Varsavia chiama Londra

Castello Ujazdowski, Varsavia – fino al 15 novembre 2013. I “lunghi Anni Novanta” e oltre sull’asse Varsavia-Londra, fra ritorni alla pittura e polemiche anti-sensazionalismo. Un’occasione preziosa per capire la forza d’urto delle scene artistiche europee più esposte mediaticamente negli ultimi anni.

British British Polish Polish - veduta della mostra presso il Castello Ujazdowski, Varsavia 2013 - opere di R. Rumas - photo Gładykowski

British British Polish Polish, titolo complesso che, collocato su due linee, sembra complicare il chiasmo per celebrare le corrispondenze tra arte polacca e britannica negli ultimi due decenni: un parallelo da leggere dunque anche come possibili affinità incrociate sull’asse Londra-Varsavia in due periodi diversi. Dove cercare punti di contatto tra le figure chiave dell’“arte critica” in Polonia e gli eredi degli Young British Artists oltremanica? E ancora, quali sono le dissonanze tra le due scene artistiche europee più mediatizzate degli Anni Novanta? Fabio Cavallucci si gioca molto alla direzione del Castello Ujazdowski con una grande “X” per dare un’impronta definitiva al suo incarico.
Una collettiva esauriente e ambiziosa quella co-curata da Marek Goździewski e Tom Morton, che tuttavia non ha la pretesa di essere esaustiva: mancano infatti sul versante inglese, per scelta curatoriale, le opere degli artisti emersi a cavallo del nuovo millennio. Da un lato, quelli che Morton continua a chiamare i “lunghi Anni Novanta”, cominciati in anticipo sul decennio con le ricette thatcheriane e finiti nel 2008 con il crollo della Lehman Brothers; dall’altro, il dopo-crisi ancora fase di smaltimento.

British British Polish Polish - veduta della mostra presso il Castello Ujazdowski, Varsavia 2013 - photo C. Patrizio
British British Polish Polish – veduta della mostra presso il Castello Ujazdowski, Varsavia 2013 – photo C. Patrizio

Vale la pena cominciare la visita al piano terra con le installazioni bestiali dei primi Nineties ideate da Damien Hirst e Katarzyna Kozyra. Collocate a distanza ravvicinata, le due sezioni di una pecora conservata in formaldeide di Away from the Flock (1994) e gli animali domestici impagliati di Pyramid of Animals (1993) sono come Scilla e Cariddi, passaggio obbligato per il visitatore che vuole comprendere la forza d’urto mediatica delle rispettive scene artistiche.
C’è molta più Polonia che Gran Bretagna al pianterreno, tutto dedicato alle vecchie glorie: Rachel Whiteread e gli esperimenti relazionali anti-ritrosia in pubblico di Gillian Wearing, ma soprattutto quelli elettorali di Piotr Wyrzykowski con il collettivo C.U.K.T, il distributore di secrezioni corporali in lattina di Joanna Rajkowska, e ancora le riletture iconografiche della madonne di Katarzyna Górna.
Una volta salite le scale, la X funziona ancora meglio e lo scambio osmotico abbraccia al contempo periodi diversi. Affiorano in questo modo anche le differenze sostanziali al di là di ogni somiglianza formale tra sztuka krytyczna e YBA. Mentre l’arte britannica si muove a proprio agio tra globale (Gary Hume) e personale (Tracey Emin) senza avvertire il bisogno di indagare strutture medie, quella polacca non ha mai abbandonato una sana vocazione riflessiva sui propri caratteri nazionali.

British British Polish Polish - veduta della mostra presso il Castello Ujazdowski, Varsavia 2013 - opere di P. Althamer, Z. Libera, P. Uklański, M. Bałka - photo B. Gorka
British British Polish Polish – veduta della mostra presso il Castello Ujazdowski, Varsavia 2013 – opere di P. Althamer, Z. Libera, P. Uklański, M. Bałka – photo B. Gorka

E tra i giocattoli diabolici di Zbigniew Libera e i manichini camp di Jake & Dinos Chapman, c’è molto spazio per le nuove generazioni: c’è un ritorno bipartisan al candore della pittura con Jakub Julian Ziółkowski, Lynette Yiadom-Boakye e Phoebe Unwin. Intanto si assiste anche al recupero del legno negli ultimi anni con le installazioni di Michał Budny, Rupert Ackroyd e la canoa di Requiem Shark (2013) di Jess Flood-Paddock. L’opera di Flood-Paddock sembra fare il verso al pescecane di Hirst neutralizzandone la pericolosità. Che la generazione post-YBA abbia trovato un guado sicuro per raggiungere lo spettatore senza ricorrere al sensazionalismo dei tempi andati?  Una collettiva irrinunciabile che permette di cogliere con una sola fava lo Zeitgeist di due Paesi diversi. e capire da dove vengono fenomeni come Doda ma anche gli Oasis.

Giuseppe Sedia

Varsavia // fino al 15 novembre 2013
British British Polish Polish
: Art from Europe’s Edges in the Long ’90s and Today
a cura di
Marek Goździewski e Tom Morton
CASTELLO UJAZDOWSKI
Ul. Jazdów 2
+48 (0)22 6287683
[email protected]
www.csw.art.pl 

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Giuseppe Sedia
Giornalista e reporter freelance nato il 6 luglio 1982 a Montreuil (Francia). Scrive di attualità, politica, cultura e spettacoli. È redattore del ‘Krakow Post’. I suoi articoli dedicati a cinema, videogiochi e arti visive sono apparsi su numerose riviste e web magazine italiani e stranieri (‘Warsaw Business Journal’, ‘Il Manifesto-Alias’, ‘Cafe Babel’, ‘Cineforum’, ‘Exibart’, ‘Film International’, ‘Asia Express’, ‘Sentieri Servaggi’). Attualmente vive in Polonia.