Jan Fabre il perfor(m)ante

Maxxi, Roma – fino al 16 febbraio 2014. Gran bella antologica per l’artista belga, cui il museo romano dedica un’ampia sezione dei suoi spazi. Che sono difficili, ma non impossibili da affrontare. La curatela è di Germano Celant.

Jan Fabre, Sanguis / Mantis (2001) - Lyon, Les Subsistances - © Angelos bvba - photo Malou Swinnen

Al Maxxi ogni mostra dovrebbe avere carattere di performance. Quelli del museo di via Guido Reni sono, espositivamente parlando, spazi paradossali, che è bene affrontare con mosse allestitive ad hoc, meglio se spiazzanti e bizzarre almeno quanto il contenitore. Ne è consapevole Germano Celant che, nel curare la retrospettiva di Jan Fabre (Anversa, 1958), sceglie di agire in questa chiave e finisce col prendere in un colpo solo i classici due piccioni. Nel senso che mette su una mostra perfetta sia come rapporto contenuti/allestimento che come operazione squisitamente critica; che resterà nella memoria di quanti avranno l’opportunità di visitarla, e che potrà contribuire a consacrare l’artista belga nell’Olimpo del contemporaneo.
Il massimo del risultato viene ottenuto concependo la dorsale della mostra come un continuum vertiginoso di tavoli da lavoro. Grazie a questa soluzione curatoriale, che peraltro consente di collocare nuclei di opere a margine senza creare addensamenti isolati, Celant da un lato asseconda e valorizza la conformazione organica, da letto fluviale, dell’area a disposizione, e dall’altro trasforma l’esposizione in un intervento critico vero e proprio. Riesce infatti a ridefinire i termini di ricezione del lavoro di Fabre, per il fatto che vengono resi particolarmente leggibili i presupposti analitici, quando non concettualisti tout court, che stanno dietro il suo caratteristico registro debordante. L’uovo di Colombo insomma, e un’autentica lectio magistralis per curators.

Jan Fabre, Ilad of the Bic-Art, The Bic-Art Room (1981) - photo Fred Balhuizen
Jan Fabre, Ilad of the Bic-Art, The Bic-Art Room (1981) – photo Fred Balhuizen

Il visitatore finisce in un flusso travolgente ma direzionato di stimoli, alle prese con un’esperienza realmente immersiva di fruizione che appaga per due motivi: perché il carattere vorticoso dello spazio va a combaciare con l’ampiezza dello spettro d’azione di un artista inclassificabile secondo categorie mediali (in tal senso è tutt’altro che gigionesco che Fabre chiami le performance “perforazioni”), e perché viene fatta piena luce sulla tensione concettuale e sul rigore strutturale di una proposta artistica che per eccesso di energia può venire facilmente fraintesa.
Ne deriva una retrospettiva solida, chiarificatrice e altamente godibile, che malgrado il suo profilo documentativo – le opere presenti datano dal 1976 – non è affetta da pedanterie filologiste, né si fa scudo dell’effetto-backstage. Merito sia dell’artista tanto catchy quanto sottile, che del vate dell’Arte Povera in veste di curatore sagace. Ossia di entrambi i componenti quella che sulla carta è autenticamente una “strana coppia”.

Pericle Guaglianone

Roma // fino al 16 febbraio 2014
Jan Fabre – Stigmata. Actions & Performances 1976-2013
a cura di Germano Celant
MAXXI
Via Guido Reni 4a

06 3201954
[email protected]
www.fondazionemaxxi.it

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Pericle Guaglianone
Pericle Guaglianone è nato a Roma negli anni ’70. Da bambino riusciva a riconoscere tutte le automobili dalla forma dei fanali accesi la notte. Gli piacevano tanto anche gli atlanti, li studiava ore e ore. Le bandiere erano un’altra sua passione. Ha una laurea in storia dell’arte (versante arte contemporanea) ma è convinto che nessuna immagine sia paragonabile per bellezza a una carta geografica. Da qualche anno scrive appunto di arte contemporanea e ha curato delle mostre. Ha un blog di musica ma è un pretesto per ingrandire copertine di dischi. Appena può si fionda in qualche isola greca. Ne avrà visitate una trentina.
  • Pierluigi Albertoni

    La mostra l’avete vista? Avete pagato gli 11 Euro d’entrata? Se sì mi meraviglio della vostra meraviglia.