Anthony Caro: la scultura come esplorazione dello spazio

Sperimentazioni di una sintassi plastica dura, essenziale, sfrondata di ogni retorica. Lavori prodotti attraverso un’improvvisazione controllata. Forme prima spaginate davanti agli occhi, a dare l’illusione dell’assenza di peso. Poi opere più monumentali, che non si chiudono però su se stesse, ma che sono concepite come un collage dalle molte facce. Perché, per Caro, si tratta sempre “di esplorare, non di raggiungere la perfezione”. Nelle sale del Museo Correr, che si affacciano su piazza San Marco, fino al 27 ottobre.

Anthony Caro, Red Splash, 1966

Non più modellare, ma costruire. Non più innalzare totem, ma assemblare travi, reti, lamiere d’acciaio, spingendole in ogni direzione, per vedere fin dove la scultura può arrivare. All’inizio il lavoro di Anthony Caro (New Malden, 1924) sembra letteralmente gettato a terra, quasi a voler utilizzare il pavimento come elemento attivo e la sua orizzontalità come dimensione aperta e potenzialmente infinita. In Cadence (1960), l’opera che apre la mostra del Correr, non sono più le forme a contare, ma le relazioni tra di esse. Si tratta di gesti, di “movimenti” che uniscono un elemento all’altro, come per misurare lo spazio e scoprire il significato delle diverse direzioni. E il giallo ocra che riveste le varie saldature funziona da eclissi di ogni realtà fisica per aprirsi poeticamente alla fluidità della visione.

Anthony Caro - veduta della mostra presso il Museo Correr, Venezia 2013
Anthony Caro – veduta della mostra presso il Museo Correr, Venezia 2013

Alle spalle c’è la memoria della scomposizione cubista, l’assemblaggio e il collage Dada di Schwitters, la Torre di Tatlin; soprattutto ci sono le lastre ritagliate di David Smith (che Caro ha conosciuto nel ‘59 in un suo viaggio negli Stati Uniti): forme che si fondano sul principio di “una discontinuità radicale” e di una combinazione senza nucleo centrale. Caro va oltre e s’inventa le Tables Pieces: sculture in bilico, che sembrano sempre sul punto di cadere dalla loro base, in quanto i vari elementi in ferro, fusi insieme, oltrepassano il bordo del piano d’appoggio per snodarsi lungo il suo fianco, come fissati un attimo prima del crollo. Ed è il caso di Triumph of Caesar (1987) e di Déjeuner sur l’herbe (1989): un autentico accartocciarsi di lamiere, uno stringersi in volute di tubi, dischi, sagome, avanzi di fucina. È come se le forme si afflosciassero, scaldate a ossigeno e piegate, in un palese richiamo (fatto dallo stesso Caro) a quelle che erano le forme di Donatello sempre controllate, contenute, quasi nascoste.

Anthony Caro, Child’s Tour Room, 1983-84
Anthony Caro, Child’s Tour Room, 1983-84

Ma, confrontandosi invariabilmente con l’idea del piano, l’artista inglese nell’opera Orangerie (1969) realizza invece una sorta di costellazione di lingue d’acciaio dipinte di un caldo arancio che sembrano esplodere nell’aria: spinte e controspinte, pause e slanci, ritagli piatti e forme curve, inesorabilità delle linee di contorno e inafferrabile senso di sospensione, un po’ come nei papiér collé di Matisse.
Tanti gli echi e le citazioni in Caro: Mantegna, Manet, Matisse, ma anche Picasso (visibile nei disegni degli Anni Cinquanta: inchiostri su carta di giornale che ritraggono figure che sembrano fuoriuscire dai limiti della superficie), Duccio da Boninsegna (in Duccio Variation No. 1 del 1999 : un’avvolgente scultura in acciaio e legno di noce in cui lo scultore replica le architetture del maestro del duecento). Così, quello di Caro appare come un percorso che offre all’avanguardia un risvolto classico, una stabilità eterna. Anche perché, come afferma lo stesso artista, “tornare indietro significa andare avanti”.

Luigi Meneghelli

Venezia // fino al 27 ottobre 2013
Anthony Caro
a cura di Gabriella Belli e Gary Tinterow
Catalogo Skira
MUSEO CORRER
Piazza San Marco 52
041 2405211
[email protected]
http://correr.visitmuve.it/

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Luigi Meneghelli
Laureato in lettere contemporanee, come critico d'arte ha collaborato e/o collabora a quotidiani (Paese Sera, L'Arena, L'Alto Adige, ecc.) e a riviste di settore (Flash Art, Le Arti News, Work Art in progress, Exibart, ecc.). Ha diretto e/o dirige testate culturali come Veronalive. Come curatore ha collaborato con spazi pubblici, tra cui Mart, Palazzo Forti, Museion e in occasione di mostre personali ha pubblicato saggi su Kantor, Novelli, Turcato, Vedova, Chiari, Fioroni, Boetti, Mambor, Masuyama, Hernandez, ecc. Ha curato mostre tematiche e di gruppo in Italia e all'estero, come La Pop Art Italiana, La Nuova Scuola Romana, L'Arte Povera, La Body Art. Si è interessato di Pubblic Art con esposizioni e dibattiti. E' stato selezionatore per il Triveneto delle nuove emergenze per riviste ed esposizioni. E' stato commissario italiano per la rassegna internazionale “Frontiera 92” (BZ) e commissario alla Biennale di Venezia (’93)… Insegna presso l'Accademia di Belle Arti di Verona.