Alighiero e Boetti, tra gioco e politica a Beacon

La Dia Art Foundation di New York celebra l’artista italiano nella suggestiva cornice di Beacon, in un’esposizione che durerà sino ad aprile. Vittorio Parisi ha visitato per noi la mostra, in compagnia della curatrice, Yasmil Raymond.

Alighiero e Boetti - veduta della mostra presso il Dia Beacon - photo Cathy Carver - Courtesy Dia Art Foundation, New York

A un’ora e mezza di treno da New York City, direzione upstate, si trova la sede di Beacon della Dia Art Foundation. L’ampiezza e la fattura dei suoi volumi dissimulano maldestramente la vocazione industriale con cui questi furono concepiti: al suo interno infatti un tempo si fabbricavano confezioni per biscotti. Pervaso da una singolare aura di luminosità e silenzio, l’esoscheletro della vecchia factory è, dal 2003, altare su cui sono celebrate le esperienze artistiche più influenti degli anni Sessanta e Settanta, e che negli ultimi mesi si è dedicato ad Alighiero Boetti (Torino, 1940 – Roma, 1994) con particolare riguardo. Il Dia:Beacon ha fama d’essere il “temple of minimalism”. Yasmil Raymond, curatrice e nostro interlocutore, ci mette in guardia da quello che dice essere, piuttosto, un cliché: si tratta di un museo non convenzionale, pensato per esporre opere dalle fattezze per lo più monumentali, realizzate da artisti nei quali, a partire dai Settanta, la Fondazione ha riconosciuto la capacità di “cambiare il modo in cui pensiamo all’arte e al mondo”. E, anche se lontane dalla monumentalità delle installazioni di Richard Serra, o dei wall drawing di Sol LeWitt, non vi è dubbio che le opere di Boetti abbiano, in quegli anni, contribuito a cambiare la visione dell’arte. Le opere esposte presso i locali sotterranei del Dia:Beacon, cinque in tutto, compongono una sintesi estremamente efficace del percorso creativo dell’artista torinese.

Alighiero e Boetti - veduta della mostra presso il Dia Beacon
Alighiero e Boetti – veduta della mostra presso il Dia Beacon

Non sorprenda la modestia del numero: ad eccezione di una Mappa del 1972 e di una serie di altri piccoli arazzi quadrati, (Ammazzare il tempo, 1978), le opere Victoria Boogie Woogie (1972), Opera Postale (1980) e Untitled (January-December) (1986), occupano ciascuna un’intera stanza e raccontano con estrema chiarezza quella gestualità ludica che fu il biglietto da visita di Boetti, ecumenicamente salutata come prodotto di una mente innovatrice e brillante. L’artista, si sa, si tirò fuori relativamente presto dalla cerchia dell’Arte Povera, pur continuando a giocare con materiali e oggetti d’uso comune. Nella fattispecie, possono esserlo i francobolli e le buste utilizzate per Victoria Boogie Woogie e Opera postale o, perché no, le dodici copertine di rotocalchi, fedelmente riprodotte a matita dai suoi assistenti nella serie Untitled. In ognuna di queste realizzazioni, tuttavia, la separazione fra idea ed esecuzione diventa il quid che distanzia Boetti dagli altri “poveristi”, ma non solo. Quello di Boetti non è un gioco autoreferenziale, alla Duchamp o alla Manzoni: non vi sono found objects investiti del valore d’arte o fétiches d’artista. Né, dietro il demandare a qualcun altro la realizzazione materiale delle proprie idee, vi è l’impostazione della factory warholiana, tanto cara alle odierne artistar. Boetti è un artista sui generis che anticipa certi aspetti dell’estetica relazionale. Opera postale, serie di 204 disegni imbustati, affrancati e spediti in Giappone dall’artista, ha in sé i germi di una certa arte DIY (do it yourself), e un tentativo di sondare – e oltrepassare – le barriere linguistiche attraverso la logica (in tal caso, la disposizione dei francobolli sulle buste funziona da istruzioni, per i riceventi nipponici, per comporre ed esporre la serie secondo l’ordine stabilito dall’artista). Questa impostazione logica dell’arte è il terreno su cui fiorirà quasi tutta la produzione matura di Boetti: non uno scavare forzato alla ricerca del senso, piuttosto un esercizio ludico, un puzzle. Un’estetica della coincidenza e della moltiplicazione, una bellezza dei numeri e un costante invito, rivolto allo spettatore, a prendere parte al gioco.

