Luciano Fabro: opere in di-segni

La ricerca di Luciano Fabro non si limita alla produzione scultorea ma si estende alle opere grafiche donate ad amici e parenti. Alla GAMeC di Bergamo scrittura, supporti cartacei e automatismi segnici raccontano il suo lavoro meno noto. Fino al 6 gennaio.

Luciano Fabro, Macchie di Rorschach, 1976 - Collezione privata - photo Annalisa Guidetti e Giovanni Ricci, Milano

Il donare, come azione generosa, consente il passaggio dalla sfera intima a quella pubblica, propria del rapporto sociale. Il dono di un disegno è qualcosa di ancora più personale, non solo perché si tratta di un oggetto unico, ma anche perché incarna la rappresentazione di un vissuto, di un’identità. Se a tutto ciò si aggiunge il concetto di scrittura come “fotografia del pensiero”, si può comprendere come i circa cento disegni di Luciano Fabro (Torino, 1936 – Milano, 2007) esposti alla GAMeC siano portatori di un profondo valore privato, artistico ed esperienziale. Scevri da scopi commerciali ed espositivi, questi disegni, ordinatamente esibiti con criteri di coerenza e vicinanza cronologica e tipologica, sono rarità segniche, profili grafici che inevitabilmente conservano tracce della ricerca artistica di Fabro. La linea sottile e il motivo circolare di Dindolo, dondolo (1995) si ritrovano in 1962 (Habitat) (1981), i cui peduncoli fluttuanti aggrappati a una gabbia di ottone sembrano annullare la tridimensionalità dello spazio, come se si trattasse della trasposizione ambientale di No titolo (1962).

Luciano Fabro, No titolo, 1962 - Collezione privata - photo Annalisa Guidetti e Giovanni Ricci, Milano
Luciano Fabro, No titolo, 1962 – Collezione privata – photo Annalisa Guidetti e Giovanni Ricci, Milano

Qui la canonica ortogonalità rimanda a Struttura ortogonale assoggettata ai quattro vertici a tensione (1964), in cui il metallo si piega, dividendosi, in un’animata simmetria. La soluzione del peso nella leggerezza e la sospensione nella spazialità gravitazionale sono alcuni dei princìpi perseguiti e insegnati agli studenti di Brera. Anche attraverso le sue lezioni accademiche è possibile avvicinarsi alle opere grafiche. Seguendo alcune categorizzazioni concepite dall’artista torinese è potenzialmente definibile “disegno costruttivo” la serie Ogni ordine è contemporaneo ad ogni altro ordine (1972), dove il prospetto della chiesa del SS. Redentore viene scomposto e nuovamente ipotizzato rifacendosi alla teoria dantesca delle quattro interpretazioni di un testo. Sono invece più “disegni degli automatismi” le macchie di colore casualmente ricomposte sul foglio precedentemente piegato che strizzano l’occhio al test psicoanalitico di Rorschach. Ecco che dall’occasionale e caotico si può ricavare qualcosa di cosciente. Il segno automatico quindi come “lavoro di trascrizione gestuale e manuale delle sensazioni”.

Luciano Fabro, L’alba, 1994 - Collezione privata - photo Annalisa Guidetti e Giovanni Ricci, Milano
Luciano Fabro, L’alba, 1994 – Collezione privata – photo Annalisa Guidetti e Giovanni Ricci, Milano

Il “disegno costruttivo” consiste invece nell’intravedere immagini e nel dar loro forma. È il caso degli schizzi preparatori o descrizioni postume delle sculture vere e proprie, come No titolo (Studio per: Piede di vetro) (1968) o Sole (1995). La continua e inscindibile osmosi tra il supporto cartaceo e i diversi materiali delle installazioni è messa in risalto dalla scrupolosa scelta curatoriale di Giacinto di Pietrantonio, in collaborazione con Silvia Fabro, e da un allestimento efficace.

Barbara Morosini

Bergamo // fino al 6 gennaio 2013
Luciano Fabro – Disegno In-Opera
a cura di Giacinto di Pietrantonio in collaborazione con Silvia Fabro
GAMEC
Via San Tomaso 53
035 270272
[email protected]
www.gamec.it

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Barbara Morosini
Laureata in Conservazione dei Beni Culturali e in Teoria, tecniche e gestione delle arti e dello spettacolo, s’interessa di arte in tutte le sue manifestazioni, senza limiti di tempo e di spazio. Particolarmente interessata alla museologia e alla tematica del display, cerca d’interpretare le opere anche per mezzo del loro necessario rapporto con lo spazio espositivo. Scrivere è per lei un modo di fare ordine e riferire con fedeltà quanto il discorso espositivo intende comunicare.