Erik Bulatov. Dalla falce e martello al drapeau tricolore

Nelle ricorrenze cromatiche e nei simboli correlati è racchiusa l’emblematica vicenda artistica e biografica del russo, per cinquant’anni “dissidente poetico” del regime sovietico, quindi artista affermato nella patria della Liberté Egalité Fraternité. Montecarlo gli dedica una retrospettiva, fino al 29 settembre.

Erik Bulatov, Trademark, 1974-75 - Museum Ludwig, Cologne

C’è un dipinto del 1991, anno della sistemazione parigina dopo un breve soggiorno a New York e una lunga “cattività” nella Russia comunista. Si intitola Liberté ed è una rielaborazione del manifesto rivoluzionario di Delacroix, La libertà guida il popolo. Al di là delle implicazioni biografiche, è possibile isolare gli elementi della poetica di Erik Bulatov (Sverdlovsk, 1933; vive a Parigi) a partire dal singolo esempio. Word art e iperrealismo, détournement dell’iconologia e della grafica della propaganda e della pubblicità verso l’arte e la poesia e viceversa, simbolismo cromatico come architrave del significato dell’opera (il blu evoca la libertà, il viaggio, lo sconfinato cielo russo; il rosso lo sbarramento, il pericolo come nella segnaletica stradale e ovviamente, di rimando, l’oppressione burocratica). Bulatov non si stanca di ricordare come siano fondamentali nel suo lavoro i due colori e di sottolineare che non c’è teoria né astrazione concettuale: si tratta di associazioni sentimentali, emotive, empatiche, capaci di legare un discorso personale al discorso collettivo.
La prima parte della retrospettiva, dedicata alle opere dipinte in territorio russo, racconta un’autobiografia e una storia clandestine. Molte recano il timbro “questa non è arte”, espediente che permise una piccola circolazione sottratta alle maglie della censura. Gli slogan, gli stemmi, i caratteri grafici della propaganda ufficiale sono riprodotti sopra fondi azzurri, cieli aperti che alludono a un desiderio di fuga. “Gloria al Pcus” viene scritto a caratteri cubitali sgradevoli allo sguardo. Il costruttivismo è il rimando formale delle architetture di parole. Bulatov è considerato, per gli aspetti formali, il più importante pop artist russo. In realtà, se nella Pop Art il senso è interamente concentrato nella superficie, nell’oggetto, nell’immediatamente evidente, Bulatov crea arte criptica, a chiave, il cui senso è tutto nel sottotesto e nei sottintesi.

Erik Bulatov, Wanderer, 1990-2003 - Collection E. and V. Semenikhin, Moscow
Erik Bulatov, Wanderer, 1990-2003 – Collection E. and V. Semenikhin, Moscow

Altrove si celebra il carattere quintessenziale, immutato attraverso secoli e regimi del paesaggio e del carattere russo, come nello spettacolare Train- train: una prospettiva accurata e a perdita d’occhio del paesaggio russo tagliato dalla ferrovia (un altro trademark) è sovrastata dalla ripetizione della parola ‘Treno’ in caratteri cirillici, in bianco e nero speculare. Si può parlare di “futurismo nostalgico”.
Altra opera chiave è Wanderer, concepita nel 1990 ma ritoccata fino al 2003. Ritrae un contadino che vaga con lo sguardo perso nello stesso paesaggio-tipo russo, sovrastato da tre simboli ufficiali dell’Urss che gradualmente rimpiccioliscono. L’archetipo locale del contadino, simbolo di un popolo intero, incarna lo smarrimento e la confusione che accompagnarono gli ultimi anni di perestrojka e il dissolvimento dell’impero sovietico. Ma la tela potrebbe riferirsi, più concretamente, allo spopolamento delle campagne che ne seguì e alla promulgazione di leggi anti-vagabondaggio che tentarono di arginare un fenomeno sempre massiccio quando strutture politiche coesive si disfano.
Gli anni francesi sono segnati da uno slittamento dal piano politico alla celebrazione di una joie de vivre, per cui il rosso muta evocazioni, rimandando sempre più spesso al colore degli abiti femminili haute couture oppure a elemento spaziale puro. L’indagine si concentra sull’ontologia dell’immagine. Per esempio, in Le Tableau – Le Spectateur dove, utilizzando una tecnica iperrealista a pastello, si dissolve la distanza fisica e ontologica tra una (orrenda) tela cristologica e gli avventori del museo. A differenza delle fotografie di Thomas Struth, non c’è scarto ironico tra figure dipinte e figure mobili.

Erik Bulatov, Liberté II, 1991 - Private Collection, Paris
Erik Bulatov, Liberté II, 1991 – Private Collection, Paris

Affascinanti, in Erik Bulatov, sono le vicende che racconta da testimone oculare e la loro elaborazione. Ammirevoli sono l’integrità e l’umiltà da russo vecchio stile con le quali ha mantenuto nelle due vite da carbonaro e artista affermato.

Alessandro Ronchi

Monaco // fino al 29 settembre 2013
Erik Bulatov – Paintings and drawings 1966-2013
a cura di Marie-Claude Beaud e Cristiano Raimondi
NMNM – VILLA PALOMA
56, boulevard du Jardin Exotique
+377 98984860
[email protected]
www.nmnm.mc

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Alessandro Ronchi
Alessandro Ronchi (Monza, 1982) è critico d’arte e giornalista culturale. Si interessa specialmente di arte dalle origini alla contemporaneità, iconografia, cinema, letteratura, musica e pop culture. Ha diretto il mensile Leitmotiv e collabora con testate giornalistiche, website e gallerie. Tiene corsi di cinema e cultura visiva presso istituti scolastici. Fa parte dello staff redazionale di Artribune dalla fondazione nel 2011.
  • Richard_Chance

    Interessantissimo artista moderno, da scoprire !