Alighiero e Boetti - veduta della mostra presso il Dia Beacon - photo Cathy Carver - Courtesy Dia Art Foundation, New York
Alighiero e Boetti – veduta della mostra presso il Dia Beacon – photo Cathy Carver – Courtesy Dia Art Foundation, New York

Chi, davanti a una delle minuziose opere a biro, è rimasto indifferente al fascino enigmistico del messaggio celato fra alfabeto e virgole, e non s’è mai divertito a comporlo nella sua mente, nonostante fosse questo già disvelato nel titolo? Lo stesso può dirsi per la progressione matematica di Opera Postale o, perché no, per il testo scritto negli arazzi. Dalla storia di questi ultimi traspare un’altra, essenziale caratteristica del lavoro di Alighiero Boetti: la connotazione politica. Non certo quella di un artista engagé: l’arte di Boetti è un’arte politica in senso lato. Lo è, per esempio, nell’atto della partenza da una città, Torino, motore della rinascita industriale italiana, per un Medio Oriente che egli amerà sempre e che dovrà abbandonare a malincuore. Yasmil Raymond crede molto nell’idea di “Boetti artista politico”, convinta che si debba, oggi, rifuggire il caos delle categorie e dei generi artistici, della catalogazione à tout prix. Per la curatrice si è artisti politically o apolitically: Boetti, prima d’essere un artista concettuale o un “poverista”, è un cosmopolita, orientalista, attratto dall’idea di abbandonare la propria cultura, di intrecciarla con altre assai diverse, di oltrepassare i limiti rappresentati dal linguaggio.
Alighiero Boetti è il solo italiano a figurare nella solenne scuderia del Dia:Beacon. Di fronte a Mappa, ci si può chiedere se vi sia, fra gli artisti italiani delle ultime generazioni, qualcuno che possa, oggi, farci da alfiere con lo stesso peso intellettuale che ebbe Boetti. Difficile impedirsi di chiedere a se stessi se sia lecito candidare a questo ruolo due acclamate star nostrane come Cattelan e Vezzoli. Molto più facile concludere un po’ mestamente che la differenza tra questi ultimi e un Boetti, tra i rispettivi cosmopolitismi, tra il loro senso del gioco e il suo, è probabilmente la stessa che separa un cocktail party da un simposio, una barzelletta da una boutade.

Vittorio Parisi

Beacon // fino al 1° aprile 2014
Alighiero e Boetti
a cura di Yasmil Raymond

DIA ART FOUNDATION – DIA:BEACON
3 Beekman Street
+1 (0)845 4400100
[email protected]
www.diaart.org

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Vittorio Parisi
Nato a Bari nel 1986, si laurea in Lettere Moderne e prosegue gli studi con una laurea magistrale in Storia dell’Arte Contemporanea. Dottorando in Estetica all’Université Panthéon-Sorbonne, vive da tre anni a Parigi, dove ha lavorato come assistente presso la Galerie Magda Danysz e alle politiche culturali e sociali dell’Ambasciata d’Italia. Dal 2012 è consigliere incaricato per le arti urbane del Comune di Bari e responsabile della programmazione artistica della Galleria Doppelgaenger. I suoi interessi di ricerca e lavoro riguardano la percezione dell’arte contemporanea da parte del pubblico, con una particolare attenzione per i fenomeni d’arte urbana, la street art e i graffiti. Suona il violino ed è tra i fondatori del collettivo di adbusters Quink. Dal 2013 collabora con Artribune.