Allora & Calzadilla: le linee della vita

Palazzo Cusani, Milano – fino al 24 novembre 2013. Prima personale italiana per Allora & Calzadilla, duo statunitense di origine cubana. Una mostra forte, voluta dalla Fondazione Trussardi e allestita, come sempre, in un luogo insolito.

Allora & Calzadilla – Fault Lines - veduta della mostra presso Palazzo Cusani, Milano 2013

Molti ricorderanno il lavoro di Allora & Calzadilla presentato alla Documenta di Kassel nel 2012. Si trattava della proiezione di Raptor’s Rapture all’interno di un ambiente scavato nella roccia: il luogo e l’opera riuscivano a creare un unicum assai coinvolgente. Così oggi a Milano.
Fino al 24 novembre la mostra dei due artisti americani di origine cubana – Jennifer Allora e Guillermo Calzadilla – è ospitata negli spazi di Palazzo Cusani, un grande quanto solenne edificio nel cuore del quartiere di Brera, progettato nel Seicento da Giovanni Ruggeri e rinnovato alla fine del secolo successivo dal Piermarini, l’architetto del Teatro alla Scala.
La mostra milanese, intitolata Fault Lines e presentata dalla Fondazione Nicola Trussardi, che da ormai dieci anni propone una programmazione nomade in alcuni tra i più interessanti spazi del capoluogo lombardo, è la prima  grande esposizione monografica della coppia in un’istituzione italiana (e si affianca al padiglione americano alla Biennale  di Venezia del 2011). La rassegna, curata da Massimiliano Gioni, propone opere realizzate con diversi linguaggi: dalla scultura alla fotografia, dalla performance alla musica, dal video al suono. Lo spettatore, una volta varcato il portone del palazzo, che ospita il Comando Militare Esercito Lombardia, prova una sorta di spaesamento, provocato dalla presenza di Sediments, Sentiments (Figures of Speech) (2007), una montagna sonora popolata da tenori e soprani che cantano alcuni frammenti di discorsi dei protagonisti della storia del XX secolo.

Allora & Calzadilla – Fault Lines - veduta della mostra presso Palazzo Cusani, Milano 2013
Allora & Calzadilla – Fault Lines – veduta della mostra presso Palazzo Cusani, Milano 2013

Nel grande salone di Radetzky (intitolato al generale austriaco che qui sino al 1848 ha avuto il suo quartier generale) c’è invece Stop, Repair, Prepare: Variations on “Ode to joy” for a Prepared Piano (2008). La musica, ripetuta ossessivamente, è un’azione, un modo per opporsi al silenzio al quale troppo stesso vogliono ridurci, spettatori passivi di quanto ci accade intorno. La terra non è solo oggetto di occupazioni militari, ma anche di occupazioni sonore. Il dialogo, lo scambio, è alla base della ricerca di questi artisti “etnologi post-coloniali”. Una ricerca interattiva ed espansiva. Come hanno avuto occasione di dichiarare ormai alcuni anni fa, nel 2006, il loro interesse è di matrice esistenziale: sono interessati alla vita, alla morte e alla sopravvivenza dei corpi, a come gli stessi si articolano nello spazio e nel tempo, ai loro limiti e confini, alla relazione tra corpi umani e non umani.
Una mostra non facile da comprendere nella sua interezza, che spinge il visitatore a entrare nelle cose, a cercarne un senso.  Per riuscire a trovare delle risposte al nostro circostante.

Angela Madesani

Milano // fino al 24 novembre 2013
Allora & Calzadilla – Fault Lines

a cura di Massimiliano Gioni
PALAZZO CUSANI

Via Brera 15
02 8068821

[email protected]
www.fondazionenicolatrussardi.com

CONDIVIDI
Angela Madesani
Storica dell’arte e curatrice indipendente, è autrice, fra le altre cose, del volume “Le icone fluttuanti. Storia del cinema d’artista e della videoarte in Italia”, di “Storia della fotografia” per i tipi di Bruno Mondadori e di “Le intelligenze dell’arte” (Nomos edizioni). Ha curato numerose mostre presso istituzioni pubbliche e private italiane e straniere. È autrice di numerosi volumi di prestigiosi autori fra i quali: Gabriele Basilico, Giuseppe Cavalli, Franco Vaccari, Vincenzo Castella, Francesco Jodice, Elisabeth Scherffig, Anne e Patrick Poirier, Luigi Ghirri. Ha recentemente curato un volume sugli scritti d’arte di Giuseppe Ungaretti. Insegna all’Accademia di Brera e all’Istituto Europeo del Design di Milano.
  • Il modo di costruire le loro opere é piuttosto semplice. Un trucchetto banale. Prendiamo ad esempio il lavoro con il pianoforte dove il suonatore suona all’interno del pianforte l’inno alla gioa di Beethoven, un pezzo considerato un inno alla fratellanza e oggi utilizzato in molti e diversi contesti politici anche con fini diversi (es terzo Reich)L’obiettivo sembra quello di evidenziare l’altra faccia dell’inno alla gioia e immagino sia per questo che il pianista é dall’altra parte del pianforte, sembra dire che suonare questo inno nel modo giusto, originario non sia più possibile. Ma mi chiedo se questo msg non poteva essere dato semplicemente scrivendolo?Il lavoro artistico é solo rappresentativo di questo pensiero, ne é una metafora, una figura retorica che sta alla base del loro lavoro, come loro stessi dichiarano. Alla fine non é altro che una rappresentazione – tra le tante possibili – di un pensiero che é invece molto chiaro. E quindi conckudo: perché complicare le cose con un lavori artistico non di diretta comprensione invece di esporre un pensiero semplice e chiaro? Ma perché l’arte non riesce ad essere se stessa, deve sempre prendere a prestito da altre discipline, come lo scolaro che copia per sembrare bravo e intelligente alla maestra?
    Ovviamente lo stesso discorso può essere esteso agli altri lavori del duo.