L’ultima cena secondo Henry Hargreaves

Museo della Follia, Venezia – fino al 24 novembre 2013. Nell’ex manicomio di Venezia arrivano le composizioni culinarie del fotografo americano Henry Hargreaves. Per la prima volta in Italia, le sue icone-arcobaleno guardano ora alla pena di morte.

Henry Hargreaves, No Seconds - Sacco & Vanzetti

Gli scatti di Henry Hargreaves (Christchurch, 1979; vive a New York) indagano passioni e zone d’ombra della cultura americana contemporanea. E lo fanno servendosi delle sue icone, dei suoi stereotipi, sottoposti in genere a lievi e ironici rovesciamenti, ad allegre quanto disturbanti ipersaturazioni. Al centro è sempre il cibo, o meglio: il desiderio che a esso naturalmente si associa. I pancake arcobaleno, gli iPhone fritti impanati o i doughnut incendiati, strizzano l’occhio alle più chiassose codificazioni del sogno americano, e s’impongono essi stessi come sue icone insostenibili. Nelle serie più recenti, il taglio pseudo-documentaristico tenta poi di definire una tensione estrema, che trova nel cibo l’ultimo sostegno, l’estremo conforto prima della fine.

Questo percorso di ricerca (sotto molti aspetti ancora allo stadio embrionale) esce finalmente dai confini americani e trova ospitalità in un luogo tanto eccentrico quanto in sé coerente: il Museo della Follia, presso l’Isola di San Servolo a Venezia, per la prima volta sede di una mostra d’arte contemporanea. Al piano terra, ricavato da un loggiato chiuso per l’occasione, sono esposti brevi assaggi delle serie precedenti (Food of the Rainbow, Deep Fried Gadgets, Band Riders e Burning Calories), quasi a preparare il visitatore al mood del piano superiore. Perché la serie che Hargreaves ha portato per intero qui a Venezia (No seconds, cui si aggiungono tre scatti realizzati per l’occasione) ritrae gli ultimi pasti di dodici condannati alla pena capitale. La scelta espositiva li pone a diretto confronto con le foto degli alienati e le crude strumentazioni dell’ospedale psichiatrico. Le storie che c’invitano a ricostruire con essenziali didascalie (dati anagrafici, sentenza, menù), propongono insomma un estremo incontro con l’umano, laddove ogni traccia di umanità è sul punto di essere cancellata. La diretta provenienza di Hargreaves dal mondo della moda concorre certo a definire il taglio stilistico delle sue composizioni, ma il loro iperrealismo patinato complica ulteriormente – e quindi stimola – il processo di identificazione.

Henry Hargreaves – No seconds, Comfort Food e Fotografia - veduta della mostra presso il Museo della Follia, Venezia 2013 - photo Gabrio Tomelleri
Henry Hargreaves – No seconds, Comfort Food e Fotografia – veduta della mostra presso il Museo della Follia, Venezia 2013 – photo Gabrio Tomelleri

La mostra s’inserisce in un più ampio progetto sui rapporti tra arte e cibo, iniziato nel 2012 con Treviso: Dripping Taste, e che culminerà il 24 novembre prossimo (data del finissage) con il coinvolgimento dei visitatori, grandi chef e food blogger, tutti impegnati a proporre la loro versione culinaria dell’Ultimo desiderio.

Simone Rebora

Venezia // fino al 24 novembre 2013
Henry Hargreaves – No seconds, Comfort Food e Fotografia
a cura di Chiara Casarin
Catalogo Terra Ferma
MUSEO DELLA FOLLIA
Isola di San Servolo
041 2765001
[email protected]
events.artmovie.it

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Simone Rebora
Laureatosi in Ingegneria Elettronica dopo una gioventù di stenti, Simone capisce che non è questa la sua strada: lascia Torino e si dedica con passione allo studio della letteratura. Novello bohémien, s’iscrive così alla Facoltà di Lettere a Firenze, si lascia crescere i capelli, cambia guardaroba e conclude il suo percorso con una tesi sul Finnegans Wake e la teoria della complessità. Perplesso e stranito dal gravoso delirio filosofico, precipita nel limbo del mondo giornalistico, impiegato presso una piccola agenzia di stampa. È qui che inizia suo malgrado a occuparsi di arte, trovando spazio su riviste quali “Artribune” ed “Espoarte”, e scrivendo per l’inserto culturale del (defunto) “Nuovo Corriere di Firenze”. Attualmente vive a Verona, per un PhD in Scienze della Letteratura. Non vede l’ora di lasciarsi tutto ciò alle spalle.