Scenari inediti al Mart. Con Antonello

Una rara mostra di arte antica in un museo del moderno e contemporaneo. Per interrogarsi sulle permanenze e le metamorfosi del gusto. Accompagnati in un percorso costellato da grandi prestiti, si ricostruisce la griglia complessa dei riferimenti culturali di Antonello da Messina, anche se con due piccole pecche. A Rovereto, fino al 12 gennaio.

Antonello da Messina - Ecce Homo (verso) - Messina, Museo Nazionale

Nel dinamico fermento del Mart, al secondo piano, Ferdinando Bologna e Federico De Melis hanno ricavato uno spazio raccolto ma arioso in cui, in pochi metri quadrati ben studiati, si snoda il percorso figurativo e culturale di uno dei grandi geni del Rinascimento: Antonio de Antonio, più noto come Antonello da Messina (Messina, 1425/1430-1479).
Opponendosi al modello-faretti e all’isolamento iconico della mostra del 2006 alle Scuderie del Quirinale, l’allestimento riesce, prima incorniciando le opere in archi ogivali e poi in archi a tutto sesto, a rispecchiare in modo intelligente l’evoluzione del pittore e a focalizzarsi sui perni attorno a cui ruotano i suoi cambiamenti di indirizzo figurativo: forse avrà stimolato in positivo il confronto con l’allestimento del ’53 di Carlo Scarpa.
Si comincia con la spagnoleggiante Santa Eulalia, in cui gli echi del Trionfo della Morte di Palazzo Sclafani fanno già pensare a un soggiorno a Palermo. Dopo poco Antonello riesce a concepire già più solidamente l’Annunciata oggi a Como, forse anche per un contatto con Piero della Francesca, che sarebbe sceso a Napoli, come testimonierebbe il pierfrancescanesimo spinto del Re di Ragona: su questo punto Ferdinando Bologna sembra insistere, andando contro l’immagine di Antonello uscita dalla mostra del Quirinale, in cui sembrava obliterato ogni contatto tra i due.

Antonello da Messina - veduta della mostra al MART, Rovereto 2013
Antonello da Messina – veduta della mostra al MART, Rovereto 2013

A Napoli Antonello lavorerà nella bottega di Colantonio (forse insieme a Giovanni di Bartolomeo dell’Aquila), da dove escono le due tavolette con santi che, appartenute a Longhi e al suo amico Morandi, fanno ripensare al migliore Novecento che ha orbitato qui attorno. Sempre a Napoli, Alfonso d’Aragona dovette stimolare personalmente la conoscenza dell’arte nordica, così che l’influenza di van Eyck, testimoniata in mostra da due capolavori assoluti (l’Uomo dal copricapo azzurro e le Stigmate di San Francesco), va letta in parallelo con il confronto tra le due crocifissioni di Colantonio e di Antonello: il pur moderno e arioso paesaggio del maestro, nella sua artificiosa orografia tardogotica, non riesce a competere con il paesaggio brulicante di vita del golfo di Messina dell’allievo. Tuttavia, la parte inferiore del quadro di Antonello a Sibiu sembra ancora legata a un mondo fiammingo, tra Robert Campin e Fouquet, che si annida tra le pieghe dei panneggi anche del disegno (messo proprio lì accanto) del Metropolitan di New York.
Nel silenzio dei documenti tra 1457 e 1460 potrebbe collocarsi un viaggio in Provenza di Antonello? Chissà: è ormai, però, nel 1465, il tempo del famoso pentimento delle dita del Salvator Mundi di Londra (oggi rovinato da una pulitura brutale all’inglese), sintomatico di una virata decisa verso l’italianità sintetica di Piero, lontana dall’analiticità fiamminga della corte napoletana. E non sarà un caso se, di fronte, in una copia non stupenda del perduto San Nicola in cattedra (corredato da un disegno di Cavalcaselle), si scorge Petrus Christus. Salta subito alla mente il suo supposto incontro a Milano con Antonello nel 1456, ormai ritenuto irrealistico. Ma certo Antonello dovette avere uno scambio milanese (o in dare o in avere, o anche in tutt’e due) con Zanetto Bugatto, autore dell’incredibile Madonna Cagnola, da Morelli e dalla Wittgens a lungo attribuita al messinese, finché, nel 1476, mentre lavorava alla Pala di San Cassiano, Antonello dovrà declinare l’invito di Galeazzo Maria Sforza a sostituire Zanetto alla corte di Milano.

Antonello da Messina - Annunciata - 1452 - Como, Musei Civici
Antonello da Messina – Annunciata – 1452 – Como, Musei Civici

In fondo alla sala si dischiude la limpida novità della Madonna Benson, sfrondata di ogni analiticità, in cui l’entusiasmo del bambino che smuove la veste della mamma sul seno è lo stesso del pittore che scopre un nuovo modo di dipingere, subito temperato nuovamente in senso analitico dall’Annunciazione di Palazzo Bellomo.
Nel 1475 verrà il tempo del viaggio a Venezia, di cui in mostra si vede una mappa incisa da Jacopo de’ Barbari (quello del Ritratto di Luca Pacioli, così pierfrancescano): qui, la genialità di Antonello arriva ad inserire il Cristo in pietà Correr in un ossario, mentre, come diamanti purissimi, si incastonano nella produzione di questo periodo il ritratto di Philadelphia, quello della Galleria Borghese e l’Annunciata di Palazzo Abatellis, “piramide umana di mirabile astrazione ideale”.
Nelle ultime sale, già dal Cristo alla colonna del Louvre, incredibilmente vicino a Bramante, si tocca sempre più con mano il peso capitale di Antonello non solo per il contemporaneo Bellini, ma anche per le generazioni a venire, fino a Bramantino e oltre, passando da Alvise Vivarini e il figlio Jacobello, che, dicendosi figlio di Antonello, lo definisce “pictor non humanus”.

Antonello da Messina - Madonna con il Bambino (Madonna Benson) - Washington, National Gallery of Art
Antonello da Messina – Madonna con il Bambino (Madonna Benson) – Washington, National Gallery of Art

Rimane l’amaro in bocca solo per due motivi: perché mai, in una mostra così bella, così intrigante nelle sue proposte interpretative, così consapevole, devono mancare le date nei cartellini? Mancano anche sul catalogo, dove l’impostazione interessante e innovativa del dialogo a due tra i curatori è rovinata dalla bassissima qualità delle riproduzioni fotografiche. Dispiace, ma allora varranno ancora di più le parole di Salvatore Settis che, prima della mostra, invitava a scorgere la presenza di Antonello nell’oggi, ma a considerarlo anche un uomo del suo tempo, di un tempo lontano, che va ricostruito con precisione.

Giulio Dalvit

Rovereto // fino al 12 gennaio 2014
Antonello da Messina
MART
Corso Bettini 43
800 397760
[email protected]
www.mart.tn.it

CONDIVIDI
Giulio Dalvit
Nato nel 1991 a Milano, ha studiato Lettere e si è laureato in Storia dell’arte moderna alla Statale di Milano. Ha collaborato anche con alcuni artisti alla realizzazione di mostre milanesi tra Palazzo Reale, il Museo del 900 e Palazzo Ducale a Genova. Ha scritto per Flash Art e, ora, Artribune. Sempre in sospeso tra l’antico e il contemporaneo, studia al Courtauld Institute a Londra, dove attualmente vive.
  • Katiuscia Pompili

    Se non ricordo male le date nei cartellini non c’erano neanche nella grande mostra romana…Pensavo fosse perchè le datazioni non fossero certe ma, fosse stato così, avrebbero scritto “circa”. Perchè non c’erano secondo voi?