzeranno anche Lucio Fontana e la terracotta, come lo splendido Spaventapasseri Innamorato. Questo, insieme a La Nena (la figlia di Martini) e alla Donna alla Finestra del 1931, che costringe lo spettatore a girare intorno all’opera in una visione già totale dell’arte, sottolinea la fascinazione dell’artista per il teatro e per la messa in scena. Questo senso del movimento, della creazione di situazioni, uniti al desiderio di “togliere” caratterizza infine l’ultimo periodo del maestro. Il Tuffo di nuotatrice (1941 -42), la nuotatrice che esce dall’acqua (1943), infine la Deposizione del 1942, dove Martini dimostra di avere imparato molto bene la lezione di Arnolfo di Cambio, ne sono un chiaro esempio.

Santa Nastro e Marta Santacatterina

Bologna // fino al 12 gennaio 2014
Arturo Martini. Creature, il sogno della terracotta
a cura di Nico Stringa

PALAZZO FAVA
Via Manzoni 2
051 19936305
[email protected]www.genusbononiae.it

Faenza // fino al 30 marzo 2014
Arturo Martini. Armonie, figure tra mito e realtà
a cura di Claudia Casali
MIC
Viale Baccarini 19

0546 697311
www.micfaenza.org

CONDIVIDI
Santa Nastro
Santa Nastro è nata a Napoli nel 1981. Laureata in Storia dell'Arte presso l'Università di Bologna con una tesi su Francesco Arcangeli, è critico d'arte, giornalista e comunicatore. Attualmente è membro dello staff di direzione di Artribune. È inoltre autore per il progetto arTVision – a live art channel, ufficio stampa per l’American Academy in Rome e Responsabile della Comunicazione della Fondazione Pino Pascali. Dal 2011 collabora con Demanio Marittimo.KM-278 diretto da Pippo Ciorra e Cristiana Colli, con Re_Place, Mu6, L’Aquila e con Arte in Centro. Dal 2006 al 2011 ha collaborato alla realizzazione del Festival dell'Arte Contemporanea di Faenza, diretto da Angela Vettese, Carlos Basualdo e Pier Luigi Sacco. Dal 2005 al 2011 ha collaborato con Exibart nelle sue versioni online e onpaper. Ha pubblicato per Maxim e Fashion Trend, mentre dal 2005 ad oggi ha pubblicato su Il Corriere della Sera, Arte, Alfabeta2, Il Giornale dell'Arte, minima et moralia e saggi testi critici su numerosi cataloghi e pubblicazioni.
  • Ravecca Massimo

    Il “non finito” è la caratteristica del genio. Come il “non luogo”, il “non nome”, il “non tempo”, ecc… L’astuto Ulisse crea un “non nome”, Nessuno, per ingannare Polifemo, e un “non luogo”, il cavallo di legno, per ingannare i troiani. Queste entità frutto di processi ricorsivi, giochi di specchi, sono state usate, anche da Gesù e Leonardo da Vinci. Michelangelo nella scultura, la sua arte preferita è ancora insuperato. Michelangelo uso “giochi di specchi” anche negli affreschi della Cappella Sistina, e per rimandi tra Volta e Giudizio. Cfr. Ebook (amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo. Grazie.